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Una storia dal Malawi: Esinda, la vittoria della preghiera e dell’amore

 
Quando, nel marzo scorso, ci siamo recati come ogni giovedì nella piccola cittadina di Lumbadzi, nei pressi di Lilongwe, nel locale Antinatal Care (il centro di salute per le donne in gravidanza), per far sapere alle donne in attesa dell’apertura del centro DREAM di Mtengo wa Ntenga e per spiegare come lì sarebbe stato possibile, e completamente gratuito, iniziare la terapia antiretrovirale della sindrome da HIV e la prevenzione della trasmissione verticale del virus, un’infermiera ci ha segnalato il caso di una donna di 26 anni, di nome Esinda, che era arrivata a Lumbadzi il giorno precedente ed aveva trascorso la notte davanti al cancello dell’Antinatal Care.
 
Esinda – ha iniziato a raccontare l’infermiera – era sieropositiva e soffriva di tubercolosi. Aveva cominciato a curarsi, ma aveva presto dovuto interrompere la terapia, a causa delle difficoltà incontrate per recarsi al centro di salute. Il suo villaggio era infatti a due ore di cammino da Lumbadzi e non erano disponibili mezzi di trasporto. E’, questo, il problema principale e generale di tutti i villaggi malawiani, del popoloso ed arretrato mondo rurale che è il cuore del paese, l’isolamento dalle vie di comunicazione, dal contatto con le città, i servizi, le scuole, gli ospedali.
 
Le condizoni di salute di Esinda si erano frattanto aggravate – continuava a raccontare l’infermiera -, aveva perso molto peso e si sentiva estremamente debole. Alla fine i suoi famigliari l’avevano allontanata da casa. Lei, non sapendo dove andare, si era diretta a Lumbadzi.
 
Mentre parlavamo con l’infermiera dell’Antinatal Care di Lumbadzi, Esinda se ne stava seduta sui gradini del centro di salute e con il dito scriveva per terra. Non aveva niente con sé, solo gli abiti che indossava: una camicetta strappata e un pagne con il marchio della Coca Cola.
 
Abbiamo deciso di portarla con noi, a Mtengo wa Ntenga. Esinda è salita sul pulmino insieme alle donne in gravidanza che avevano deciso di iniziare il programma DREAM ed è giunta al nostro ambulatorio. Il medico l’ha visitata e ha deciso di ricoverarla in ospedale. Ogni giorno siamo andati a trovarla e le abbiamo portato anche il pranzo, perché l’ospedale non fornisce pasti ai ricoverati.
 
Tutto ciò ha fatto sì che diventassimo amici, ovvero che si confidasse con noi, che ci raccontasse di come fosse stata cacciata di casa, ma anche che guardasse con più fiducia al futuro …. Insieme abbiamo cercato di capire dove sarebbe potuta andare. Quando i medici dell’ospedale hanno deciso di dimetterla, Esinda aveva trovato una soluzione: sarebbe andata a casa di una sua nonna, una donna povera e anziana, che però l’avrebbe accolta sicuramente. Noi l’avremmo accompagnata. Ritirata l’integrazione alimentare che diamo ai nostri pazienti, la bustina dei farmaci e le sue poche cose, Esinda è salita sulla nostra macchina.


Il villaggio della nonna di Esinda è lontano circa 20 km dal nostro ambulatorio. Qualche centinaio di metri dopo il “centro commerciale” di Lumbadzi si svolta a destra per una strada sterrata e ci si inoltra in una campagna davvero poco frequentata … per quella strada non passa nessun minibus, né alcun tipo di trasporto pubblico, in tutto il tragitto non abbiamo incrociato nessuna automobile. Il paesaggio è molto bello: intorno tutto è verde (è la stagione delle piogge), con una grande varietà di alberi e di piante con fiori coloratissimi.

Poi, pian piano, si inizia a incontrare anche la gente …. Come sempre in Africa ci sono persone che camminano ai bordi della strada con enormi pacchi sulla testa, acqua, foglie di tabacco, legna da ardere, etc.. Dal momento che la strada si fa sempre più stretta e dissestata al passaggio della nostra macchina uomini e donne a piedi si devono fermare e mettersi di lato, per liberare la pista.

Superiamo pure alcuni fiumiciattoli percorrendo instabili ponticelli costruiti con assi di legno. In prossimità dei corsi di acqua c’è sempre gente che si lava o che lava i panni, ma anche piccoli appezzamenti coltivati a mais o a tabacco, caprette che brucano l’erba e piccole mandrie di vacche custodite da bambini. Si iniziano anche a vedere gruppetti di povere capanne, di fango seccato, con i tetti di paglia, sopra i quali le foglie di tabacco sono state stese ad essicare; la gente alza la testa incuriosita, ci salutano.

