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NCD Project. L’intervista a Fausto Ciccacci

Fausto Ciccacci segue da oltre 10 anni progetti sanitari della Comunità di Sant’Egidio in Mozambico. Ha partecipato all’ideazione del progetto NCD – finanziato dalla Agenzia Italia per la Cooperazione allo Sviluppo contro le malattie croniche in Mozambico, con capofila CUAMM e tra gli altri partner Aifo – e come medico si occupa della parte clinica.
Il progetto mira a rafforzare la capacità del sistema sanitario mozambicano nel rispondere alle malattie croniche emergenti. In particolare diabete, ipertensione e cancro della cervice uterina. L’iniziativa è partita dall’ Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo a Maputo, che ha stanziato un importante finanziamento. La Comunità di Sant’Egidio, insieme al CUAMM e ad AIFO hanno deciso di raccogliere la sfida. Il progetto si articola in 3 province del paese (a sud, centro e nord) in 13 centri di salute. L’intenzione è di renderli dei centri di screening, diagnosi e trattamento delle tre patologie, oltre alla sensibilizzazione della comunità sull’importanza della ricerca attiva di queste malattie.

Come per gli altri progetti in Africa, Sant’Egidio conta sul personale locale. Il progetto è portato avanti da infermieri, tecnici di medicina, farmacisti, biologi e amministrativi mozambicani che con grande professionalità seguono quotidianamente il progetto, con i quali Ciccacci si interfaccia ogni giorno.

 

Qual è la situazione delle malattie croniche nel paese?

In Mozambico, come in altri paesi africani, si sta verificando una situazione per la quale si hanno contemporaneamente malattie della povertà e malattie della ricchezza. È il fenomeno del double burden of diseases. Il Mozambico ha ancora un elevato numero di decessi per malattie infettive (pensiamo soprattutto alle tre grandi malattie HIV/AIDS, tubercolosi e malaria), mortalità materna e malnutrizione infantile. Allo stesso tempo però sono in aumento le malattie non trasmissibili. È un fenomeno complesso che ha molte cause. Tra tutte ipertensione, diabete e tumori. Basti pensare che l’ipertensione è stimata a circa il 30% di prevalenza in Mozambico. Sono solo stime perché il paese ancora scarsamente riesce a diagnosticare e quindi trattare questi pazienti. C’è un sommerso di patologie non trasmissibili che stiamo cercando di far emergere. È sicuro però che il diffondersi degli stili di vita occidentali, l’allungamento dell’aspettativa di vita della popolazione generale, l’aumentata sopravvivenza dei pazienti con HIV, sono fattori che predisporranno al rapido aumento di tali malattie.

 

Qual è la necessità più urgente?

Uno dei primi punti da rinforzare è la capacità di screening. Una prima azione che stiamo implementando è quella di misurare la pressione e la glicemia a tutti i pazienti, per far emergere il vero numero di ipertesi e diabetici. Il problema però è la mancanza di strumenti, fornirne per una corretta diagnosi è uno dei punti chiave del progetto, insieme a terapia e follow up.

 

Quanto tempo ci vorrà perché nel paese l’approccio a queste malattie raggiunga un buon livello?

Purtroppo il Mozambico è un paese che ha ancora molti problemi, non solo a livello sanitario, è uno dei paesi più poveri al mondo, 180° su 189. L’aspettativa di vita si aggira ancora intorno ai 60 anni e in media un mozambicano è andato a scuola solo 3 anni. Per questi, ed altri motivi la strada non è breve. Noi stiamo lavorando con questo progetto e con altre iniziative per promuovere soluzioni semplici ed economiche perchè si possa rispondere alle nuove sfide sanitarie, ma ci vorrà del tempo. Soprattutto sarà necessario un nuovo interesse internazionale a questi paesi anche dal punto di vista delle malattie non trasmissibili.

 

La risposta del personale locale, la partecipazione

Durante il nostro lavoro sul campo, quello che più ci ha colpiti è l’entusiasmo del personale locale. Abbiamo attivato 3 corsi di formazione per i medici, infermieri, tecnici di medicina che lavorano nei centri del progetto. Tutti entusiasti di imparare, ma soprattutto di ricevere gli strumenti necessari per mettere in pratica quello che avevano imparato. Tanti professionisti sanitari mozambicani vivono la frustrazione di non poter risolvere la situazione dei pazienti. Per noi medici poter aiutare un paziente a stare meglio o, quando possibile, guarirlo, è la soddisfazione più grande. Immaginate cosa vuol dire avere davanti un paziente, capire che gli potremmo salvare la vita, per esempio, con una terapia antipertensiva – perchè altrimenti rischia un ictus o un infarto – ma non avere le medicine necessarie. Quando il personale ha capito che li avremmo aiutati ad avere i farmaci per curare i pazienti era come se gli avessimo detto la cosa più bella del mondo o quando abbiamo effettuato gli elettrocardiogrammi gli si illuminavano gli occhi. Assurdo se pensiamo che questo esame da noi è banale routine. Insomma abbiamo riscontrato grande entusiasmo e disponibilità da parte del personale locale.

 

Come si svolge il progetto?

