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Una storia dal Malawi: Enita, l’amore che non finisce

 

Enita era in ritardo, un ritardo insolito. Si sarebbe dovuta presentare al centro DREAM di Mthengo wa Ntenga (Lilongwe) già da tre giorni, per la visita medica di controllo e per ritirare i farmaci antiretrovirali per le settimane successive. Ma non era ancora venuta.
 
Era piuttosto strano. Enita aveva accolto con molta gioia la notizia di una possibilità di cura per sé e di un futuro libero dall’AIDS per il proprio bambino. A metà gennaio si trovava all`Antinatal Care (l’ambulatorio legato al centro di maternità) di Mponela, un villaggio nei pressi di Lilongwe, per una normale visita di controllo, quando aveva assistito alla presentazione del Programma DREAM che le nostre attiviste erano andate a fare. Era la prima volta che sentiva parlare di un programma di prevenzione verticale e questo aveva subito acceso in lei la speranza di poter aiutare il suo bambino a nascere sano. Questa speranza l’aveva spinta a fare una scelta.

Senza dire nulla a suo marito né a sua madre aveva chiesto di salire sul pulmino DREAM che tornava verso Mthengo wa Ntenga con le donne che desideravano iniziare il trattamento, si era registrata per entrare in assistenza ed aveva cominciato la terapia antiretrovirale. Il parto non era lontano ed era meglio non perdere tempo, in modo da ridurre al minimo la possibiltà di trasmissione del virus HIV al nascituro.

Pochi giorni dopo, il 30 gennaio per la precisione, Enita avrebbe dato alla luce un bel bambino di 3,200 Kg, vispo e vivace, Zuzeni.
 
Enita non sta in sé dalla gioia e nei giorni successivi al parto segue fedelmente le prescrizioni che riceve, si presenta regolarmente alle visite di controllo programmate per lei e per il bambino, prende con assiduità i farmaci che le permettono di allattare il figlio senza rischi.
 
Ma poi, improvvisamente, Enita non si presenta all’appuntamento programmato, i giorni passano, madre e figlio non si vedono. E’ un comportamento anomalo, che contraddice la storia di speranza e di fedeltà di quei due mesi. Il fatto che non sia venuta ci preoccupa … decidiamo di andarla a cercare.

Approfittiamo del primo martedì disponibile, il giorno in cui di solito si va a Mponela. Quel giorno, mentre, dopo la consueta attività di educazione sanitaria all’Antinatal Care, 13 nuovi pazienti si dirigono a Mthengo wa Ntenga con il pulmino, noi prendiamo la macchina e partiamo per andare a cercare Enita a casa sua.

Il percorso, come sempre quando si lasciano le strade principali, non è facile, ma riusciamo comunque a rintracciare finalmente il villaggio di Enita, diversi chilometri dopo Mponela, e a trovarne l’anziana madre.
 
Purtroppo, però, le notizie che riceviamo sono molto tristi. Enita è morta il 28 febbraio dopo una breve malattia. Aveva mal di stomaco, vomitava e perdeva sangue. La sua capanna era troppo lontana dal primo centro di salute e così era stato impossibile recarvisi per chiedere aiuto ad un clinical officer o ad un infermiere.

Scopriamo che nessuno in casa sapeva della sua sieropositività, neanche il marito. Ma Enita doveva aver detto – a giudicare da come siamo stati accolti – di aver trovato qualcuno che si era occupato di lei nell’ultimo periodo della sua gravidanza e nei primi tempi dopo il parto. Ci offrono i prodotti del loro appezzamento di terra, canna da zucchero e mais, e ci invitano a tornare un giorno per pranzare insieme.

Con la famiglia di Enita andiamo a farle visita al cimitero. Mentre ci incamminavamo verso il luogo della sua sepoltura molti vicini di casa si aggiungono a noi e si forma un piccolo corteo.

La tomba ha una semplice croce di legno con sopra inciso il nome di Enita.
 
Poi andiamo a vedere Zuzeni. Sta bene, è accudito dal papà e da una zia che si sono presi molto a cuore la sua situazione. Ma non è facile: da quando la mamma è morta Zuzeni mangia solo farina di miglio molto diluita con acqua.

Parliamo a lungo con il padre e la zia di Zuzeni spiegando loro l’importanza, per la salute del bambino, che sia portato regolarmente a Mthengo wa Ntenga, e ci salutiamo, dando loro appuntamento per l’indomani.
 
Il giorno successivo, eccoli che si presentano puntuali a Mthengo wa Ntenga, al mattino, il papà, la zia ed il neonato.

Siamo felici, ci organizziamo subito per fare il prelievo e la visita al bambino. Abbiamo anche comprato un biberon, prendiamo un po’ di latte al centro nutrizionale, lo scaldiamo e lo diamo al bambino, che succhia voracemente. Sia il papà che la zia si dicono estremamente contenti del fatto che non ci siamo dimenticati del bambino.

In effetti l’amicizia con Enita continua, fedelmente, anche dopo la morte della madre, e si fa speranza in una vita sana per Zuzeni. Spieghiamo che andremo avanti con i controlli fino ai 18 mesi: allora faremo il test per vedere se il bambino è positivo al virus dell’HIV o no.

Ma la zia ha detto che, qualunque sia il risultato, si impegna a prendersi cura del bambino per sempre.


Intanto nel loro villaggio, che si chiama Mpote, molti, a cominciare dal capovillaggio, chiedono di poter fare il test al centro DREAM di Ntengowantenga, per conoscere la loro situazione e quindi curarsi se ce ne fosse bisogno.

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