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Dream e Fondazione Pierfranco e Luisa Mariani: grazie a un nuovo progetto due nuovi centri epilessia in Africa

Chimwemwe (nome di fantasia) ha 11 anni, soffre di una forma particolare di epilessia con allucinazioni, ci racconta “sento voci e vedo persone”, poi perde coscienza. La sorella maggiore che da poco ha partorito ci chiede: “è contagiosa?”. Chimwemwe è impaurita, non sa cosa sia l’epilessia, nessuno glielo ha mai detto. Antoine (nome di fantasia) ha 13 anni, soffre di epilessia da quando ne aveva 5; la madre lo ha abbandonato per paura di esserne contagiata e di rimanere anche lei vittima di stregoneria. Da allora non lo ha più cercato. Sono storie dolorose e purtroppo frequenti in Africa.

Nel continente africano sono oltre 10 milioni i malati di epilessia, soprattutto minori. HIV, malaria, problemi al momento del parto e malnutrizione sono tra i fattori determinanti.

Gli epilettici in Africa muoiono 3 volte più che altrove; come riportato nei Vangeli duemila anni fa, tutt’oggi questi malati muoiono soprattutto per annegamento e per le ustioni da caduta nei bracieri, centro della vita di tante famiglie povere.

L’epilessia è una malattia cronica e, come accadeva per l’HIV, oltre il 70% degli epilettici non ha accesso alle cure, è sottoposto a stigma e isolamento. Gli specialisti che la curano, i neurologi, sono una vera rarità: uno ogni 3 milioni di abitanti.

Da tempo DREAM incontra questi malati e cerca di dar loro cure, amicizia e affetto. Ma l’epilessia è una malattia che richiede competenze molto specifiche e farmaci spesso costosi, non facili da reperire.

La Fondazione Pierfranco e Luisa Mariani da sempre si occupa del disagio dei bambini affetti da malattie neurologiche e già nel 2019 aveva favorito la cura dell’epilessia a DREAM, sostenendo le spese per la formazione di un medico del centro DREAM di Blantyre, il Dr Tolno, presso la Neuropsichiatria infantile dell’Istituto Neurologico Besta di Milano diretta dal Dr Nardo Nardocci. Quest’anno la Fondazione Mariani è andata oltre e con DREAM ha lanciato un progetto quinquennale per l’apertura di due centri epilessia, uno a presso il centro DREAM di Bangui in Repubblica Centrafricana, l’altro al centro DREAM di Balaka in Malawi. Il progetto prevede la formazione neurologica in epilessia del personale DREAM, l’acquisto dei medicinali indispensabili per curare la malattia e l’acquisto di un videoelettroencefalografo e dei materiali necessari.

A DREAM la notizia è stata accolta con entusiasmo da tutto il personale dei centri e dai malati epilettici che DREAM segue da tempo. In questi giorni il progetto è già iniziato e si sono tenuti i primi due corsi di formazione per il Malawi e per la Repubblica Centrafricana. Per ora i corsi di formazione sono stati svolti a distanza via web. Anche se a tenuti a distanza, sono stati per tutti una vittoria, un passo in avanti in un cammino e destino comune nonostante la minaccia della pandemia COVID.

Quelle di Chimwemwe e Antoine sono storie di rinascita. Chimwemwe ha trovato nelle nostre parole affetto e rassicurazioni, il muro fatto di superstizione, credenze magiche, diffidenza e stigma che chiudeva la sua vita è stato buttato giù, ci sorride, anche la sorella, torna la voglia di chiacchierare, finalmente una vera adolescente, ci racconta che il suo sogno da grande è diventare pilota! Antoine grazie alle cure che ha ricevuto a Dream sta bene e ora ha una vita normale, ci regala sorrisi. Il sogno continua.

Articolo a cura di dr. Massimo Leone, Neurologo, IRCCS Istituto Neurologico C.Besta

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Coronavirus: il lavoro di DREAM in Africa per prevenire la diffusione del virus

Il Coronavirus è arrivato anche in Africa e il Programma DREAM della comunità di Sant’Egidio sta intervenendo, nei Paesi in cui lavora, per prevenire la diffusione dei contagi fornedo materiale informativo alla popolazione e dispositivi di protezione al personale.