La parte del progetto che portiamo avanti noi come Comunità di Sant’Egidio si basa prima di tutto sul lavoro quotidiano del personale locale che si interfaccia con noi a Roma. Sono poi previste alcune missioni di personale internazionale esperto. Queste missioni hanno principalmente lo scopo di formazione nel primo anno, e di supervisione ed eventuale formazione nei due anni successivi. Le missioni che abbiamo fatto fino ad ora avevano lo scopo di fornire gli strumenti culturali necessari a curare adeguatamente le patologie di interesse del progetto. Ogni missione si articola in una parte di lezione frontale e una parte di lavoro pratico (training on the job). Abbiamo progressivamente dato più spazio al lavoro pratico, perchè ha permesso a noi di capire meglio la realtà del singolo centro e a loro di capire come integrare le indicazioni nel lavoro quotidiano del centro.

 

Quali sono i rapporti con il Ministero della Salute mozambicano?

Sant’Egidio ha ottimi rapporti con le istituzioni sanitarie mozambicane da molti anni, sia a livello centrale che locale. Il MISAU (Ministero da Saude) è uno dei partner principali del progetto, ha partecipato sin dalle fasi di pianificazione dell’iniziativa, assistendoci nella scelta dei siti e delle necessità. Nelle fasi attuali di implementazione sia il MISAU, che le autorità sanitarie locali (l’equivalente delle nostre ASL) sono coinvolte in prima linea nelle attività. Questo è un punto fondamentale del progetto. Il coinvolgimento delle istituzioni locali è fondamentale, ha lo scopo di assicurare il più possibile la continuità necessaria ad affrontare queste malattie.

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Grande Hotel. Il verticale slum di Beira

Il lavoro del Programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio in sostegno degli abitanti del Grande Hotel di Beira. Cibo e assistenza sanitaria gratuiti in un luogo di estrema povertà e degrado.

 

Dopo quasi settant’anni il Grande Hotel di Beira è ancora lì che si affaccia maestoso sull’Oceano Indiano. Guardiano del mare e degli eventi che si sono susseguiti dentro le sue mura. Basta guardarlo per capire che un tempo quell’edificio, oggi fatiscente, era molto di più. Hotel di extra lusso aperto nel 1954 nella seconda città più grande e popolosa del Mozambico, simbolo del successo del regime portoghese a Beira era la luxury accomodation per turisti dal Portogallo o dal ricco Sudafrica, ritrovo dei coloni. Quattro piani per 21mila metri quadrati di lusso sfrenato in stile Art Deco. Piscina olimpionica, il miglior ristorante del paese e tanti ascensori, ognuno con un addetto. Troppo costoso e troppi pochi clienti. Il Grande Hotel viene chiuso, formalmente nel 1963 rimanendo a disposizione per grandi eventi o conferenze e poi definitivamente nel 1974.

Oggi è la casa di più di 4mila persone, un gigantesco vertical slum dove vivono migliaia di persone in condizioni di estrema necessità e molti di loro sono bambini. È considerato un posto in cui vivono ladri e criminali, reietti e poveracci. È così ma solo in parte perché quello che stupisce di questo luogo fantasma è l’ordine caotico con cui la vita si organizza al suo interno. Per entrare devi conoscere qualcuno, c’è bisogno di un permesso. I membri della Comunità di Sant’Egidio sono tra le poche persone esterne a potervi accedere. Volontarie e volontari del Programma DREAM svolgono un lavoro importantissimo: sensibilizzazione alla salute e all’alimentazione, molti degli abitanti dello slum sono in cura presso il centro di salute dedicato alla cura e prevenzione dell’ HIV e delle malattie non trasmissibili come ipertensione, cancro alla cervice uterina e diabete. Molti dei bambini che vivono al Grande Hotel frequentano la mensa e la scuola adiacente al centro DREAM della città.

Per poter frequentare il Grande Hotel è necessario il lasciapassare del “segretario”, una sorta di “sindaco” che vive in quello che un tempo era il sotterraneo dell’hotel e che è anche il suo ufficio dove vivono, spalla a spalla, molte altre famiglie. Ognuna si è costruita la sua baracca di plastica dentro questo grande spazio umido e buio, “siamo tutti vicini di casa” ci dice quando andiamo a trovarlo. É contento di avere visite ed è orgoglioso di farci da guida ma prima, foto di rito.

