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28/11/2006

LA TERAPIA ANTIRETROVIRALE IN AFRICA

Di fronte all’ampiezza del problema AIDS in Africa si è privilegiato finora, da parte delle organizzazioni internazionali e del mondo scientifico, un approccio di tipo non globale.

Per lunghi anni le agenzie internazionali, le ONG, etc., hanno raccomandato e tentato di applicare nell’Africa subsahariana modelli di intervento quasi esclusivamente preventivi. Si è scelto, cioè, di non puntare tanto sulla terapia, giudicata impossibile da sostenere nei paesi in via di sviluppo, ma, piuttosto, sulla prevenzione. Un approccio di questo genere si rivelava non solo più semplice e meno costoso, bensì pure più consono all’atteggiamento minimalista di molti governi subsahariani.

E però la sola prevenzione non funziona. I dati con cui si è aperta questa presentazione dimostrano il fallimento di una tale politica d’intervento. Le percentuali di sieroprevalenza nei vari paesi africani sono stabili, se non addirittura in crescita. Prevenire è certamente importante, ma non è stato, e non può essere, sufficiente. Alla prevenzione va unita la terapia. Un’azione di prevenzione dell’infezione da HIV e una terapia dell’AIDS si rivelano oggi entrambe necessarie per contrastare la forza di progressione dell’epidemia in Africa (la terapia, peraltro, facendo diminuire la carica virale nel malato diminuisce anche la possibilità di trasmissione dell'infezione e ha dunque pure un effetto di prevenzione).

E' noto come per molto tempo non sia stato possibile curare efficacemente la sindrome da immunodeficienza acquisita. Ma oggi un trattamento esiste. Le conoscenze acquisite sul virus hanno portato da una decina di anni a questa parte a farmacoterapie finalmente efficaci, le cosiddette multiterapie antiretrovirali. In Occidente tali trattamenti hanno abbattuto in misura sensibile i tassi di mortalità da HIV: un sieropositivo europeo o statunitense non ha più necessariamente una sopravvivenza limitata.

In Africa, però, il medesimo trattamento è disponibile solo in qualche contesto e per alcune élites. Questo è uno dei tanti paradossi del nostro tempo e della nostra società: disporre di trattamenti efficaci, ma non adoperarsi per renderli accessibili a chi ne ha altrettanto bisogno di noi, anzi alla stragrande maggioranza dei malati. Certamente l’accesso alla terapia in Africa presenta ostacoli non piccoli, di natura ambientale, economica, professionale, culturale. Ma il diritto alla terapia è un diritto umano troppo spesso violato, disatteso, e spesso senza neanche che questa violazione venga avvertita a livello di coscienza. La Comunità di Sant'Egidio ha sentito di dover raccogliere il silenzioso appello che si leva oggi dai malati di tanti paesi africani, da uomini e donne adulti, da giovani, ma anche da moltissimi bambini. Per i 22,5 milioni di persone infettatesi in Africa la prevenzione non può essere l’unica risposta, perché se lo fosse questa sarebbe una sentenza di condanna: per ognuno di costoro il problema della prevenzione non esiste più, esiste ora il problema della cura.

La terapia oggi è possibile, ed anche il discorso sulla sostenibilità della cura, sui costi diretti e indiretti di un programma sanitario di lotta all’AIDS in Africa, può essere affrontato in maniera meno rassegnata: le recenti risoluzioni in ambito WTO sui farmaci utilizzabili nei paesi in via di sviluppo per combattere la pandemia aprono in modo positivo in questa direzione.

 

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