Il nuovo Coronavirus n-Cov in tempi brevissimi ha infettato quasi tutto il mondo e così anche i paesi africani si sono trovati a fronteggiare l’emergenza. I primi paesi a registrare dei casi sono stati i paesi del Nord Africa, come l’Algeria, seguiti dai paesi dell’Africa Subsahariana dove il virus è stato trasportato da persone in provenienza dai paesi europei (soprattutto per quanto riguarda l’Africa Occidentale) e dai paesi del Golfo (soprattutto per quanto riguarda l’Africa Sud Orientale).

Secondo il situation report del World Health Organization del 24 marzo 2020, nella regione africana finora si sono registrati 1305 casi e 26 morti, in 37 paesi.

I paesi più colpiti sono: Sud Africa (709 casi), Algeria (231 casi), Burkina Faso (99 casi), Senegal (79 casi), Camerun (72 casi), Repubblica Democratica del Congo (36 casi), Rwanda (36 casi).

La malattia COVID 19 rappresenta una sfida drammatica in Africa, dove la gente vive in abitazioni sovraffollate, con scarsi servizi igienici e scarse disponibilità di acqua, trasporti affollatissimi, una popolazione estremamente mobile internamente e con tantissimi contatti con paesi europei, come si è visto dalla rapida propagazione del virus. Le misure igieniche e di distanziamento sociale saranno, dunque, difficili da applicare. Inoltre, nella maggior parte dei paesi le strutture sanitarie sono già sovraccariche, e non sono disponibili le rianimazioni e i respiratori.

Questo ha ingenerato una grandissima preoccupazione sia nei governi che nella popolazione. Molti governi, apprendendo dalle esperienze europee, hanno già applicato misure di distanziamento sociale e in qualche caso anche di lockdown, oltre alla chiusura delle frontiere. Nella popolazione si è diffuso il panico, con accaparramento di mascherine e gel igienizzanti che sono già introvabili e a prezzi proibitivi, e con fake news di tutti i tipi che girano sui social media, come la notizia che l’epidemia in Italia sarebbe dovuta all’uso di fazzolettini di carta provenienti dalla Cina.

Sant’Egidio ha cercato di rispondere subito alle problematiche poste dal diffondersi dall’epidemia, con due direttrici: preparare i centri DREAM a garantire il funzionamento anche in tempi di COVID, proteggendo gli operatori e i pazienti, e diffondere materiale informativo corretto alla popolazione.

Sono quindi stati preparati percorsi per evitare affollamenti di pazienti, sono state istituite postazioni di triage per separare i pazienti più a rischio dagli altri, si è cercato di fornire al personale tutti i dispositivi di protezione adeguati all’attività di ognuno. Il procurement dei dispositivi di protezione come le mascherine e dei disinfettanti è quello che ci preoccupa di più, e per questo in ogni paese ci stiamo attivando in tutti i modi.

Si è deciso di diffondere alla popolazione messaggi semplici per la prevenzione del virus, quelli che sono presenti sul sito del World Health Organization, per dare un messaggio univoco e chiaro.

Inoltre, le sartorie dei centri nutrizionali DREAM di Matola e Blantyre si stanno attivando per produrre mascherine per la popolazione.

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MALAWI, CIRCA TREMILA MORTI L’ANNO PER CANCRO ALLA CERVICE UTERINA. SCREENING E PREVENZIONE POSSONO FARE LA DIFFERENZA

In occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro (4 febbraio) vi proponiamo questa interessante intervista a Hawamamary Sangaré, medico che da anni lavora con il programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio nella prevenzione del cancro alla cervice uterina in Malawi.

 

 

Cosa ha spinto il team del programma DREAM in Malawi ad avviare il lavoro di prevenzione del cancro alla cervice uterina?

Come organizzazione che da oltre dieci anni si occupa della prevenzione e cura dell’HIV in Africa, abbiamo notato che l’assistenza che forniamo nei centri DREAM di Sant’Egidio ha migliorato molto la qualità della vita delle persone affette da HIV, sia da un punto di vista clinico che sociale, ma nonostante i risultati positivi relativi all’HIV, alcune donne nel nostro programma sono morte non a causa dell’HIV ma per il cancro alla cervice uterina. La morte di ognuna di quelle donne è stata un’esperienza terribile per noi, perché l’assistenza fornita da DREAM va oltre il semplice trattamento della malattia, diventa una questione di relazioni umane. Ci siamo sentiti impotenti nel vedere le nostre amiche, sorelle, figlie e madri morire a causa del cancro alla cervice uterina, quando questo in realtà può essere combattuto con la prevenzione.

