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Covid-19, affrontare il contagio in Africa: la vera sfida per la salute globale

L’emergenza Coronavirus in Africa. L’impegno del Programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio. Intervista a Paola Germano, direttrice del programma sanitario.
  • Qual è la situazione relativa alla diffusione del Coronavirus nei Paesi in cui lavora DREAM, in Africa?

Dream opera in 10 Paesi diversi e la situazione non è la stessa. Inoltre, bisogna tener presente che le possibilità di fare il test sono molto poche, la gente muore e non si riesce a verificarne la causa. È una situazione completamente differente dall’Occidente, dove ci sono strumenti e infrastrutture, anche se insufficienti ma comunque numerose. Nei 10 Paesi in cui siamo presenti vengono segnalati poco più di 2000 casi confermati, mentre in tutto il continente sarebbero meno di 16000. Il problema è che qui si fanno pochi test, la diffusione sarà senz’altro maggiore. Si prevede, ma nessuno lo sa veramente, che l’aumento importante sarà con arrivo dell’inverno, quindi fine maggio, giugno, luglio.

  • I governi dei diversi Paesi quali misure hanno adottato per prevenire e arginare il rischio di contagio?

La prima cosa è stata chiudere le frontiere e mettere in quarantena chi veniva da Paesi con infezione in atto. La maggior parte dei governi ha posto un limite agli assembramenti tra le 10 e le 20 persone, invita a lavorare da casa chi può, ma in realtà solo pochi possono permetterselo. Controllano i mercati, in alcuni Paesi li hanno chiusi, ma si vedono per strada banchi di vendita con molta gente e l’uno vicino all’altro. I trasporti pubblici sono quasi inesistenti, in Africa si utilizzano piccoli pullman privati, spesso strapieni. I governi hanno limitato il numero di persone che possono salire e la polizia controlla. Questo ha generato una carenza di pullman perché molti privati dicono che non guadagnano abbastanza e quindi non gli conviene. In questo modo la gente non riesce ad andare al lavoro o a spostarsi molto. La maggioranza delle persone non può permettersi un’auto privata, quindi mancano le alternative per spostarsi. Sono vietate cerimonie pubbliche, messe, incontri.

  • Nei Paesi in cui è presente DREAM, molti dei quali con un sistema sanitario carente, sono applicabili le misure di prevenzione che hanno messo in campo i paesi europei, Italia compresa?

In qualche modo i governi africani hanno adottato le nostre misure in maniera più soft, sarà impossibile fare come in Italia. Anche l’isolamento a casa è qualcosa di completamente diverso se abiti in una township dove le abitazioni sono addossate l’una all’altra. Inoltre l’indicazione di lavare sempre le mani rimane pura teoria in luoghi in cui scarseggia l’acqua, così come l’obbligo della mascherina. L’isolamento poi comporta la perdita di lavoro per molti. Un grandissimo numero di persone vive di lavori informali, non salariati. Adeguarsi alle misure comporta la fame e già sono cominciate le proteste in alcune città. Sarà molto difficile adeguarsi alle misure occidentali in un contesto di condizioni di vita molto diverse dalle nostre, pena la fame e le rivolte.

Inoltre, c’è il problema delle strutture sanitarie: sono poche, come del resto i medici, e soprattutto inadeguate. Chiaramente ci sono differenze da Paese a Paese, ma comunque tutti sono sotto organico. Con aiuto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e i Centri per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie, si stanno attrezzando dei piccoli centri di riferimento per i primi infetti, ma parliamo di unità. Non sappiamo se in Africa si raggiungeranno le stesse nostre cifre, se così fosse ci sarà il problema delle terapie intensive, che significa la necessità non solo di aumentare i posti che oggi sono solo alcune unità, ma anche quella di trovare rianimatori in grado di intubare i malati.

  • Ci sono problemi di approvvigionamento dei dispositivi di protezione, come è accaduto anche in Italia?

Certo e molto peggio che da noi. I donatori internazionali stanno cercando di supportare inviando materiale, soprattutto la Cina, ma spesso i dispositivi scompaiono e vengono venduti a un prezzo dieci volte superiore nei negozi. In Mozambico non ci sono mascherine per il personale sanitario per esempio. Bisogna anche considerare che la domanda di materiale è enorme e che i paesi occidentali che hanno cominciato già tre mesi fa hanno fatto incetta di quello che c’era sul mercato, quindi la domanda di approvvigionamento, anche laddove c’è, fa fatica ad essere esaudita.

