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Covid-19 in Kenya, i centri DREAM presidio contro la pandemia

La testimonianza di Benjamin Welu, coordinatore dei centri di salute delle Eastern Sites, attualmente supportati dalla Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo nell’ambito del progetto “Insieme al Global Fund per porre fine all’epidemia di HIV e TB in Kenya”.

Il Coronavirus colpisce anche il Kenya. Il Paese, potenza economica dell’Africa orientale, ha una popolazione di oltre 47 milioni di persone e ha registrato il primo caso di Covid-19 il 13 marzo 2020. Da allora, i contagi sono aumentati ogni giorno, con un incremento significativo di più di 50 casi al giorno, con picchi di 70, nelle ultime due settimane. Stando al sito web del ministero della Salute keniano, il Paese al 26 maggio aveva registrato 1348 casi confermati e 52 decessi, con circa 64 mila test effettuati. A parte le contee di Meru e Nairobi, dove sono stati documentati casi positivi, nelle altre aree in cui DREAM è operativo non sono stati segnalati positivi. La testimonianza di Benjamin Welu, coordinatore dei centri DREAM in Kenya.

Dott. Welu, come sta reagendo la popolazione?

Con l’inizio dell’emergenza Covid-19, il Kenya ha adottato specifiche misure per garantire che i cittadini siano in allerta e frenare la diffusione del virus tra la popolazione. I numeri di emergenza sono stati e continuano a essere pubblicizzati, così come le campagne di sensibilizzazione. I media hanno fatto informazione per prevenire il contagio, promuovendo l’igienizzazione delle mani, il distanziamento sociale e l’importanza della quarantena in caso di esposizione alla malattia o di sintomi sospetti.

Cosa sta facendo il governo centrale?

Al confine tra le contee e alla frontiera viene eseguito uno screening della temperatura. I confini con Somalia e Tanzania sono stati chiusi. I contagi vengono tracciati e c’è la quarantena per tutti coloro che siano stati in contatto con casi confermati, nonché per le persone in arrivo dall’estero. Ci sono restrizioni ai viaggi internazionali e blocchi nelle regioni con molti nuovi casi di infezione, come ad esempio l’area metropolitana di Nairobi, la regione costiera e le contee nord-orientali. È stato attivato lo smartworking per tutti i lavoratori dei servizi non essenziali e nei luoghi pubblici è obbligatorio indossare la mascherina, mentre le scuole di ogni ordine e grado, così come i luoghi di culto e di preghiera, sono stati chiusi. I test sono obbligatori per alcune categorie di lavoratori, come i camionisti che attraversano le frontiere, e sono stati avviati test di massa nelle regioni che presentano molti nuovi casi.

Ci sono difficoltà nella gestione dell’emergenza sanitaria?

Sì, le implicazioni sociali ed economiche della pandemia hanno influito negativamente sulle misure di prevenzione. Inizialmente la popolazione ha preso molto sul serio misure di prevenzione come l’igienizzazione delle mani, l’uso delle mascherine, il distanziamento sociale era preso sul serio. Tuttavia, con il tempo, la maggior parte delle persone ha cominciato a ignorare alcuni degli avvertimenti. Molte persone indossano le mascherine solo per paura della polizia, altri hanno iniziato a organizzare feste in casa.

I pazienti messi in quarantena dopo sospetto di contatto con pazienti positivi al Coronavirus sono costretti a casa senza poter procurarsi del cibo, senza poter lavorare. Ciò ha demotivato le persone a sottoporsi ai test e alcuni hanno fornito indirizzi sbagliati per non essere rintracciati.

Inoltre, il blocco di alcune regioni ha lasciato molte persone senza lavoro e ha limitato il commercio. Ciò ha portato alla carenza di materie prime alimentari e all’aumento dei prezzi. Il governo non è stato in grado di soddisfare le esigenze di chi si trovava nell’area chiusa. I positivi che sarebbero dovuti rimanere in quarantena hanno iniziato a uscire per cercare cibo o andare al lavoro: ci sono state tensioni e scontri con la polizia.

