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Inside DREAM. L’intervista ad Alessandra Morvillo

Dream non è soltanto un programma di cura e prevenzione contro l’Hiv in Africa, è una comunità di persone che lavorano insieme all’insegna dello scambio reciproco per migliorare e crescere, sempre. Medicina di eccellenza e cura della persona sono gli elementi distintivi che permettono alla Comunità di Sant’Egidio di garantire servizi di altissimo livello. A raccontarcelo è la country manager del programma Dream in Tanzania, Alessandra Morvillo che il sogno lo ha visto nascere e realizzarsi.

Com’era la situazione HIV in Africa quando Dream è iniziato?

“Quando Dream è cominciato la terapia non esisteva in Africa, non si pensava nemmeno che si sarebbe mai potuta fare. Era morta tanta gente, un’intera generazione di adulti era scomparsa, lasciando bambini orfani e le nonne che si prendevano cura di loro. Non essendoci la cura, scoprirsi sieropositivi era una condanna a morte e le persone preferivano non saperlo, in ogni caso fare il test era difficilissimo perché non esistevano posti dove farlo. Quello che non potevamo accettare era l’idea comune di rassegnazione, che si potesse fare solo la prevenzione e non la cura perché avrebbe avuto un costo troppo alto vista la quantità di malati. Sentivamo un senso di grande ingiustizia. Abbiamo cominciato con pochissime persone, piano piano, insieme abbiamo capito come fare, affrontato i problemi, quali erano le resistenze, non solo a livello paese, governo, istituzione ma anche le paure, i limiti delle persone e del personale sanitario. La vera prevenzione è il trattamento e così abbiamo lavorato molto per procurarci i farmaci, ma quello che ha fatto la differenza è stato l’approccio con le persone. Dovevamo rompere il tabù, convincere a fare il test. Fin da subito con le donne c’è stata grande intesa, sono state loro le prime vincitrici di questa battaglia. Erano le più colpite e hanno capito l’importanza della cura, a parlare tra di loro, testimoni del trionfo della vita sulla morte. I loro bambini nascevano ed erano sani, questo le ha motivate a diffondere gli effetti positivi della terapia. La cura ha cambiato il loro ruolo nella società, sono tornate a lavorare, si sono riappropriate della loro vita e della loro dignità. Grazie alla loro capacità di coinvolgere gli altri, diffondere la conoscenza, sono riuscite a trasformare l’ambiente in cui vivono, schierate contro lo stigma  che le colpiva”.

Che ruolo hanno le donne in Dream?

Centrale, loro sono protagoniste assolute. Da pazienti sono diventate le testimonial dell’efficacia del trattamento. Il loro potenziale è venuto fuori lavorando insieme. Soprattutto all’inizio, la maggioranza dei pazienti dei nostri centri Dream erano le donne. Si ammalavano di più ma si volevano curare, al contrario degli uomini non accettavano la condizione della malattia. Avevano bisogno di essere sostenute, questo coraggio andava alimentato. La prevenzione materno infantile ha inciso, era la prova concreta che era possibile, l’HIV non era più una condanna a morte. Quando altre donne se ne sono accorte la speranza si è moltiplicata grazie alla voglia di tante pazienti che hanno sentito forte gratitudine nell’essere state accolte e hanno voluto restituire l’aiuto ricevuto stando accanto a tutte le altre che ne avevano bisogno.

Quanto è forte il peso dello stigma oggi?

Molto, lo stigma dell’HIV è ancora una realtà. La paura della malattia c’è, a prescindere da credenze e superstizioni. La situazione è migliorata, il test si fa ma rimane il problema della medicina tradizionale. Sedicenti profeti assicurano guarigione, successo e le persone abbandonano le medicine così spesso abbiamo a che fare con pazienti che arrivano nei centri in condizioni di malattia già avanzata.

Per Dream il paziente è fondamentale. In che modo?

Crediamo che prima della malattia ci siano delle persone e per noi sono importanti in quanto tali. Il loro approccio alla terapia è decisivo per la sua efficacia. Coinvolgerli nella cura da un lato e comprendere il loro stato, la loro situazione, anche personale dall’altro, vuol dire renderli responsabili e questo li porta ad essere aderenti al trattamento. Rispetto all’occidente, in Africa spesso il paziente non viene messo al corrente della sua condizione perché non gli viene data importanza. Se non spieghi, non informi, la malattia si veste anche di un alone magico come nei casi di epilessia che vengono descritti come maledizioni. La conoscenza combatte l’ignoranza e la superstizione che poi genera discriminazione.

Quali sono i pilastri di Dream?

La gratuità delle cure e la formazione che avviene nei centri Dream mettendo a confronto le conoscenze di medici italiani o europei e di quelli locali. Corsi, formazione continua per specifiche figure come il personale di laboratorio, coordinatori, medici, infermieri. Corsi locali e internazionali. Un percorso arricchito dallo scambio reciproco con lo scopo di dare il meglio, quello che era presente nel resto del mondo doveva essere reale e possibile anche per l’Africa. Poi c’è il valore della condivisione. Crediamo nell’idea di lavorare insieme con il personale locale perché i protagonisti assoluti del programma sono loro che lo portano avanti ogni giorno. L’obiettivo è che non ci si senta solo dei dipendenti ma soggetti propositivi. Abbiamo a che fare con persone in difficoltà, con problemi, situazioni complicate, che si sente sola, a cui bisogna dare speranza, dimostrare che è possibile stare bene e quindi è importante comunicare, essere empatici. Non ci possiamo accontentare di svolgere il lavoro, vogliamo migliorare le condizioni del paziente, del paziente.

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