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Una storia dal Mozambico
Essere anziani in Africa: la generazione che custodisce il futuro

Conosciamo Joana, una donna mozambicana molto anziana, sin dall’inizio della storia di DREAM a Maputo.
Abbiamo infatti cominciato a frequentare la sua casa – anzi la sua capanna fatta di canne e fango – dal 2001, prima ancora che aprisse Machava, il primo dei centri DREAM in Africa, quando la Comunità di Sant’Egidio non aveva ancora messo su in Mozambico nessun ambulatorio, nessun laboratorio …. Allora non erano ancora pienamente disponibili le cure, c’erano tanta sofferenza e tanta disperazione, anche se si respirava già quell’amicizia tra volontari europei e malati africani che si sarebbe poi concretizzata e perfezionata in DREAM.
 
Per primo, in quei giorni, avevamo incontrato Luis, il genero di Joana, il marito di sua figlia Julieta. Già molto malato, Luis è stato il primo paziente che abbiamo accompagnato con un’attenta e fedele assistenza domiciliare fino alla fine, fino alla morte.
 
Dopo il suo funerale venne naturale non abbandonare quel legame che era nato con la sua famiglia allargata, numerosissima, tanto più che anche Julieta era malata. Ecco allora che – una volta l’uno, una volta l’altro – cominciammo a recarci da Joana.
 
La casa di Joana era sempre piena di gente, tante donne, tantissimi bambini e pochi uomini. Tra tutti costoro Joana spiccava, come una sorta di matriarca, come il vero punto di riferimento di figli, nipoti e pronipoti. Il motivo era semplice: la sua età.
 
Un’età sconosciuta, in quanto neanche Joana stessa sapeva esattamente quanti anni avesse, ma certamente molto avanzata. Erano senz’altro almeno un’ottantina le primavere di Joana, quando in Africa già a 40 anni si può essere considerati “vecchi”. Per questo nessuno la chiamava per nome, tutti si rivolgevano a lei con l’appellativo avó, cioè nonna.
 
Andare da Joana, a Matola Rio, non era semplice. Il villaggio è piuttosto lontano da Maputo città, circa un’ora di macchina, e l’ultimo tratto di strada è solo una lunga striscia di fango. La casa, poi, è molto povera, formata da due ambienti che la notte si trasformano in grandi giacigli fatti di canne e di stoffe sui quali dorme una quindicina di persone. La cucina è fuori, con un pentolone in cui cuociono la nsima (polenta di farina di mais) o il riso. Non c’è l’acqua e nemmeno la corrente elettrica. Il bagno è poco distante, fatto di quattro pareti di canne ricoperte da stoffe vecchie e lise.
 
In questo contesto piuttosto povero Joana è una donna davvero speciale. Quando ci vedeva si alzava in piedi, ci sorrideva e cominciava a parlare come un treno.
 
Non si fermava neppure per un momento, ma il problema era che si rivolgeva a noi in shangane, la lingua che si parla nel Mozambico meridionale, e non in portoghese …. Non si capiva nemmeno una parola …. Anzi no, due parole, pian piano, le abbiamo imparate anche noi: makinina, che vuol dire medicina e kanimambo, che significa grazie.
 
Col tempo, infatti, sulla bocca di Joana le parole makinina e kanimambo si sono ripetute sempre più spesso, man mano che Julieta prima, ed altri quattro membri della grande famiglia allargata di questa nonna mozambicana poi, si sono testati per il virus HIV e, risultati positivi, sono entrati in cura presso il Programma DREAM.
 
Ora, non era scontato, o senza significato, che Joana ci parlasse tanto di medicine …. A terra, di fronte alla sua capanna, distese sulle capulane – le stoffe tipiche africane così come vengono chiamate in Mozambico -, si trovavano erbe, radici, semi, zampe di animali, pietre, conchiglie, ossa, … insomma, le cose più strane, tutte lì a seccarsi al sole caldo africano. Era Joana stessa che le utilizzava. Per “curare”. Era infatti una curandeira, cioè una guaritrice tradizionale. Venivano anche da molto lontano per “curarsi” da lei. Era tutta la vita che aveva fatto quel lavoro ed era grazie ad esso che riusciva a sfamare tutti.
 
 
Bene, proprio Joana, questa guaritrice tradizionale, che aveva la “sua” medicina, aveva capito pian piano che l’AIDS si cura solo con le medicine di DREAM (o con altre analoghe, ovviamente …), e per questo si era fatta molto attenta a che la figlia e le altre persone della sua famiglia in cura con noi prendessero sempre le compresse giuste e sempre alla stessa ora. Joana aveva visto morire troppa gente, e purtroppo anche figli e figlie, nipoti e pronipoti (per costoro la cura con gli antiretrovirali era giunta troppo tardi), per non conoscere perfettamente il valore incommensurabile di quelle pillole che potevano davvero guarire e salvare.
 
Ora nella casa di Joana abitano 14 persone. Quasi tutti sono bambini, affidati come tanti altri bambini africani a un nonno o a una nonna, l’unico parente che sia sopravvissuto alla terribile epidemia di AIDS. Tante madri, tanti padri non ci sono più, e sono i nonni come Joana, la generazione più anziana, a prendersi cura dei più piccoli, a custodire il loro futuro, il futuro di interi paesi. Joana si preoccupa per loro, circonda di amorevoli premure le loro piccole vite, e spera che almeno l’anno prossimo sia loro possibile frequentare la scuola. Noi vedremo come aiutarli ….
 
La storia di Joana è – così ci sembra – una storia emblematica.
Una donna anziana, che ha sofferto tanto, che ha vissuto poveramente, che si è affidata per tanto tempo a un sapere tradizionale, alla forza dei legami parentali. Una donna che non si è lamentata, ma ha stretto i denti, si è fatta forza, si è impegnata con tutte le energie per cavarsela. Una donna sulle cui spalle è ricaduto il peso di tante difficoltà – e pochi sono stati gli uomini che l’hanno aiutata o sostenuta -, da quelle piccole della vita di tutti i giorni a quelle grandi della Storia, del colonialismo portoghese, della terribile e sanguinosa guerra civile, dell’AIDS. Ma che comunque ha resistito. Per sé, e per i bambini più piccoli.
 
Questa donna anziana è Joana …, ma è anche l’Africa, il più vecchio dei continenti (l’umanità è nata fra quelle foreste e quelle savane, e tutti noi discendiamo da una vecchia nonna come Joana, è la Lucy degli antropologi, o è Eva, se si vuole), un continente che si è confrontato con enormi difficoltà e che ha comunque ha saputo rivelare un’energia incredibile, un’enorme riserva di vita e di forza. Joana è per certi versi l’immagine stessa dell’Africa. Di un’Africa che resiste, che sa cambiare, se serve, anche alla sua età, che non rinuncia al proprio futuro, ma anzi lo custodisce con amore e con fiducia.
 

Le donne in Africa sono l’Africa, senza di esse tutto sarebbe impossibile. Generazione dopo generazione continuano a portare avanti la sublime e difficile missione di proteggere e trasmettere la vita. Joana si affida per questo alle sue forze, ma anche ai suoi nuovi amici.

Dice di non essere stanca: lei è felice, perchè la sua famiglia si cura. Joana, la curandeira, fa pubblicità a DREAM, alla makinina che l’aiuta nel suo sforzo di custodire la vita e il futuro dei suoi cari.

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