Un altro grosso problema è rappresentato dalla discriminazione nei confronti delle persone positive al Covid-19 e delle loro famiglie. In alcuni casi riportati dai media, alcune delle persone positive sono tornate dalla quarantena e hanno trovato le loro proprietà distrutte, una mossa volta a obbligarle a un trasloco.

Qual è il ruolo del programma DREAM nella lotta al virus in Kenya?

Siamo attivi nella diffusione di un’adeguata educazione sanitaria e nella promozione delle misure preventive stabilite dal governo. Tutti  i nostri centri hanno organizzato gli appuntamenti su più giorni, per distanziare i pazienti e ridurre così il rischio di contagio.

Inoltre, DREAM ha acquistato dispositivi di protezione per il personale e i pazienti che si possono presentare nei centri con sintomi respiratori come tosse o che arrivano senza mascherina. Abbiamo installato postazioni per il lavaggio delle mani a disposizione di pazienti e staff, rendendo inoltre disponibili i disinfettanti necessari. Il personale dei centri è stato adeguatamente formato per gestire al meglio i casi sospetti di Covid-19 e seguire i protocolli del governo.

Come è cambiato il vostro lavoro dall’inizio della pandemia?

L’emergenza sanitaria ha inevitabilmente cambiato le nostre vite lavorative. Tutto il personale non medico ha iniziato a lavorare part-time e, quando possibile, in smartworking per ridurre al minimo i viaggi verso le strutture. Inoltre, nei centri i giorni lavorativi sono stati ridotti a 3 a settimana, proprio per ridurre al minimo i rischi. Tuttavia la paura resta: lo staff è preoccupato per i possibili contagi ma anche per il rischio di perdere il lavoro se la pandemia non si arresta.

 

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In Kenya per combattere HIV e Tubercolosi grazie a un progetto sostenuto dall’AICS

Test e counseling per il trattamento di HIV e Tubercolosi in Kenya. Grazie al partenariato con DREAM Kenya Trust e Università di Tor Vergata, e al sostegno economico di AICS, il programma sanitario della Comunità di S.Egidio potrà ampliare il numero di pazienti a cui offrire cure gratuite e di qualità nel Paese.

Con l’obiettivo di rafforzare il sistema sanitario in Kenya, attraverso l’aumento dell’accesso ad un servizio di cura gratuito e di qualità per l’HIV e la TB, il personale del programma DREAM della Comunità di S. Egidio sta lavorando da oltre un anno al progetto “Insieme al Global Fund per porre fine all’epidemia di HIV e TB in Kenya”.

L’iniziativa, finanziata dall’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, prevede interventi mirati in sei centri di salute, nelle contee orientali del Kenya: AINA center, Chaaria, Chiakariga, Nkubu, Kyeni e Tunyai Health center.

Secondo il Global Fund, il Kenya è il quarto paese al mondo per diffusione di HIV e il quindicesimo per quanto riguarda la Tubercolosi. Si stima che nel Paese circa il 6% della popolazione è affetta da HIV e che più di un terzo delle persone a cui viene diagnosticata la Tubercolosi presenti anche l’HIV.

Per migliorare la risposta a questa emergenza sanitaria, la Comunità di S. Egidio, insieme all’Università di Tor Vergata e al partner locale DREAM Kenya Trust ha puntato in particolar modo sulle attività di test e counseling per l’HIV e sullo screening e trattamento della TB. Grazie a personale locale specializzato, in 15 mesi sono state sottoposte a screening e counseling per l’HIV oltre 51.000 persone. Di queste, circa 11.600 non si erano mai sottoposte al test e quasi 600 sono risultate positive. Le persone HIV positive sono state subito indirizzate presso i centri di salute dove hanno potuto avviare le cure in modo totalmente gratuito.  Inoltre, circa 4.700 pazienti sono stati sottoposti allo screening per la tubercolosi. 1.463 sono risultati positivi allo screening e, di questi, dopo ulteriori accertamenti, 481 persone sono state sottoposte a trattamento. Di 481 pazienti con TB, 143 sono anche sieropositivi.

