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COVID-19 IN MALAWI, DREAM IN PRIMA LINEA PER PREVENIRE I CONTAGI

Qualche centinaio di casi sospetti, ma solo 17 positivi confermati e 2 decessi al 19 aprile 2020. Apparentemente, l’emergenza Coronavirus in Malawi è molto contenuta. In tutta l’Africa, vengono segnalati poco più di 21 mila casi e 1000 morti, ma i test effettuati sono pochi e troppo spesso è difficile riuscire a verificare la causa di ogni decesso. I numeri, dunque, dicono davvero poco sugli effettivi contagi di un virus praticamente sconosciuto la cui diffusione, secondo gli esperti, è senz’altro maggiore e vedrà un significativo aumento con l’arrivo dell’inverno, che nei Paesi africani dell’emisfero australe inizierà a maggio e si protrarrà fino a luglio.

“Il numero dei casi riportati – conferma Richard Luhanga, direttore dei laboratori dei Centri DREAM in Malawi – potrebbe non riflettere l’attuale situazione, poiché i test con i tamponi non sono ancora efficienti e i nostri sistemi sanitari non sono in grado di effettuare uno screening approfondito.”

Secondo i report ufficiali del Governo, quasi tutti i casi confermati arrivano dall’estero. Nonostante i numeri ufficiali siano bassi, il Malawi ha formato un comitato governativo sul COVID-19 che comprende ministri ed esperti del ministero della Salute.

Il 30 marzo scorso, è stata dichiarata l’emergenza nazionale e sono state chiuse scuole e università, sono stati vietati gli assembramenti con oltre 100 persone. Per assicurare il distanziamento sociale, il trasporto pubblico e privato ha un accesso limitato.

Il ministero della Salute ha sviluppato procedure standard, algoritmi per lo screening e sta redigendo un manuale COVID-19. Al momento in tutto il Paese ci sono 3 strutture per i test sul Coronavirus, due al centro e una al sud, con una quarta in allestimento nel nord del Malawi. Sono state inoltre formate delle squadre distrettuali di risposta rapida, con un budget per farmaci e dispositivi di protezione.

Il problema dell’approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale presenta grosse criticità in molte strutture sanitarie, dove spesso sono inadeguati o assenti. “Parliamo di visiere, mascherine, disinfettanti e tute – chiarisce Luhanga – Prima di utilizzarli, gli operatori sanitari devono sapere come indossarli per evitare la contaminazione incrociata. Lo staff privo di dispositivi di protezione può entrare in contatto con il resto della popolazione, aumentando il rischio di diffusione del virus.”

I centri DREAM della Comunità di Sant’Egidio sono già al lavoro per supportare il sistema sanitario del Malawi. “Abbiamo messo in atto misure di prevenzione per fermare la diffusione del virus e proteggere il personale sanitario – spiega Luhanga – forniamo mascherine FFP3 ai medici che lavorano con i casi sospetti, FFP2 a dottori, infermieri e volontari che sono in contatto con i pazienti e FFP1, le mascherine chirurgiche, al resto del personale. A tutto lo staff è stato chiesto di usare le mascherine chirurgiche quando utilizzano il trasporto pubblico”.

Quando un paziente arriva nei centri DREAM, viene sottoposto a triage per identificare i casi sospetti che richiedono uno screening più approfondito. Viene fatta formazione e informazione sul Coronavirus e c’è la disponibilità di acqua, sapone, cloro e disinfettanti per le mani.

“Abbiamo autorizzato l’acquisto di ulteriori apparecchiature ausiliarie per i test, come ad esempio set di pipette e una microcentrifuga – aggiunge Luhanga -Siamo al lavoro con CHAI (Clinton Health Access Initiative) e ministero della Salute per gestire i test del Coronavirus su macchinari Genexpert. DREAM ha due macchine Genexpert, una al laboratorio di Blantyre e un’altra presso quello di Mtengowanthenga.

Collaboriamo inoltre con il National Health Reference Laboratory e Abbott per utilizzare i sistemi Abbott m2000, già esistenti, per i test. Di conseguenza sono stati messi in atto protocolli per l’estrazione automatizzata con estrattore Abbott m2000 e protocolli per il rilevamento sull’unità di rilevamento Abbott m2000. Questi sono protocolli di dosaggio CDC (Centers for Disease Control and Prevention) e attualmente in Malawi vengono utilizzati i kit DAAN cinesi.”