La morte di quelle donne ci ha fatto entrare nel programma di prevenzione del cancro alla cervice uterina con uno slogan “Il cancro alla cervice è prevenibile, nessuna donna dovrebbe morire a causa di questa malattia”

 

Quando avete iniziato?

Abbiamo iniziato a lavorare sul programma di prevenzione del cancro alla cervice uterina nel 2016, ma avevamo già da tempo cominciato a consigliare alle pazienti di DREAM di sottoporsi agli appositi screening negli ospedali centrali.

 

Come lavorate sulla prevenzione? Che tipo di metodo adottate?

Per prima cosa abbiamo cercato di capire perché il Malawi ha un alto tasso di cancro alla cervice uterina. Alcune cause principali sono: mancanza di consapevolezza, assenza di screening soprattutto nelle aree rurali, insufficiente formazione da parte di chi somministra gli screening, carenza di materiali di screening e attrezzature per il trattamento, mancanza di un programma di vaccinazione contro il Papillomavirus e alta presenza di contagi da HIV.

Sulla base dei nostri risultati e delle risorse disponibili, abbiamo basato la nostra strategia su: formazione dei  di screening del cancro alla cervice; donazione di materiali per lo screening e apparecchiature per il trattamento alle strutture gestite dal Ministero della Salute; attività di orientamento per i giovani e le giovani, nonché per gli opinion leader (anche religiosi) in modo tale da farli diventare attori principali nella sensibilizzazione sul cancro alla cervice uterina; formazione ai pazienti, indirizzando le donne della comunità verso strutture dove si effettuano screening e supportando le donne disabili ad accedere ai servizi di prevenzione; sensibilizzazione e screening di massa rivolti principalmente alle aree rurali, dove i servizi di prevenzione non sono disponibili, tutoraggio e supervisione con la collaborazione del Ministero della Salute.

 

Qual era la situazione all’inizio del vostro lavoro e qual è oggi? Puoi riportarci i numeri dei risultati raggiunti?

La situazione prima dell’avvio del nostro programma è quella descritta dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) e dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) con il documento “GLOBOCAN 2012: stima dell’incidenza del cancro, mortalità e prevalenza in tutto il mondo nel 2012: schede informative sul cancro: cancro alla cervice uterina. Lione: IARC; 2014”. Secondo i dati riportati, il Malawi ha il più alto tasso di cancro alla cervice uterina al mondo, con tasso standardizzato per età (ASR) di 75,9 su 100.000 (Fig 2) [7]. Anche la diffusione del Papillomavirus (HPV) è alta: 33,6%. Le fonti stimano che 3.684 donne sviluppano il cancro alla cervice e 2.314 muoiono ogni anno a causa della malattia.

Facendo ricerca sul campo, abbiamo collegato l’alto tasso di cancro alla cervice uterina alle cause già citate: mancanza di consapevolezza, pochi fornitori di screening, molte strutture prive di personale qualificato, mancanza di vaccinazione contro l’HPV, ecc…

Il Ministero della Salute non ha ancora pubblicato dati aggiornati, in quanto è ancora in corso il piano nazionale quadriennale di controllo del cancro alla cervice uterina 2016-2020, ma ad oggi governo e partner stanno conducendo corsi di formazione, fornendo materiale per lo screening e attrezzature per il trattamento e promuovendo eventi di sensibilizzazione sul tema.

Nel gennaio 2019 il Malawi ha lanciato una campagna di vaccinazione contro l’HPV per le ragazze di 9 anni, utilizzando le risorse disponibili.

Come DREAM Sant’Egidio dal 2016 al 2018 abbiamo supportato il Ministero della Salute nella formazione di 96 professionisti sulla prevenzione del cancro alla cervice in 6 distretti, cui abbiamo fornito materiali per lo screening e attrezzature per il trattamento, abbiamo aiutato i Ministero a effettuare supervisione e mentorship clinica in 32 strutture sanitarie, abbiamo fatto diverse campagne di sensibilizzazione e di screening che hanno coinvolto oltre 20 mila donne: circa il 3% aveva lesioni pre-tumorali e l’1% sospetto cancro.

 

Molte delle attività sono incentrate sulla sensibilizzazione della comunità locale. Come reagisce la popolazione?

Il feedback è molto buono. Gli opinion leader incoraggiano le donne a sottoporsi agli screening durante le riunioni della comunità e altri eventi. I rappresentanti religiosi lanciano anche un messaggio di consapevolezza dopo la messa nelle chiese e durante la preghiera nelle moschee. I pazienti esperti portano messaggi informativi di porta in porta, volantini e manifesti.