Alla fine, dopo circa 45 minuti di strada sterrata, arriviamo al villaggio della nonna di Esinda. Scendiamo dalla macchina e ci dirigiamo verso la capanna che Esinda ci indica, mentre un piccolo fiume di gente incuriosita inizia a seguirci discretamente. 

La nonna ci ha aperto, sganciando il fil di ferro che chiude la tavola di legno che fa da porta, e noi siamo entrati. La stanzetta, molto piccola, non più di 4 m2, era estremamente povera, ma anche molto curata: un tappettino fatto con pelle di capretto accoglieva i visitatori, una sedia e una piccola panca permettevano di accomodarsi. Le pareti sembravano allargare l’ambiente, decorate com’erano con semplici e graziosi disegni, un sole che splende, dei fiori e delle foglie che crescono …. 

Ci siamo seduti ed abbiamo iniziato una conversazione non facile, tra il nostro inglese ed il chichewa di Esinda e della nonna. Ma si vedeva che Esinda è contenta, aveva cambiato volto, si sentiva di nuovo accolta e voluta bene. Le abbiamo raccomandato di essere fedele ai successivi appuntamenti al centro DREAM di Mtengo wa Ntenga. 

Nel frattempo alla porta della capanna si era creato un grande assembramento, 30 e più persone che sbirciavano dentro e commentavano la novità degli “azungu” (i bianchi, in chichewa) che erano arrivati al villaggio. Tutti hanno iniziato a divertirsi quando ci siamo messi a scattare qualche foto o a scambiare due parole con i bambini. 

Poi abbiamo salutato e abbiamo cominciato ad avviarci alla macchina – era quasi buio -, ma ci abbiamo messo un po’ ad andarcene: tutti volevano farsi fare delle foto, un uomo molto malandato eppure sorridente, due bambine che portavano sulla testa un secchio d’acqua, una donna del gruppo di capanne di fronte che ci chiamava con insistenza ed esigeva una foto di lei in posa davanti alle sue foglie di tabacco stese ad essiccare. 

Eravamo contenti, molto, mentre ripercorrevamo a ritroso la strada di terra battuta fino a Lumbadzi, ma ci chiedevamo anche: ce la farà Esinda a venire al prossimo appuntamento, a fare tutta questa strada? Ci siamo ripromessi che, se non l’avessimo vista, saremmo sicuramente ritornati a cercarla 

Il giorno dell’appuntamento, però, abbiamo avuto la gioia di vedere spuntare Esinda, puntualissima, tra un capannello di donne, davanti all’Antinatal Care di Lumbadzi.

Per venire era partita di casa il giorno precedente ed aveva trascorso la notte di fronte al centro di salute. Ci ha salutato, felice di incontrarci, con il volto ormai cambiato, senza quell’espressione disperata che avevamo visto il primo giorno.

Da Lumbadzi, con il nostro pulmino, siamo andati a Mtengo wa Ntenga per la visita e per la nuova somministrazione di farmaci antiretrovirali. 

Al centro DREAM tutti quelli che l’avevano conosciuta l’abbracciano con affetto, facendole molte feste. Anche Madaliso, il coordinatore del centro, le dice in chichewa la nostra gioia che sia venuta. E’ a questo punto che Esinda chiede la parola.

Parla in chichewa, l’unica lingua che conosce, e Madaliso traduce:
"Io vi voglio ringraziare. Sono grata a tutti per quello che avete fatto e che fate per me e per gli altri malati. A me non sembra vero quel che mi è accaduto in questi giorni. Poco più di una settimana fa ero disperata, senza forze, abbandonata dalla mia famiglia, non sapevo cosa fare, non avevo in mente nessuno che mi potesse aiutare. Ho pregato! 

L’unica cosa che potevo fare era pregare, ma mai mi sarei aspettata di essere esaudita così prontamente dal Signore e di trovare sulla mia strada persone così buone. Ringrazio il Signore perché non sono più sola. Ora ho dei nuovi amici, qualcuno che pensa a me. E ringrazio il Signore anche perché la cura che che mi è stata prescritta sta facendo effetto, giorno dopo giorno, e sento tornare in me le forze. Sapete, qualche mese fa avevo cominciato a prendere delle medicine, ma non mi facevano nessun effetto. 

Ho dovuto interrompere la terapia perché stavo sempre peggio, avevo forti dolori alle gambe, facevo fatica a camminare e non potevo dormire. Con queste medicine che mi date voi è diverso, giorno dopo giorno sento le mie forze crescere e sono fiduciosa che presto starò di nuovo bene". 
  

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