Richard Luhanga, in quanto direttore dei laboratori DREAM, è anche membro del team diagnostico incaricato dei test nel sud del Malawi. Fanno parte della squadra anche il College of Medicine, il Malawi Liverpool Welcome Trust e il Queen Elizabeth Central Hospital. L’equipe si occupa di formare tecnici di laboratorio, infermieri e medici per la raccolta dei campioni COVID-19, per i test e le migliori pratiche di prevenzione.

L’emergenza Coronavirus in Malawi rischia di allargare il divario tra campagna e città. L’85 per cento della popolazione vive in aree rurali, è povera, non ha accesso alle informazioni e non è consapevole della gravità della situazione. L’impatto del Coronavirus su queste persone è potenzialmente devastante. Difficilmente metteranno in pratica il distanziamento sociale o potranno seguire le indicazioni igienico-sanitarie, non essendo nemmeno in grado di comprare sapone o igienizzanti. Diversa la situazione in città, dove le campagne di sensibilizzazione e le misure prese dalle aziende sull’igienizzazione hanno avuto i loro frutti. Gli abitanti hanno compreso il pericolo e hanno paura. Chiunque entri in banche, negozi, stazioni di benzina e altri esercizi commerciali è invitato a lavarsi le mani. Tuttavia, in molti hanno perso il lavoro e le sacche di indigenza rischiano di aumentare anche in città, alimentando così una spirale in cui chi non si può permettere le più elementari pratiche di prevenzione diventa facile preda del virus e amplificatore del contagio.

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L’importanza delle attività di sensibilizzazione nel lavoro di DREAM: i risultati del primo anno del progetto Malawi? I care

Raggiugere 6000 persone in tre anni con campagne di sensibilizzazioni ad hoc sulla salute della donna: è questo uno degli importanti obiettivi di Malawi? I Care, progetto del programma DREAM della Comunità di S. Egidio in Malawi, finanziato dall’Agenzia Italia per la Cooperazione allo Sviluppo.

Il Malawi è il secondo Paese al mondo per incidenza di cancro alla cervice uterina (ogni anno muoiono 2300 donne), e le donne con HIV sono più soggette ad infezioni da HPV, tra le cause di questo tumore. Per questo motivo, il programma DREAM sta impiegando parte delle risorse messe a disposizione per il progetto “Malawi? I care” per aumentare la consapevolezza della popolazione rispetto alla salute delle donne, favorendo l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne.

Rispetto alla lotta al cancro alla cervice uterina, il programma DREAM è diventato un modello a livello nazionale ricevendo l’appoggio e il riconoscimento istituzionale del Ministero della Salute che però dispone di poche risorse per intervenire autonomamente. Il Malawi è uno dei paesi che più dipende da investimenti esteri per il sostegno di un settore costoso come quello sanitario.

In poco più di 12 mesi, il personale DREAM è riuscito a raggiungere 5100 persone con campagne di sensibilizzazione in cinque distretti del Paese: Blantyre, Dowa, Balaka, Machinga, Mangochi. Attraverso la distribuzione di materiale informativo e grazie alla collaborazione con Norwegian Church AID circa 1500 donne hanno fatto il test VIA per il cancro alla cervice uterina.

Biciclette utilizzate dalle expert client per fare visita ai pazienti in home care e per la ricerca attiva di chi manca gli appuntamenti

Particolarmente efficaci si sono rivelate le attività che la comunità di S. Egidio, in collaborazione con il District Health Office di Blantyre, ha proposto durante la settimana per la salute della donna (30 luglio – 3 agosto). La manifestazione, voluta proprio da DREAM, ha interessato le zone rurali intorno a Blantyre ed è stata incentrata sulla cura e prevenzione del cancro alla cervice uterina. Durante la settimana è stato offerto lo screening gratuito nei centri di salute di Chabvala, Chikowa, Ndziwe, Chileka, Lirangwe, Lundu, Ndeka, Madziabango e il centro di DREAM Mandala. Durante queste giornate, 1859 donne si sono sottoposte al test e di queste 47 sono risultate positive e per 15 è stato evidenziato il sospetto di cancro.

Il risultato delle attività di sensibilizzazione non è per niente scontato. Come per l’HIV e l’AIDS anche intorno al cancro alla cervice uterina ruotano credenze popolari che ne ostacolano la prevenzione e cura. Le donne, infatti, spesso non vogliono sottoporsi allo screening perché convinte che il test possa compromettere la possibilità di avere figli. Per ovviare a questi ostacoli, nell’ambito del progetto Malawi? I Care, è stato necessario avviare una campagna promozionale via radio per superare pregiudizi e resistenze culturali.