Anche nell’ambito di questo progetto – come DREAM è solito fare in tutti i contesti in cui lavora – sono state organizzate attività di sensibilizzazione. In particolare, ad aprile si è tenuto il “Word TB Day”, una giornata patrocinata dal Ministero della Sanità durante la quale il personale sanitario ha eseguito 128 screening per TB e 87 per HIV. Tre persone sono state avviate al trattamento per la Tubercolosi e 5 per l’HIV.

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Giornata Mondiale contro l’AIDS, SANT’EGIDIO: in Africa è allarme tra gli adolescenti

Il programma DREAM, presente in 11 Paesi africani, ha attività specifiche dedicate ai giovani: l’obiettivo è combattere la malattia e lo stigma

 Salvare il futuro dell’Africa combattendo la principale causa di morte tra gli adolescenti del Continente: il virus dell’HIV. È questa la sfida del programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio che, in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS, vuole ricordare quanto è stato fatto e quanto ancora bisogna fare per i giovani. Un’attività che DREAM porta avanti ormai da 18 anni offrendo accesso gratuito alle cure in 11 Paesi africani, con 49 centri di salute e 25 laboratori di biologia molecolare.

Nel 2016, il 73 per cento dei nuovi casi di HIV tra adolescenti era localizzato in Africa (fonte: www.avert.org). E si stima che da qui al 2030 ci saranno altri 740 mila giovani che contrarranno il virus. Ad oggi la metà delle ragazze e dei ragazzi sieropositivi è concentrata in sei nazioni. Cinque di queste appartengono allo stesso continente: Sud Africa, Nigeria, Kenya, Mozambico e Tanzania.

Particolarmente seria la situazione nell’Africa orientale. Ed è proprio da qui che parte il lavoro di DREAM. Sono quasi 6000 gli adolescenti attualmente in terapia nei centri di salute del programma della Comunità di Sant’Egidio. La metà di questi si trova in Mozambico, più di 1000 in Malawi e oltre 800 in Kenya. Nei tre stati DREAM ha tre progetti, finanziati dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo: Malawi? I Care, Mozambico PASS e Insieme al Global Fund per porre fine all’epidemia di HIV e TB in Kenya. Di pochi giorni fa è la notizia che l’AICS ha approvato un progetto dedicato ai giovani dal titolo Espaço Aberto. Rafforzamento dei servizi sanitari per adolescenti e giovani donne con HIV in Mozambico che comincerà nel 2020. Il progetto permetterà di offrire per almeno due anni cure gratuite e di qualità a 2.500 giovani con HIV (per il 52% ragazze) tra i 10 e i 19 anni e 1.250 giovani donne sieropositive tra i 20 e i 25 anni. Si sperimenterà la formazione di youth leader e la loro inclusione nella creazione di uno spazio adolescents friendly all’interno di sei centri di salute in Mozambico, al fine di facilitare l’accesso dei giovani ai servizi sanitari per HIV.

Combattere l’AIDS tra gli adolescenti significa, spesso, agire prima che questi vengano messi al mondo. La maggior parte dei ragazzi e delle ragazze, infatti, contrae il virus per via perinatale, mentre il resto si infetta attraverso il sesso non protetto. Dal 2002 ad oggi, DREAM ha fatto sì che 100 mila bambini di madri sieropositive nascessero senza contrarre l’HIV, offrendo alle donne incinte un servizio gratuito e di qualità per prevenire la trasmissione del virus ai figli.

E sono proprio queste stesse giovani donne uno dei gruppi più vulnerabili all’HIV.  Ragazze che spesso vivono in condizioni di povertà o subiscono violenza e non hanno la possibilità di proteggersi dall’HIV. La disuguaglianza di genere nell’educazione e le norme restrittive sono inoltre direttamente collegate ad un più basso accesso ai servizi per la salute sessuale, incluso il test e trattamento HIV.

In generale, tutti i giovani tra i 15 e i 24 anni sono una categoria vulnerabile all’infezione per caratteristiche associate ai comportamenti di questa fascia di età. I ragazzi, in una società in cui è alta la disuguaglianza sociale, sono soggetti a fattori come la carenza di risorse economiche, l’abbandono scolastico e l’esplorazione sessuale che aumentano la vulnerabilità all’HIV. A questi fattori vanno aggiunte la difficoltà di accesso ai servizi sanitari e la scarsa preparazione nella risposta nazionale in Africa Sub-Sahariana alle specificità di questo gruppo di età.

