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Intervista a Lidia Lisboa, attivista DREAM, Direttrice del Centro Nutrizionale di Matola 2, Mozambico

La mia storia con DREAM è iniziata nella tristezza ed ora è nella gioia. 

Nel 2002 era morto mio marito, il padre di mia figlia Albertina. Poco dopo anche lei ha iniziato a stare male. Molto. Tanto che ha smesso di studiare: non riusciva più a camminare!
Siamo andati da un ospedale all’altro, ma era difficile trovare una cura e non avevo abbastanza soldi. All’ospedale, una dottoressa mi disse che se avessi avuto del denaro non sarebbe stato difficile curare Albertina. Ma io non avevo tutti quei soldi che mi chiedeva, non potevo guadagnarne abbastanza con i lavori che facevo di solito, ed era davvero improbabile che qualcuno me li prestasse. Da quando era morto mio marito non avevo più soldi. L’impresa presso cui lui aveva lavorato non mi aveva dato nulla e per di più la sua famiglia era venuta a casa per prendersi tutto ciò che aveva un qualche valore: non mi avevano lasciato quasi nulla! Ero molto preoccupata: anche trovare 10 meticais per il paracetamolo di Albertina era un problema. Tentai perfino di vendere la casa in cui abitavo per avere i soldi per curare mia figlia, ma non ci riuscii. 

L’unica cosa che mi restava era la speranza. La speranza in qualcosa che sembrava impossibile. E ad un tratto qualcosa accadde. Quella stessa dottoressa che mi aveva detto dell’esistenza di una cura, pur costosa, aveva saputo dell’apertura di un nuovo centro di salute. Mi disse di rivolgermi alla Comunità di Sant’Egidio. Io non la conoscevo, non ne avevo mai sentito parlare.
Andai subito, comunque, al centro DREAM. Entrai con un po’ di timore, ma non ci fu nessun problema. Albertina fece l’accettazione ed il prelievo. E ci dissero che presto avrebbe iniziato la cura. Ero così felice, ma era tutto così strano: tutto gratis! Quando ero entrata al centro ed avevo letto “Nao se paga” mi era sembrato impossibile. Eppure quella speranza che avevo coltivato un po’ contro tutto sembrava non essere stata vana …. Oggi posso dire che la salvezza della mia vita e quella della mia bambina mi sono state letteralmente regalate. 

Ma la mia nuova fiducia fu presto messa alla prova. Sono tornata quasi subito a DREAM perché mia figlia stava molto male: non riusciva né a sedersi, né a mangiare. Disperata, chiesi ai medici se potevano fare qualcosa per lei. Parlai con un’operatrice, che venne a casa con me, e decidemmo di portare Albertina in ospedale. Le fecero delle trasfusioni di sangue e scoprirono che aveva la tubercolosi. Grazie alle cure che ricevette in ospedale mia figlia stette meglio rapidamente. Era anche molto anemica, ma riuscì comunque a recuperare. Restò due mesi all’ospedale di Machava, ed era bello perché molti amici dalla comunità andavano a visitarla. Lei si sentiva molto meglio, era felice di tutte le attenzioni che riceveva, desiderosa di vivere e di star bene.
Non appena fu dimessa Albertina iniziò col trattamento antiretrovirale. Da allora è stata sempre meglio, fino a che, nel 2004, è tornata a scuola ed alle sue attività normali. Ora si impegna per realizzare il suo sogno, continuare a studiare. Non vuole voltarsi indietro a pensare al tempo perduto, o rassegnarsi perché è malata. Non vuole fermarsi, vuole andare avanti negli studi. Abbiamo vinto contro la malattia e quindi possiamo vincere contro tutto quello che troveremo d’ora in avanti. 