Il primo anno di progetto ha portato buoni risultati in termini di sensibilizzazione e ha evidenziato che solo con una campagna di informazione capillare, che coinvolga tutti gli attori in campo –  dai medici, ai volontari, dalle istituzioni alla comunità locale – è possibili invertire la rotta e permettere a un numero sempre crescente di donne di avere maggiore consapevolezze dei propri diritti e di accedere ai programmi di cura gratuiti non solo per combattere il cancro alla cervice uterina e l’HIV ma anche altre patologie.

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Giornata Mondiale contro l’AIDS, SANT’EGIDIO: in Africa è allarme tra gli adolescenti

Il programma DREAM, presente in 11 Paesi africani, ha attività specifiche dedicate ai giovani: l’obiettivo è combattere la malattia e lo stigma

 Salvare il futuro dell’Africa combattendo la principale causa di morte tra gli adolescenti del Continente: il virus dell’HIV. È questa la sfida del programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio che, in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS, vuole ricordare quanto è stato fatto e quanto ancora bisogna fare per i giovani. Un’attività che DREAM porta avanti ormai da 18 anni offrendo accesso gratuito alle cure in 11 Paesi africani, con 49 centri di salute e 25 laboratori di biologia molecolare.

Nel 2016, il 73 per cento dei nuovi casi di HIV tra adolescenti era localizzato in Africa (fonte: www.avert.org). E si stima che da qui al 2030 ci saranno altri 740 mila giovani che contrarranno il virus. Ad oggi la metà delle ragazze e dei ragazzi sieropositivi è concentrata in sei nazioni. Cinque di queste appartengono allo stesso continente: Sud Africa, Nigeria, Kenya, Mozambico e Tanzania.

Particolarmente seria la situazione nell’Africa orientale. Ed è proprio da qui che parte il lavoro di DREAM. Sono quasi 6000 gli adolescenti attualmente in terapia nei centri di salute del programma della Comunità di Sant’Egidio. La metà di questi si trova in Mozambico, più di 1000 in Malawi e oltre 800 in Kenya. Nei tre stati DREAM ha tre progetti, finanziati dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo: Malawi? I Care, Mozambico PASS e Insieme al Global Fund per porre fine all’epidemia di HIV e TB in Kenya. Di pochi giorni fa è la notizia che l’AICS ha approvato un progetto dedicato ai giovani dal titolo Espaço Aberto. Rafforzamento dei servizi sanitari per adolescenti e giovani donne con HIV in Mozambico che comincerà nel 2020. Il progetto permetterà di offrire per almeno due anni cure gratuite e di qualità a 2.500 giovani con HIV (per il 52% ragazze) tra i 10 e i 19 anni e 1.250 giovani donne sieropositive tra i 20 e i 25 anni. Si sperimenterà la formazione di youth leader e la loro inclusione nella creazione di uno spazio adolescents friendly all’interno di sei centri di salute in Mozambico, al fine di facilitare l’accesso dei giovani ai servizi sanitari per HIV.

Combattere l’AIDS tra gli adolescenti significa, spesso, agire prima che questi vengano messi al mondo. La maggior parte dei ragazzi e delle ragazze, infatti, contrae il virus per via perinatale, mentre il resto si infetta attraverso il sesso non protetto. Dal 2002 ad oggi, DREAM ha fatto sì che 100 mila bambini di madri sieropositive nascessero senza contrarre l’HIV, offrendo alle donne incinte un servizio gratuito e di qualità per prevenire la trasmissione del virus ai figli.

E sono proprio queste stesse giovani donne uno dei gruppi più vulnerabili all’HIV.  Ragazze che spesso vivono in condizioni di povertà o subiscono violenza e non hanno la possibilità di proteggersi dall’HIV. La disuguaglianza di genere nell’educazione e le norme restrittive sono inoltre direttamente collegate ad un più basso accesso ai servizi per la salute sessuale, incluso il test e trattamento HIV.

In generale, tutti i giovani tra i 15 e i 24 anni sono una categoria vulnerabile all’infezione per caratteristiche associate ai comportamenti di questa fascia di età. I ragazzi, in una società in cui è alta la disuguaglianza sociale, sono soggetti a fattori come la carenza di risorse economiche, l’abbandono scolastico e l’esplorazione sessuale che aumentano la vulnerabilità all’HIV. A questi fattori vanno aggiunte la difficoltà di accesso ai servizi sanitari e la scarsa preparazione nella risposta nazionale in Africa Sub-Sahariana alle specificità di questo gruppo di età.