Una condizione che non riguarda solo le fasce più povere della popolazione. Come nel caso di Eulalia, diciassettenne proveniente da una famiglia della classe media del Mozambico. Per anni aveva seguito una terapia antiretrovirale sbagliata. La famiglia era stata indotta a comprare farmaci non in base alle reali necessità della ragazza, tutto dipendeva dall’offerta di chi li vendeva. Quando con la madre Eulalia arriva in un centro di salute DREAM è in condizioni critiche. Fa tutti i test e le analisi necessarie e inizia una terapia finalmente adatta. La madre apre la borsa, convinta di dover pagare, e non riesce a credere che un servizio del genere possa essere totalmente gratuito.

La scarsa informazione diventa mancanza di consapevolezza perché le famiglie non sono adeguatamente sensibilizzate e spesso hanno paura di parlare della malattia. È successo a Janet, una tredicenne del Malawi. Fa il test dell’HIV e risulta sieropositiva quando ha solo 2 anni e 9 mesi. Inizia a prendere subito le medicine necessarie, ma ignora per anni la sua reale patologia. A un certo punto inizia a rifiutare le cure: crede di stare bene e non comprende il motivo per il quale è costretta ad assumere medicinali. Solo nell’agosto di quest’anno la madre chiede aiuto ai professionisti di DREAM per spiegare alla figlia che ha l’HIV.

“Spesso a Dream – spiega Paola Germano, direttrice del programma della Comunità di Sant’Egidio – si presentano genitori di adolescenti che chiedono aiuto. Non vorrebbero esser loro a dire ai figli come stanno le cose. Chiedono che sia il personale di DREAM a parlare con i figli. Si sentono in colpa.”

In supporto ai sistemi sanitari nazionali, DREAM, attraverso i centri di salute, non si limita alla distribuzione dei farmaci, ma forma il personale locale e offre ai pazienti servizi di consulenza, prevenzione e test. Fondamentale, soprattutto per gli adolescenti, l’attività di sensibilizzazione sulle tematiche legate alla salute e alla cura. Queste attività sono svolte da expert client, persone malate, spesso donne, che hanno beneficiato dei servizi offerti dai centri di salute di Sant’Egidio e che sono poi diventate divulgatrici, veri e propri punti di riferimento in grado di dare ai giovani le informazioni necessarie per accedere alle cure o, prima ancora, per fare un test.

Se i giovani risultano sieropositivi, vengono inseriti in un programma di cura e trattamento. Le ragazze e i ragazzi vengono poi regolarmente seguiti da uno staff medico adeguatamente formato e monitorati anche per tutte le infezioni e patologie che possono insorgere, come malaria, tubercolosi, malattie sessualmente trasmissibili e malnutrizione, o malattie non infettive come problemi cardiovascolari, diabete e cancro alla cervice uterina.

Ogni centro di salute DREAM ha un responsabile dei servizi indirizzati ai giovani. L’idea alla base dei programmi per gli adolescenti è quella di mantenere con loro un filo diretto attraverso appuntamenti fissi focalizzati sulle loro specifiche necessità. Per questo vengono invitati a prendere appuntamento in giornate dedicate espressamente a loro per monitorare lo stato di salute e nutrizione, fare gli esami del sangue necessari al controllo dell’andamento della terapia e i test per la carica virale, consegnare i farmaci, prevenire e curare eventuali malattie correlate all’HIV e fare screening del cancro della cervice uterina. Tutte le attività sono svolte da personale qualificato opportunamente sensibilizzato.

