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27/11/2006

IL PROGRAMMA DREAM

Una risposta all’AIDS esiste. E’ la terapia. Ma non è sufficiente portare i farmaci antiretrovirali nei paesi africani. E’ richiesto anche un intervento su larga scala per consentire la riorganizzazione di sistemi sanitari in pessime condizioni, per far ripartire ed implementare le elementari attività di educazione sanitaria e promozione della salute necessarie a contenere l'espandersi dell'epidemia.

L’AIDS si presenta infatti in Africa associato ad altri problemi: la povertà, la malnutrizione, la tubercolosi, la malaria, lo scarso livello d’educazione sanitaria, solo per fare alcuni esempi. Enucleare l’infezione da HIV da questo contesto non è possibile. Si impone una più generale assunzione di responsabilità: non solo e non tanto verso la singola malattia, l’AIDS, quanto, piuttosto, verso un intero universo sanitario, quello africano. La lotta all’AIDS, in tale prospettiva, può diventare il banco di prova di una globalizzazione maggiormente responsabile, più umana, di un impegno in controtendenza rispetto al crescente disinteresse internazionale verso l’Africa.

Proprio negli anni in cui si fa largo l’idea di abbandonare l’Africa a se stessa, la Comunità di Sant’Egidio ha sentito con sempre maggiore forza la coscienza dell’interdipendenza tra il Nord e il Sud del mondo, la consapevolezza che il futuro o sarà comune o sarà triste per entrambi. Tale consapevolezza scaturiva dall’essere una comunità cristiana (che non voleva e non poteva restare indifferente alle domande della parte più povera del mondo) ed insieme poneva una sfida.

E’ a questa sfida che la Comunità di Sant’Egidio ha inteso rispondere elaborando e promuovendo il programma DREAM, Drug Resource Enhancement against AIDS and Malnutrition.

DREAM rappresenta la realizzazione di un sogno. Il sogno di un approccio diverso all’AIDS (un approccio che unisse prevenzione e terapia), il sogno di un approccio diverso all’intero universo sanitario africano (un approccio che fosse libero dalle catene del pessimismo e della rassegnazione).

 

Ma realizzare DREAM non è stato facile.

L’ostacolo maggiore è stato di natura concettuale. Molte cose semplicemente non erano considerate possibili. O non erano considerate possibili in Africa. O non erano considerate possibili con gli africani. Si potrebbe chiamarlo ‘afropessimismo’, un immaginario antropologico che non trova, alla prova dei fatti, riscontri concreti, e che però sembra tanto reale ed inattaccabile e presuppone una diversità irriducibile tra l’europeo e l’africano, tra “noi” e “loro”. Si diceva più o meno apertamente, più o meno in buona fede, che gli africani non avevano il senso del tempo e quindi erano incapaci di seguire bene una terapia. Si diceva che uomini e donne poveri come quelli che vivono nell’Africa subsahariana sarebbero stati tentati di rivendersi quanto ricevuto, alimenti, filtri per l’acqua, farmaci, etc., piuttosto che utilizzarlo per star meglio. Si diceva che invincibili retaggi e pregiudizi culturali avrebbero impedito alle madri di imporsi di non allattare i propri neonati.

In realtà, i pregiudizi culturali a volte sono i nostri. Le madri africane tengono ai loro bambini esattamente come le loro “colleghe” occidentali e non fanno loro certo mancare il latte in formula o non trascurano le norme igieniche per la sua preparazione cui sono state istruite. I pazienti che vedono ritornare le forze e la salute non si sognerebbero mai di rivendersi ciò che ha operato in loro quasi un miracolo. L’afropessimismo, l’idea catastrofista e rassegnata di tanti occidentali per cui in Africa non si può fare niente, non va mai bene niente, non ci sono mai le condizioni per realizzare niente, non ha davvero ragion d’essere.

Si può semmai comprendere il pessimismo degli africani. La loro vita è dura, difficile in ogni dettaglio. Prendiamo ad esempio l’esperienza dei medici e dei paramedici: la mancanza di strutture e di mezzi, sia per gli operatori sanitari che per gli utenti; i soldi che mancano anche per le necessità più elementari ... tutto spinge ad essere pessimisti.

Ma è proprio qui che si può intervenire. E’ in un partenariato che non fa mancare i mezzi e le risorse, i farmaci, lo stipendio, i camici, in un quadro professionale serio, che diviene possibile convincere alla speranza, che diviene possibile far ritrovare a medici ed infermieri le ragioni del proprio lavoro. Perché non si vedono più i propri pazienti morire inesorabilmente, ma, al contrario, riprendersi e migliorare. In questa formula è anche la chiave per aiutare tanti africani a non fuggire dai propri paesi pensando che cambiamenti e progressi siano assolutamente impossibili.

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