Una condizione che non riguarda solo le fasce più povere della popolazione. Come nel caso di Eulalia, diciassettenne proveniente da una famiglia della classe media del Mozambico. Per anni aveva seguito una terapia antiretrovirale sbagliata. La famiglia era stata indotta a comprare farmaci non in base alle reali necessità della ragazza, tutto dipendeva dall’offerta di chi li vendeva. Quando con la madre Eulalia arriva in un centro di salute DREAM è in condizioni critiche. Fa tutti i test e le analisi necessarie e inizia una terapia finalmente adatta. La madre apre la borsa, convinta di dover pagare, e non riesce a credere che un servizio del genere possa essere totalmente gratuito.

La scarsa informazione diventa mancanza di consapevolezza perché le famiglie non sono adeguatamente sensibilizzate e spesso hanno paura di parlare della malattia. È successo a Janet, una tredicenne del Malawi. Fa il test dell’HIV e risulta sieropositiva quando ha solo 2 anni e 9 mesi. Inizia a prendere subito le medicine necessarie, ma ignora per anni la sua reale patologia. A un certo punto inizia a rifiutare le cure: crede di stare bene e non comprende il motivo per il quale è costretta ad assumere medicinali. Solo nell’agosto di quest’anno la madre chiede aiuto ai professionisti di DREAM per spiegare alla figlia che ha l’HIV.

“Spesso a Dream – spiega Paola Germano, direttrice del programma della Comunità di Sant’Egidio – si presentano genitori di adolescenti che chiedono aiuto. Non vorrebbero esser loro a dire ai figli come stanno le cose. Chiedono che sia il personale di DREAM a parlare con i figli. Si sentono in colpa.”

In supporto ai sistemi sanitari nazionali, DREAM, attraverso i centri di salute, non si limita alla distribuzione dei farmaci, ma forma il personale locale e offre ai pazienti servizi di consulenza, prevenzione e test. Fondamentale, soprattutto per gli adolescenti, l’attività di sensibilizzazione sulle tematiche legate alla salute e alla cura. Queste attività sono svolte da expert client, persone malate, spesso donne, che hanno beneficiato dei servizi offerti dai centri di salute di Sant’Egidio e che sono poi diventate divulgatrici, veri e propri punti di riferimento in grado di dare ai giovani le informazioni necessarie per accedere alle cure o, prima ancora, per fare un test.

Se i giovani risultano sieropositivi, vengono inseriti in un programma di cura e trattamento. Le ragazze e i ragazzi vengono poi regolarmente seguiti da uno staff medico adeguatamente formato e monitorati anche per tutte le infezioni e patologie che possono insorgere, come malaria, tubercolosi, malattie sessualmente trasmissibili e malnutrizione, o malattie non infettive come problemi cardiovascolari, diabete e cancro alla cervice uterina.

Ogni centro di salute DREAM ha un responsabile dei servizi indirizzati ai giovani. L’idea alla base dei programmi per gli adolescenti è quella di mantenere con loro un filo diretto attraverso appuntamenti fissi focalizzati sulle loro specifiche necessità. Per questo vengono invitati a prendere appuntamento in giornate dedicate espressamente a loro per monitorare lo stato di salute e nutrizione, fare gli esami del sangue necessari al controllo dell’andamento della terapia e i test per la carica virale, consegnare i farmaci, prevenire e curare eventuali malattie correlate all’HIV e fare screening del cancro della cervice uterina. Tutte le attività sono svolte da personale qualificato opportunamente sensibilizzato.

Inoltre, durante le giornate di apertura per i giovani, alcuni expert client e infermieri creano gruppi di supporto per persone con HIV tra i 10 e i 19 anni. Gli incontri permettono ai giovani di aprirsi, li aiutano a parlare del proprio status, del trattamento antiretrovirale, dello stigma, dei diritti delle persone con HIV, di salute sessuale. È il caso di Ian, un ragazzo di 19 anni che ha lottato a lungo contro la stigmatizzazione e la perdita di autostima e ora è diventato un esempio per i giovani della sua comunità in Kenya. Arrivato in un centro di salute DREAM con i genitori, entrambi sieropositivi, così come il fratello minore, si trova subito in una situazione difficile: a causa della malattia è costretto ad assentarsi spesso da scuola e, quando è presente, ha paura di essere stigmatizzato e non prende le medicine. Poi inizia a frequentare un gruppo di supporto per adolescenti, per superare i problemi fisici e psicologici connessi all’HIV e garantire una buona aderenza al trattamento. Oggi la carica virale è stata abbattuta, le sue condizioni migliorate e ha ritrovato la sua autostima arrivando a parlare in pubblico della sua situazione.