Inoltre, durante le giornate di apertura per i giovani, alcuni expert client e infermieri creano gruppi di supporto per persone con HIV tra i 10 e i 19 anni. Gli incontri permettono ai giovani di aprirsi, li aiutano a parlare del proprio status, del trattamento antiretrovirale, dello stigma, dei diritti delle persone con HIV, di salute sessuale. È il caso di Ian, un ragazzo di 19 anni che ha lottato a lungo contro la stigmatizzazione e la perdita di autostima e ora è diventato un esempio per i giovani della sua comunità in Kenya. Arrivato in un centro di salute DREAM con i genitori, entrambi sieropositivi, così come il fratello minore, si trova subito in una situazione difficile: a causa della malattia è costretto ad assentarsi spesso da scuola e, quando è presente, ha paura di essere stigmatizzato e non prende le medicine. Poi inizia a frequentare un gruppo di supporto per adolescenti, per superare i problemi fisici e psicologici connessi all’HIV e garantire una buona aderenza al trattamento. Oggi la carica virale è stata abbattuta, le sue condizioni migliorate e ha ritrovato la sua autostima arrivando a parlare in pubblico della sua situazione.

“Attorno ai centri DREAM – conclude Paola Germano, direttrice di DREAM – esistono movimenti di adolescenti che hanno superato la fase dello stigma e s’impegnano a parlare dell’HIV con i coetanei sani, nelle scuole e nei luoghi di ritrovo. Sono movimenti di adolescenti costretti dalla malattia ad una maturità interiore precoce, che grazie alle cure e all’inclusione del gruppo ritrovano sicurezza e speranza. Il loro contributo all’abbattimento dello stigma da HIV tra i giovani è inestimabile.”

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Conferenza a Nairobi: Achieving 90-90-90 in Kenya: DREAM experiences in HIV care

In Kenya il Programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio è presente dal 2005. Ad oggi oltre 7000 pazienti sono in assistenza in 7 centri di cura Nairobi e nella “eastern region”. Dall’inizio il NASCOP (National Aids Control Program) e il Ministero della salute del Kenya hanno appoggiato il Programma e l’azione sul campo nelle diverse contee. DREAM è stato chiamato a fare parte delle commissioni nazionali per la stesura delle linee guida della cura dell’HIV.  Da un anno il paese ha scelto la strategia del cosiddetto del 90 90 90. (90% dei pazienti testati, 90% in trattamento stabile e 90% con una carica virale non più rilevabile). A Nairobi il Programma DREAM è portato avanti grazie alla collaborazione con la Congregazione delle Figlie della Carità.

La Cooperazione Italiana da oltre 5 anni sostiene il programma in Kenya. Per sottolineare questi aspetti di collaborazione e il raggiungimento degli ottimi risultati si è svolta a Nairobi la Conferenza dal titolo “Achieving 90-90-90 in Kenya: DREAM experiences in HIV care and treatment. The role of partnership: challenges and results”

L’Ambasciatore Italiano e quello di Irlanda intervenuti alla conferenza hanno sottolineato come durante le loro visite al centro clinico hanno potuto constatare la qualità di trattamento e i chiari risultati dimostrando la validità e la solidità del programma, così come la presenza di partenariati di livello e di lunga durata.

Forte sostegno e grande riconoscimento da parte sia del NASCOP che dei rappresentati della contee che hanno ricordato e sottolineato come DREAM sia il partner di elezione sulla lotta della pandemia e per l’ottenimento di risultati di valore. Il Professor Palombi, Responsabile scientifico del Programma DREAM ha quindi analizzato i risultati sia dal punto di vista delle qualità che del raggiungimento degli obiettivi. Ha messo in evidenza come il modello di cura proposto possa veramente essere una proposta replicabile per il paese e garantire risultati tangibili.

A lui si è associata la rappresentante della Maryland University, partner da anni di DREAM in Kenya, mostrando come le analisi dei dati e le valutazioni fatte sul campo abbiano messo in evidenza come DREAM possa essere un modello valido anche per la formazione.

La conferenza ha quindi sottolineato come il lavoro di tanti anni del programma ha costituito un importante elemento di sviluppo e di sostegno al paese e ai malati che grazie alla capillare presenza anche in aree rurali e distanti dalle città, come succede nella “eastern region”, riescono ad accedere a servizi di alta qualità. Grazie DREAM, Asante sana!