In sostanza, la consapevolezza della comunità ha favorito l’aumento del numero di donne che si sottopongono a test di routine sul cancro alla cervice uterina. Alcune strutture sanitarie finiscono i loro materiali di screening prima della fine del mese e richiedono materiali extra a causa della forte domanda.

 

Nel corso degli anni avete riscontrato ostacoli e difficoltà nel vostro lavoro?

Sì. Abbiamo avuto alcune difficoltà. Alcune donne erano riluttanti, non volevano sottoporsi allo screening per il cancro alla cervice uterina, a causa di idee sbagliate all’interno comunità. Si erano diffuse voci false, come il fatto che lo screening rendesse sterili. Siamo riusciti a chiarire questi malintesi con il supporto di tutta la comunità.

L’altra sfida che abbiamo affrontato riguarda la raccolta e il reporting dei dati negli ospedali e nei centri DREAM. A volte i dati delle strutture che offrono screening arrivano in ritardo a causa dell’enorme carico di lavoro. Abbiamo lavorato con il team sanitario distrettuale sul modo migliore per ricevere gli aggiornamenti in tempo utile. Stiamo anche lavorando con il team del Programma di Controllo del Cancro alla Cervice uterina alla raccolta di dati nazionali e di qualità.

 

Che tipo di rapporto c’è con le istituzioni locali? Sostengono le attività di Dream nella prevenzione del cancro alla cervice?

Abbiamo buoni rapporti con le istituzioni locali, ci aiutano molto nel nostro lavoro. DREAM è uno dei pionieri della prevenzione del cancro alla cervice uterina in Malawi. Il nostro obiettivo è fornire supporto: in qualità di partner del Ministero della Salute, facciamo parte della task force nazionale contro il cancro alla cervice uterina. Abbiamo anche buoni rapporti con gli altri portatori di interesse e li coinvolgiamo durante alcune delle nostre attività.

 

I dati sul cancro alla cervice uterina in Malawi sono ancora molto allarmanti: che tipo di intervento sarebbe necessario per migliorare radicalmente la situazione?

La situazione in Malawi è ancora allarmante, perché solo alcuni distretti o parte di distretti stanno facendo bene nella prevenzione del cancro alla cervice uterina. Per arrivare a una svolta, è necessario:

– Rafforzare il programma di prevenzione del cancro alla cervice uterina nei distretti

-Condurre più campagne di sensibilizzazione di massa e di screening su scala nazionale

– Coinvolgere pazienti e opinion leader

– Portare avanti una supervisione trimestrale delle attività a livello nazionale. Questo ci darà la vera fotografia di ciò che siamo riusciti a fare in Malawi

-Creare più servizi di screening attraverso un programma di formazione

– Fornire materiali di screening alle strutture sanitarie

– Introdurre il servizio di colposcopia nei principali centri di screening del cancro alla cervice uterina

– Fornire alle strutture termo-coagulatori

 

Qual è il ruolo delle donne in questa battaglia per il diritto alla salute?

Con le campagne di sensibilizzazione le donne si stanno ponendo alla guida nella corsa alla prevenzione del cancro alla cervice, così come per altre patologie.

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Conferenza ASLM 2014: al programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio il Primo Premio come migliore presentazione

2014-12-15_ASLM_1Dal 30 novembre al 4 dicembre si è svolta a Cape Town, in SudAfrica, la seconda Conferenza Internazionale della Società Africana di Medicina di Laboratorio, ASLM (African Society for Laboratory Medicine) il cui scopo è fare advocacy sul ruolo critico dei laboratori clinici in Africa che sono sempre più indispensabili ai sistemi sanitari per una corretta diagnosi, inizio e monitoraggio delle terapie, sorveglianza epidemiologica, ricerca e controllo delle epidemie.

Purtroppo per lungo tempo il ruolo dei laboratori in Africa è stato sottovalutato, ma oggi finalmente, dopo l’impegno del WHO e la Dichiarazione di Maputo del 2008 per il rafforzamento dei laboratori in Africa, è cresciuta la consapevolezza dell’importanza strategica della diagnostica di laboratorio.