“Attorno ai centri DREAM – conclude Paola Germano, direttrice di DREAM – esistono movimenti di adolescenti che hanno superato la fase dello stigma e s’impegnano a parlare dell’HIV con i coetanei sani, nelle scuole e nei luoghi di ritrovo. Sono movimenti di adolescenti costretti dalla malattia ad una maturità interiore precoce, che grazie alle cure e all’inclusione del gruppo ritrovano sicurezza e speranza. Il loro contributo all’abbattimento dello stigma da HIV tra i giovani è inestimabile.”

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After the flood. Il Malawi dopo il ciclone Idai

La Comunità di Sant’Egidio, con il programma DREAM, aiuta la popolazione a fronteggiare l’emergenza con aiuti per la ricostruzione, supporto medico e cibo.

Il 4 marzo il ciclone tropicale Idai si è abbattuto sull’Africa centro-orientale. Forti venti, piogge e inondazioni hanno colpito Malawi, Zimbabwe e Mozambico, uccidendo più di mille persone. A distanza di mesi, i danni causati dal ciclone continuano a farsi sentire. La Comunità di Sant’Egidio ha risposto attivamente all’emergenza sia in Mozambico, soprattutto nelle zone vicine a Beira, che in Malawi. Qui l’impegno si è intensificato molto nella seconda fase di assistenza alle famiglie colpite da Idai e si continua ad aiutare i moltissimi che stanno lottando per la loro sopravvivenza, specialmente nelle zone di Nsanje e Chikwawa. Persone che hanno perso tutto, dalla famiglia alla casa, dai terreni al bestiame.

L’economia del Malawi dipende quasi esclusivamente dai prodotti agricoli, principalmente mais. La sicurezza alimentare è una continua sfida quando si passa dalla siccità alla tempesta. Piogge regolari aiuterebbero il Paese a garantire cibo sufficiente per la sua gente e per l’agroindustria, ma purtroppo sono una rarità.

Quest’anno, a causa delle forti piogge causate dal ciclone nei distretti di Nsanje, Chikwawa, Thyolo, Mulanje, Chiladzulu, Phalombe, parti di Zomba, Balaka e Mangochi, la situazione è molto peggiorata. A Nsanje, una delle aree più colpite, si è aggiunta l’esondazione del fiume Shire che ha distrutto case, campi e proprietà, ucciso persone e bestiame. Tantissimi i profughi, accampatisi nelle scuole pubbliche rimaste in piedi, istituti o campi da calcio dove potevano costruire delle capanne di paglia.  Ed è proprio in questa zona estremamente bisognosa che si è concentrato l’aiuto di DREAM e della Comunità.

Tra le attività c’è la redistribuzione di razioni alimentari e materiali di copertura, così come l’assistenza per la ricostruzione delle abitazioni e il supporto medico. In questo modo la Comunità ha potuto sostenere anche la distribuzione di medicinali con l’obiettivo di assistere le vittime e le cliniche vicino ai campi profughi allestiti nelle vicinanze, specialmente nelle aree di Nsanje e Chikwawa. Pioggia, umidità, sporcizia e mancanza di cibo hanno contribuito all’esplosione di due forti epidemie: malaria e colera. I bambini, molti rimasti orfani, hanno avuto seri problemi di malnutrizione.

Le razioni alimentari, distribuite a più di 25.000 famiglie, prevedono cereali, olio, sale, zucchero, prodotti per la depurazione dell’acqua.  L’accesso al cibo è sempre una scommessa: a causa della mancanza di reddito sfamare la propria famiglia è difficile. Nella maggior parte delle zone rurali del Malawi i bambini soffrono di malnutrizione. A Nsanje la situazione è critica e in tanti ne portano i segni evidenti sulla loro pelle. Nonostante l’impegno diretto della Comunità con le famiglie e tramite i capi villaggio, la necessità di assistenza rimane alta. Affinché possano nuovamente essere autonomi hanno bisogno di riprendere a coltivare i loro terreni. Oltre al cibo, la Comunità di Sant’Egidio distribuisce strumenti per il lavoro come zappe, lastre di plastica per coprire i tetti e semi per colture di cereali, mais, fagioli e zucche. A causa della scarsa produzione di mais, i prezzi aumentano e questo non fa che aumentare la fame nel Paese. Il prossimo raccolto è previsto ad aprile 2020 e fino ad allora dovranno continuare a lottare per superare questo momento così difficile. Attualmente il Nyika è tra le principali fonti di sostentamento, un tubero commestibile derivato da una corteccia lungo il fiume Shire, difficile da procurarsi a causa dei coccodrilli e difficile da cucinare.

