Può essere ora utile analizzare almeno un’esperienza concreta del programma, anzi la prima esperienza, il primo radicarsi effettivo di DREAM in un sistema paese, il Mozambico. Anche perché tale radicarsi è stato quel banco di prova grazie al quale tante delle intuizioni e delle domande da cui l’équipe che ha messo a punto DREAM è partita si sono fatte da prassi e risposte efficaci, un modello per tanti altri sistema paese.
Si è partiti dal Mozambico a causa della lunga storia che lega la Comunità di Sant’Egidio a quel paese dell’Africa australe, una storia che va dagli aiuti umanitari inviati nei primi anni ’80, alla mediazione ufficiale tra guerriglia e governo che ha condotto all’Accordo generale di pace firmato a Roma il 4 ottobre 1992, al sorgere in tante città mozambicane di piccole e grandi comunità locali di Sant’Egidio. E’ stato appunto questo speciale legame con il Mozambico che ha portato la Comunità a scegliere quel paese per avviare il programma DREAM.
Era il gennaio 2002 quando ha iniziato a lavorare il nostro primo laboratorio di biologia molecolare mozambicano. Dieci anni dopo la pace di Roma si trattava di por fine a una nuova guerra, una guerra che mieteva ancora più vittime, la guerra dell’HIV. E gli inizi non sarebbero stati facili. Nelle prime settimane si presentarono al centro di salute che ospitava DREAM a Maputo solo pochi malati. Arrivavano per fare il test soltanto coloro che non avevano più nulla da perdere, i più disperati, quelli che si vedeva bene come avessero l’AIDS e che per questo erano allontanati da tutti.
Nel giro di due-tre mesi, però, questi stessi malati cominciarono a trasformarsi: si avevano risultati spettacolari, si assisteva a delle vere e proprie resurrezioni. Si vedevano donne che vivevano ormai abbandonate sulla stuoia della loro capanna, già rassegnate, passare da 30 a 70 kg di peso e ricominciare a prendersi cura dei numerosi figli. Si vedevano uomini molto malati, che non potevano più camminare, prostrati non solo dalla malattia, ma dall’umiliazione di non poter far più niente per la propria famiglia, rialzarsi, ricominciare a lavorare, ritrovare la propria dignità.
Tutto questo si è risaputo, ha vinto il pregiudizio e la paura, ha fatto rinascere la speranza. In due anni dai primi 50 test si è passati a più di 20000 nel solo Mozambico.
Sempre nel 2002, a maggio, e sempre in Mozambico, la Comunità di Sant’Egidio ha iniziato anche la propria attività di prevenzione nei confronti delle donne sieropositive in gravidanza. L’obiettivo di DREAM era però non soltanto quello di far nascere il bambino senza il virus dell’HIV combattendo la trasmissione verticale dell’AIDS, bensì pure quello di mantenerlo sano a lungo, grazie all’allattamento artificiale e - soprattutto - grazie al fatto che sarebbe stata tutelata e salvata anche la vita della madre. In Africa un orfano, anche se non ha l’AIDS, ha comunque una vita molto breve. E’ la sopravvivenza delle madri ciò che fa la differenza.
Ciò che ha caratterizzato l’approccio terapeutico scelto da DREAM è stato appunto l’iniziare la triterapia con le donne in gravidanza ed il continuare a trattarle anche dopo il parto, qualora ne avessero bisogno. Attualmente sono nati dal programma di prevenzione materno-infantile di DREAM 1500 bambini, di cui il 97% senza AIDS, con una percentuale pari a quella che si osserva in Occidente, ad ulteriore dimostrazione che le donne africane tengono alla salute dei loro bambini quanto le madri occidentali.
Si potrebbero fare molti esempi riguardo a come la terapia di DREAM ha cambiato la vita a tanti mozambicani, allungandogliela innanzitutto. Ma forse il più significativo è quello che registra il coinvolgimento degli stessi malati nella diffusione del programma.
Un gruppo di malate (ma anche di malati) della prima ora, che adesso sta bene, ha infatti fondato un’associazione, ‘Mulheres para o dream’, ‘Donne per il sogno’. Molte di queste donne lavorano per il programma, accolgono chi arriva per la prima volta, lo/la incoraggiano, lo/la aiutano a seguire la terapia o a curare i propri figli. Soprattutto testimoniano con la loro vita che l’AIDS non è una condanna a morte. Il che rappresenta un aspetto molto importante del programma, perché l’associazione diviene un fondamentale percorso di reinserimento nella vita: dall’esclusione e dallo stigma si torna ad uscire di casa, a lavorare e si trova il senso di poter aiutare gli altri e di diventare veicoli di trasmissione culturale.
Le attiviste di DREAM, dopo una lunga formazione, svolgono una inestimabile azione di educazione sanitaria alla pari, che va ben oltre le semplici nozioni sul virus dell’HIV e finisce per investire tanti altri aspetti della vita: l’alimentazione, l’igiene della casa e delle persone, la prevenzione di patologie infettive e molto altro. Così la donna, da principale vittima dell’AIDS, diviene protagonista della liberazione dalla malattia e il lavoro delle attiviste rappresenta l'utilizzo di una risorsa umana che si traduce in una ricchezza per il paese .
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