DREAM dal suo inizio, già nel 2002, ha adottato una diagnostica d’eccellenza per un buon monitoraggio della terapia, e l’utilizzo dell’esame di Carica Virale come parametro indispensabile di un buon programma di diagnosi e cura dell’HIV e per questo ha accettato la sfida di attivare in Africa, fin da subito laboratori di biologia molecolare accanto ai centri di cura. Dopo molti anni di lavoro pioneristico, finalmente nel 2013 lo stesso WHO ha riconosciuto la necessità della Carica Virale e l’attenzione internazionale è cresciuta attorno alla qualità del lavoro di laboratorio. Dati analitici affidabili e di buona qualità sono ritenuti finalmente necessari e possibili da ottenersi anche in paesi a risorse limitate.

Alla conferenza, DREAM ha partecipato con 2 contributi accettati come oral poster.

Il primo, uno studio di valutazione sull’uso del Dry Blood Spot per prelievo e trasporto dei campioni per Carica Virale. Questa è una metodica che permette di raccogliere il sangue da esaminare, su una speciale cartina, quindi può essere trasportato facilmente, non ha bisogno di essere refrigerato e consente di offrire una diagnostica di elezione anche a popolazioni molto rurali.

2014-12-15_ASLM_6Il secondo lavoro, premiato come migliore oral poster, presentava i buoni risultati ottenuti da DREAM in Repubblica Democratica del Congo nell’applicazione dell’opzione B plus e sull’opportunità di estendere l’accesso alla prevenzione verticale alle donne di zone rurali, lontane da servizi di qualità, mediante l’uso di un’unità mobile e la collaborazione tra strutture pubbliche, Organizzazioni Internazionali non Governative e DREAM, utilizzando il laboratorio di biologia molecolare di Kinshasa come referenza.

Certo, molto lavoro rimane da fare in Africa perché i laboratori possano rispondere alle attese e al grande carico di richieste di analisi da una parte e certificare la qualità del loro lavoro dall’altra. Molti sforzi si stanno facendo per ampliare l’accesso alla diagnostica mediante la semplificazione dei sistemi e allo sviluppo di POC (point of care), strumenti di facile uso che non richiedono grandi infrastrutture per funzionare, manutenzione, atti a essere implementati nei centri di salute anche molto periferici.

Le sfide sono dunque molte, ma DREAM ha dimostrato in questi anni come importanti risultati possono essere raggiunti anzitutto costruendo una rete di servizi di diagnostica d’eccellenza sul territorio. Nei paesi dove DREAM opera, i laboratori di biologia molecolare sono diventati un riferimento a livello nazionale, supporto ai sistemi sanitari. Inoltre la capacità diagnostica di DREAM è stata importante anche per tante altre organizzazioni che lavorano in Africa nella cura dell’HIV e che hanno usufruito degli esami forniti dai laboratori DREAM. Ulteriormente, negli anni è stata formata una generazione di biologi che lavorano al servizio dei loro paesi, così è possibile per tutti monitorare la terapia attraverso i laboratori.

In questi ultimi anni a livello internazionale si parla molto di Global Health, intendendo con questa espressione il miglioramento della salute delle popolazioni e allo stesso tempo la riduzione delle disparità di accesso alla cura. In questo senso il lavoro fatto da DREAM in questi 12 anni, l’esperienza acquisita e tutte le componenti del Programma elaborate sono abbastanza indicative di un nuovo modello che è possibile replicare, con il sostegno convinto dei donatori internazionali e in partnership con in ministeri della salute dei vari paesi, per raggiungere l’obiettivo del miglioramento della salute di tanti africani.

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Salute globale, formazione e telemedicina nell’Africa sub-Sahariana

Global health: a strategy to enhance patient care. Blantyre, Malawi. 17-21 novembre 2014.

Cardiologia, neurologia, angiologia, chirurgia, epatologia, radiologia, malattie infettive con una particolare attenzione all’epidemia di Ebola, ma anche comuni patologie croniche in aumento anche nell’Africa sub-Sahariana che spesso sono ignorate, non diagnosticate e quindi non trattate.  Di tutto questo si è parlato a Blantyre in Malawi, grazie ad un corso multi specialistico al quale hanno partecipato medici del Malawi, della Tanzania, del Kenia e del Mozambico, organizzato dal Programma Dream della Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con GHT-Onlus  (Global Health Telemedicine). DREAM che è diffuso in 10 paesi africani, cura 250.000 pazienti affetti da HIV/AIDS ed ha permesso fino ad oggi a circa 26.000 bambini di nascere sani da madre HIV positiva. In Malawi è presente con 13 centri di cura,  3 laboratori di analisi e supporta 24 maternità del ministero della salute con il programma di prevenzione verticale per HIV.