La notizia sul sito dell’ Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo

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Vatican Insider – Kenya, Sant’Egidio: con Dream si nasce sani da madri sieropositive

Dai Paesi che visiterà Papa Francesco. La Comunità fondata da Andrea Riccardi: così il sogno diventa realtà, più di mille bambini partoriti in salute; il ruolo delle donne nella rivoluzione contro il pregiudizio

GIANNI GUIDOTTI

c1a4829fe6«Dream» vuol dire sogno. Ma in Kenya, dove il Papa arriverà il 25 novembre, è ormai una realtà per tanti uomini e donne colpiti da una malattia, come l’Aids, che in Africa ancora molti non pensano curabile. E invece lo è: lo dimostrano le 11mila persone seguite nel Paese dal programma Dream della Comunità di Sant’Egidio.

Testimoniano che si può vivere, e anche bene, se si prendono le medicine, che si può lavorare, fare la vita di tutti. E soprattutto tornare ad avere fiducia nel futuro, a partire da quello dei propri figli. La speranza sta tutta in una cifra, la più importante: 1056 nati sani da madri sieropositive, grazie alle cure. Nessuno ci avrebbe mai creduto fino a poco tempo fa. E proprio da queste mamme, dalle donne in cura, è partita una coraggiosa rivoluzione contro il pregiudizio, lo stigma che segna nella società africana i malati di Aids. Una propaganda fatta nei quartieri e nelle scuole, che un po’ alla volta sta contagiando – in questo caso in modo positivo – tutta la società.

In Kenya è proprio l’epidemia da Hiv uno dei maggiori problemi sanitari. Basta sapere che rappresenta, ancora oggi, la maggior causa di morte tra gli adulti. E, come rivela il Country Progress Report del 2014, ha anche un forte impatto socio-economico perché crea orfani e riduce le famiglie a nuclei monoparentali con pesanti conseguenze sul reddito. Solamente il 43% dei bambini sieropositivi riceve cure adeguate mentre, per debellare la malattia, occorrerebbe interrompere del tutto la trasmissione madre-bambino.

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Kenia: Nuovo centro DREAM a Nairobi

Un accordo di collaborazione è stato firmato il 30 marzo a Nairobi tra la Comunità di Sant’Egidio e la Congregazione delle Orsoline di Gandino per la realizzazione di un nuovo centro DREAM presso il centro di salute S. Angela Merici.

Il centro che è gestito dalla congregazione delle Orsoline è situato nella zona nord ovest della città a Kikuio,  uno dei quartieri più grandi e popolosi della capitale, dove  vivono alcune centinaia di migliaia di persone in condizioni di estrema povertà.

La presenza del centro di salute nel quartiere è  importante ed è un riferimento per molti.

La firma dell’accordo, avvenuta in un clima di grande contentezza e felicità, ha concluso un lungo percorso di amicizia  iniziato in Italia e proseguito  poi con  periodi di formazione sia in Malawi che in Kenya. Il centro potrà usufruire del supporto necessario del  laboratorio di biologia molecolare  del centro DREAM di Langata Road a Karen, sempre a Nairobi, assicurando così l’accesso alla diagnostica che è impossibile in quella zona.

La ferma volontà della Congregazione e il costante lavoro preparatorio effettuato, unitamente al prezioso contributo della Cooperazione Italiana, hanno fatto sì che un altro sogno di DREAM si realizzasse.

Il programma DREAM attualmente in Kenya ha in cura oltre 6.000 persone con HIV / AIDS e rappresenta uno dei programmi più avanzati del paese. Esperti e personale  di DREAM infatti, sono componenti dei gruppi di lavoro a livello nazionale e accompagnano gli sforzi del paese per la cura , facendone uno dei paesi più avanzati in termini di protocolli diagnosti e di trattamento.

Grande soddisfazione di tutti quindi per questo nuovo centro che si apre.

Grazie DREAM” – ha detto la Madre Provinciale – “e grazie  a nome di malati che riceveranno cure di qualità”. Il programma DREAM infatti curerà la formazione del personale, la supervisione delle attività, garantirà il supporto di un  software per la gestione dei servizi, la presa in carico gratuita dei malati per la componente nutrizionale e il trattamento delle infezioni opportunistiche.

L’amicizia e l’alleanza di DREAM con tante Congregazioni religiose in Africa consente ai sogni di diventare  concretezza  di cura per tanti malati.

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