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Namandanje, Malawi : zero bambini positivi

Nonostante in Africa la diffusione dell’HIV si sia ridotta è tutt’ora un serio problema, in particolare per il Malawi. Uno dei modi più insidiosi con cui il virus dell’HIV continua a propagarsi è la trasmissione verticale, da madri sieropositive al loro bambino durante la gravidanza e/o l’allattamento.

In questi giorni il governo del Malawi ha reso noti i risultati della prevenzione verticale nel paese.

Il lavoro di DREAM in tutto il paese è stato eccellente, in particolare presso il centro DREAM di Namandanje dove nessuno degli oltre 100 bambini da madri sieropositive ha contratto il virus.

Namandanje si trova in una delle aree più povere del paese dove le case con acqua corrente ed energia elettrica sono una rarità. Un’unica strada consente di arrivarci; spesso è impraticabile a causa delle forti piogge come di recente a causa del ciclone Idai.

Il risultato del centro DREAM di Namandanje è il segno di un lavoro tenace, fedele, preciso, pur tra tante difficoltà. Dà gioia e speranza, un richiamo alle parole di papa Francesco sul valore delle periferie del mondo.

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Epilessia, un centro per bambini in Malawi: la nuova sfida di DREAM

Un Centro per Epilessia per bambini in Malawi: è questa la nuova sfida del programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con la Fondazione IRCCS Istituto Neurologico “Carlo Besta”.

L’epilessia è una malattia cronica del cervello non trasmissibile che, secondo l’OMS, colpisce persone di tutte le età e, in tutto il mondo, circa 50 milioni di persone ne soffrono, ma quasi l’80% di loro vive in paesi a basso e medio reddito. “In Africa subsahariana  – dice il dott. Massimo Leone, Dirigente Medico UO Neurologia, Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta, Referente del Programma DREAM e responsabile del Gruppo di Studio ’La Società Italiana di Neurologia e i paesi in via di sviluppo dell’Africa’- si verifica oltre un terzo di tutti i decessi correlati all’epilessia.  In quelle regioni i neurologi sono in media uno ogni 3-5 milioni di abitanti chiaramente insufficienti per dare adeguate risposte al problema. Una larga maggioranza (65%–95%) dei pazienti epilettici non ha accesso alle terapie. Il Malawi è uno dei paesi più poveri dell’Africa subsahariana, ha 19 milioni di abitanti, la metà sotto i 16 anni ed una prevalenza di epilessia del 2,8 per 1,000”.

Per assicurare assistenza medica e accesso alle cure ai bambini con epilessia in Malawi, Il programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio, grazie al sostegno della Fondazione Mariani e all’accordo con la Fondazione dell’Istituto Neurologico Besta, ha potuto puntare sulla formazione del Dr Victor Tolno del Centro DREAM di Blantyre in Malawi. Il dottor Tolno è stato accolto presso l’istituto Besta di Milano, dove ha potuto seguire per giorni i migliori specialisti di neuropsichiatria infantile e esperti di EEG. Dopo aver appreso tutte le informazioni medico scientifiche utili per affrontare la cura dell’epilessia, il DR Victor Tolno porterà le sue nuove conoscenze in Malawi e contribuirà all’apertura del nuovo centro per l’epilessia per bambini.

Il progetto prevede inoltre l’acquisto – grazie al sostegno della Società Italiana di Neurologia – di un videoelettroencefalografo che sarà installato presso il centro di Blantyre. Le attività del centro saranno supportate da remoto grazie a un sistema di teleneurologia.

Il progetto sarà presentato giovedì 11 alle 14.30 – Biblioteca Centrale – Fondazione IRCCS Istituto Neurologico “Carlo Besta” – Milano. Per maggiori informazioni: https://www.istituto-besta.it/display-page/-/asset_publisher/zbY5D3OWMnJU/content/presentazione-progetto-epilessia-in-malawi-

Dr Victor Tolno del centro DREAM di Blantyre, Malawi.

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