  • I media, nei diversi Paesi, stanno diffondendo notizie pertinenti o a prevalere sono credenze popolari e fake news?

Dipende dai Paesi. In genere sono giornali di regime, quindi tendono a sminuire l’emergenza, in altri casi – come il Malawi – si diffondono fake su rimedi naturali o magici. La gente è nel panico, ha visto quello che succede da noi ed è terrorizzata. Molti cercano in una diffusa cultura magica e naturalista scorciatoie o soluzioni che a loro sembrano più accessibili e facili. I media spesso gli vanno dietro. Manca un’informazione scientifica seria.

  • Qual è il ruolo di DREAM nella gestione dell’emergenza nei Paesi in cui interviene?

È un ruolo di avanguardia. Innanzitutto DREAM da quasi 20 anni si occupa di malattie infettive, con operatori ben formati e strutture avanzate. Ci siamo già passati con AIDS e poi con Ebola. Questo è un grande vantaggio che ci trova già pronti ad affrontare l’emergenza senza grandi sforzi, al contrario delle infrastrutture sanitarie pubbliche. Inoltre abbiamo cominciato a preparare i nostri centri all’arrivo del virus già due mesi fa, quando ancora in Africa si pensava che, siccome era caldo, non sarebbe arrivato o che i neri erano immuni al virus.

  • Come procede il lavoro ordinario di DREAM in questa situazione emergenziale?

Innanzitutto si è ridotto il grande afflusso di pazienti cominciando a dare le medicine per tre o sei mesi a seconda dei casi. Questo sia per evitare grandi assembramenti nei centri sia per permettere ai malati di non spostarsi troppo con i mezzi pubblici, che costituiscono un rischio di contagio. Abbiamo attivato più controlli telefonici e a distanza per monitorare i malati, anche se non vengono più così frequentemente ai centri di cura. Al tempo stesso queste procedure espongono il personale sanitario a minor rischio. Chiaramente abbiamo fornito al nostro personale tutto l’equipaggiamento di protezione necessario.

In ogni centro viene effettuato su ogni singolo paziente che arriva lo screening per individuare i casi sospetti e quindi destinarli rapidamente ai centri di riferimento nazionale, evitando il passaggio pericoloso dagli ospedali. In alcuni paesi come Mozambico e Malawi, a causa della carenza di mascherine, le nostre attiviste hanno cominciato a produrle di stoffa per proteggere il personale, distribuendole anche ai malati.

Inoltre i laboratori di biologia molecolare di DREAM sono in grado di eseguire i test per COVID essendo attrezzati con gli apparecchi necessari. Per ora, in ogni Paese il laboratorio di riferimento per i test è quello nazionale, ma siamo ancora a numeri piccoli. Con la diffusione del virus ci sarà bisogno di altri laboratori, come è successo da noi. Noi ci siamo preparati e abbiamo offerto ai Ministeri della Salute la nostra disponibilità a fare test.

  • Qual è l’appello che  DREAM, come programma sanitario, può lanciare alla comunità internazionale per non abbandonare l’Africa in un momento così complicato per tutti?

Mai come questa volta un’epidemia ha mostrato al mondo che siamo tutti sulla stessa barca. Spesso è accaduto che le grandi epidemie si manifestassero soprattutto in Paesi più poveri, facendo sentire immuni i Paesi ricchi o almeno indifferenti alle sofferenze di tanti. Questa volta ci siamo tutti dentro e l’epidemia ha dimostrato che il virus non conosce frontiere e che la globalizzazione non è solo economica, ma anche le malattie si sono globalizzate. Curare la popolazione di un Paese e non preoccuparsi degli altri non funzionerà, il contagio supera le frontiere, viaggia e non si potrà vivere per sempre isolati. Quindi è un problema mondiale, che si risolve solo a livello globale e non locale. Certo, questo comporterà uno sforzo economico maggiore per l’Africa viste le condizioni delle sue strutture sanitarie, a cui la comunità internazionale pur provata dovrà contribuire, pena ritrovarsi il virus di nuovo in Occidente. Questa epidemia ha cambiato le nostre vite e quelle dei nostri Paesi e probabilmente per un lungo periodo, anche con cambiamenti sostanziali dei nostri stili di vita. Sarà difficile tornare indietro del tutto. Nessuno si salva da solo davanti a questa epidemia, che ci piaccia o no. Bisognerà tenerne conto e lavorare insieme perché il diritto alla salute sia realmente un diritto di tutti, perché tutti possano vivere meglio.

 

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