In cattedra un piccolo drappello di specialisti italiani: cardiologi, neurologi, infettivologi, internisti, epatologi, dermatologi, angiologi e radiologi che hanno portato le loro conoscenze ed esperienze a 50 colleghi dell’Africa sub-sahariana. All’inaugurazione hanno preso parte il sindaco di Blantyre e dirigenti del Ministero della salute Malawiano e della National Aids Commission.

Grazie alla partnership tra DREAM e GHT e’stato possibile in questo ultimo anno installare  8 Centri di Telemedicina in Malawi, Tanzania e Mozambico; da questi paesi giungono via web richieste di teleconsulto e di refertazione di ECG. Le risposte sono rapide e soprattutto simulano un centro diagnostico e terapeutico europeo. Dai Centri di Telemedicina è inviata una sintetica descrizione del paziente, della sua storia clinica e del suo esame obiettivo, l’elettrocardiogramma, i valori di pressione, frequenza cardiaca e ossigenazione del sangue e, se necessario e possibile, delle sue analisi del sangue.

Lo specialista attivato immagina un paziente reale innanzi a sé e fornisce le risposte richieste, tenendo presenti i limiti locali sulla disponibilità degli strumenti diagnostici e dei farmaci.

Dai Centri di Telemedicina in pochi mesi sono giunti oltre 1200 teleconsulti, realizzando  un network che ha portato le “nostre” quotidiane conoscenze ed abitudini terapeutiche molto lontano.

Al termine del Corso, realizzato grazie anche a fondi di GHT e della CEI, saranno inaugurati 2 nuovi Centri di Telemedicina, uno a Blantyre, finanziato dalla Onlus “Nico i frutti del chicco” ed un secondo a Balaka, sempre in Malawi, dando prova così che un nuovo modello di cooperazione è possibile, ad alto impatto ed a basso costo. Un’alleanza Nord e Sud che schiude  al  futuro di una sanità migliore per l’Africa.

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Insieme alla cura… imparo l’inglese

Dal mese di giugno 2014, nei centri DREAM di Iringa e Usa-River (distretto di Arusha) in Tanzania, i pazienti non vengono solo a  curarsi ma anche ad  imparare l’inglese.

E’ attivo, infatti, il progetto “Abbattere la barriera linguistica” finanziato  attraverso il Fondo Otto per Mille della Chiesa Evangelica Valdese. Obiettivo del progetto è quello di contribuire al miglioramento della condizione femminile in Tanzania  e quindi di fornire a 120 donne (60 per ogni centro) un servizio di insegnamento gratuito e qualificato della lingua inglese di base in un anno.

In Tanzania i centri DREAM hanno in cura circa 3000 pazienti, di questi molte sono donne, spesso povere, senza lavoro, con altri componenti della famiglia malati, donne in gravidanza o madri di bambini  malati o con problemi di denutrizione.

Il kiswaili è la lingua ufficiale della Tanzania, ma spesso l’inglese è indispensabile per trovare un buon lavoro soprattutto nei settori dell’economia e del turismo. Tuttavia il livello di conoscenza dell’inglese varia molto a seconda delle zone e del livello di scolarizzazione e il suo apprendimento risulta un desiderio da parte delle donne stesse.

Durante i primi mesi dell’anno, quando si è cominciato a proporre i corsi ad alcune pazienti dei centri, c’è stato subito un grande entusiasmo e loro stesse hanno cominciato un veloce passaparola per invitare altre amiche.

In breve tempo si è creato il numero per formare le classi e a giugno sono cominciati i corsi sia ad Iringa che ad Usa-River.

Le lezioni si svolgono nei centri Dream, durante le prime ore del  pomeriggio, quando il flusso dei pazienti è minore; si sono formate ben 4 classi di 15 persone ciascuna,  e le lezioni si svolgono durante 4 giorni a settimana.

Le donne vengono anche da molto lontano, ma è stato possibile agevolare la partecipazione, grazie ad un contributo per il trasporto, previsto dal progetto.  La loro voglia di imparare è grande, e ora che stanno terminando i primi sei mesi di corso, si cominciano a vedere i risultati, quando arrivi al centro, invece del consueto Karibu! (benvenuto), ti accolgono subito con un “Hallo, how are you?” e continuano felici  la conversazione in inglese.

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