All’inizio, quando ho conosciuto DREAM, io ero preoccupata soprattutto per mia figlia. Stava così male! Anch’io avevo fatto il test e sapevo di essere sieropositiva, ma non stavo così male come lei, mi sentivo bene. 
Quando però Albertina cominciò a seguire il trattamento e la vidi guadagnare peso, ricominciare a giocare, riprendere le attività normali della sua età, crescere fino all’altezza che ha ora, capii meglio cosa vuol dire lottare contro l’AIDS. Non si deve ignorarlo, lo si deve affrontare. Lo stare meglio di mia figlia ha aperto una strada anche per me.
Ho cominciato anch’io il trattamento con gli antiretrovirali. Ho sofferto un po’ di allergia all’inizio, ma poi è passata. Una compressa la mattina ed un’altra la sera … ora sto bene. Ed in più ho nuove amicizie, nuove prospettive.
Oggi la mia vita non è la stessa di prima, è migliore. Ho ritrovato una forza e una speranza che non avevo neanche prima della malattia. Ho scoperto delle energie nuove, una forza di amore che mi fa amare tanti, direi tantissimi.
Oggi sono la Direttrice del Centro Nutrizionale di Matola 2 della Comunità di Sant’Egidio. Ogni giorno al centro mangiano circa 800 bambini. Bambini che hanno fame di cibo, ma spesso anche di affetto. In tanti mi chiamano mamma. Desiderano farsi accarezzare, farsi ascoltare, farsi lavare, farsi vestire. Per loro sono davvero una madre. E’ qualcosa di bello per loro, ma anche per me. E’ una realtà così bella che può sembrare un sogno. E’ il sogno di amore che posso dare a tanti piccoli.
I bambini qui in Africa vengono spesso per ultimi. Non si riesce a star loro dietro, ci sono troppi problemi. Bisogna soprattutto preoccuparsi di lavorare, di procurare il cibo e i vestiti necessari a tutta la famiglia; e quindi giocare con una bambina, avere gesti affettuosi verso un bambino, appare un po’ superfluo. Ma da noi, vogliamo che non sia così. Qui, insieme ad altre attiviste di DREAM, siamo come tante mamme che vogliono amare e prendersi cura di questi piccoli, in ogni aspetto della loro vita. Lavoriamo al Centro Nutrizionale, ci occupiamo delle adozioni a distanza. Conosciamo ogni bambino per nome, conosciamo la sua famiglia e i suoi problemi.
In questi ultimi mesi un bambino l’ho conosciuto ancora meglio. Jerson era stato abbandonato, veniva sempre al Centro Nutrizionale, in particolare da me. Mi chiamava ‘mamma’. Cercava come un riparo e una difesa, perché è malato al viso, è quasi sfigurato, ed allora gli altri bambini lo allontanavano. Io ho pensato: “Con Albertina adesso stiamo bene, la nostra casa è piccola, ma non così tanto da non accogliere un bambino”. E così ho parlato con Albertina ed abbiamo deciso di prenderlo in casa. Oggi è come un figlio per me ed un fratello per lei, lo stiamo curando e sta già molto meglio. Ha ripreso peso, gioca e va a scuola.
Ah, a proposito di scuola …. Anch’ io vado a scuola, ho ripreso a studiare, la sera. Frequento la stessa classe di Albertina, ma lei va la mattina. Ho come ritrovato una nuova giovinezza. C’è in me la curiosità di conoscere, di capire, di studiare. C’è un interesse culturale. Ed anche questo lo devo alla Comunità: sono stata due volte in Europa, a Roma, ho capito che il mondo è grande, che non è solo la mia storia e quella del mio quartiere.
La mia vita adesso è ricca di amici, di affetto, di tante cose, e ho il desiderio di dividere queste ricchezza con altre persone. Desidero aiutare tanti bambini. Aiutando loro sostengo e difendo il futuro del mio paese, di un paese che amo. Un paese in pace che però ha vissuto la guerra, quella guerra che è ancora nei miei occhi e nei miei ricordi. Quando penso alle cose più tristi della mia vita, penso sempre alla guerra vissuta quando ero ragazza. Ed alla malattia di Albertina e mia. Ma oggi in Mozambico c’è la pace ed anche l’AIDS lo stiamo combattendo e vogliamo continuare a combatterlo.
Io sto bene. Ma non voglio coltivare solo la mia gioia. Questa gioia è stata un regalo vero e proprio, l’ho detto prima. Ma ora sono io che posso regalare. Ho ricevuto gratis e voglio dare gratis. Posso dire che la mia storia con la Comunità mi ha insegnato proprio la bellezza del regalare, la bellezza del dono. Oggi voglio vivere a mia volta questa bellezza, la bellezza del dare, la bellezza del dare speranza a tanti che sono ancora schiacciati e vinti dal male. 

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