Cominciamo dalla piscina o il suo ricordo. La sua funzione oggi è di pozzo e discarica. La parte più profonda funge da cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, nell’altra, cumuli di immondizia. Nell’hotel non c’è acqua corrente ed elettricità, anche se alcuni se le procurano illegalmente e si convive con i rifiuti che sono ovunque. Vere e proprie montagne, nelle parti esterne e interne. “Avevamo provato a organizzare una raccolta ma non tutti partecipano e c’è chi lancia i rifiuti dai piani alti” dice il “segretario” mentre davanti a noi una ragazza cala un secchio nella piscina per raccogliere l’acqua più sporca che io abbia mai visto, “con quella ci cuciniamo e ci laviamo” continua. Entrando nell’edificio passiamo per i bagni, latrine in comune per tutti. Il rischio epidemico è molto alto: colera, diarrea, malaria e scabbia sono come la nostra influenza, per non parlare della diffusione dell’HIV, ecco perché l’attività delle volontarie DREAM è così importante. È un viavai di gente. “Qui le regole sono due- ci spiega il segretario- rispetto e apertura a chi necessita di un rifugio. L’autorità locale vorrebbe demolire l’hotel e allocare gli abitanti provvedendo alla costruzione di case vere ma non avendo fondi, questo piano non è realizzabile e comunque la polizia qui non ha alcuna autorità. Nuovi residenti continuano ad arrivare e molti vivono qui da anni a causa della povertà, ci sono abitanti di terza generazione”. Loro sono gli esclusi dalla vita socio-economica, la maggior parte lavora in nero ed è molto difficile procurarsi i bisogni primari.

La criminalità c’è ma va diminuendo mentre il problema di alcol e droga è alto, per spaccio e consumo che poi si traduce in violenza, generalmente sessuale. Forte il contrasto tra la sporcizia fuori dall’edificio o nelle aree comuni interne e l’ordine, la pulizia dentro le “case” degli inquilini dell’hotel. 116 sono le stanze originarie che i più fortunati hanno occupato, abitate da intere famiglie. In molti ci accolgono e sono orgogliosi di mostrarcele. Intanto i bambini tornano da scuola, con zainetto e divisa. Prima di pranzo giocano negli ex saloni dell’albergo come fosse il cortile di un condominio qualunque. Tutto è pericolante, le scale sembrano sospese e i piani superiori sono corridoi nel vuoto, qualcuno ci è anche morto. È l’ora del mercato, allestito all’entrata principale, c’è anche un chiosco per i ragazzi con tanto di postazione Playstation. Sembra assurdo eppure anche quella quotidianità ha la sua normalità.

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Cibo e vestiti in quantità: l’inaspettato regalo di Natale al centro Dream di Zimpeto

Riso, pollo, olio, bibite e biscotti in grande quantità. Ma anche vestiti e scarpe per bambini. Sono i doni, un vero e proprio regalo di Natale, appena arrivato al Centro DREAM di Zimpeto, quartiere periferico di Maputo in Mozambico.

Proprio qui, nella struttura della Comunità di Sant’Egidio, un gruppo di persone ha assistito alla recente visita di papa Francesco. Commossi dalle parole del Santo Padre, che ha paragonato l’attività del centro di salute alla parabola del Buon Samaritano, hanno deciso di regalare alla struttura cibo e abbigliamento. Questa la toccante lettera che ha accompagnato le casse piene di generi alimentari, vestiti e scarpe:

La visita di papa Francesco echeggia nelle nostre menti come se fosse stata ieri, e siamo sicuri che questa giornata sarà per sempre nei nostri cuori.

Grazie alla Comunità di Sant’Egidio, abbiamo avuto il privilegio di ascoltare il messaggio di papa Francesco e ricevere la sua benedizione. La nostra presenza nel centro di salute di Zimpeto non si è limitata alla gioia di vedere il Santo Padre, abbiamo anche ascoltato le sue parole, quando ha paragonato la vostra attività alla parabola del Buon Samaritano. “Avete sentito quel grido silenzioso, quasi impercettibile di coloro che soffrono, e grazie al vostro gesto diventate espressione del Cuore di Gesù, in modo che nessuno pensi che il loro grido arriverà a orecchie sorde.” (Parole del Santo Padre).

Siete un segno di solidarietà per coloro che hanno bisogno sentire la presenza attiva di un fratello o una sorella (parole del Santo Padre) ed è in questo spirito di fratellanza che inviamo la nostra offerta per aiutarvi nelle celebrazioni del Santo Natale, per continuare a dare luce e speranza a tutti coloro che aiutate.

Alla Comunità di Sant’Egidio e a tutti coloro che beneficiano della vostra dimostrazione d’amore, inviamo i nostri auguri di buon Natale e desideriamo che il Signore vi benedica, affinché la nascita di Gesù Cristo porti luce e speranza nei cuori di coloro che più vi amano e continuano ad essere la manifestazione dell’amore di Dio, sempre pronti a infondere vita e speranza.

Nel cantare la canzone con cui Papa Francesco è stato accolto al centro, ci salutiamo pieni di amore e gratitudine.

 

Moya wanga khensa, moya wanga khensa, moya wanga khensa, Khensa Yehova …

Moya Wanga Kensa, Moya Wanga Kensa, Moya Wanga Kensa, Papa Francisco …

 

Moya Wanga Khensa, Moya Wanga Khensa, Moya Wanga Khensa, Comunidade Santo Egidio…

 

Con amore e gratitudine

Açucena Benjamim Guilaze

Augusto Aldonio Cassa

Vercélia Pereira Lopes

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Giornata Mondiale contro l’AIDS, SANT’EGIDIO: in Africa è allarme tra gli adolescenti

Il programma DREAM, presente in 11 Paesi africani, ha attività specifiche dedicate ai giovani: l’obiettivo è combattere la malattia e lo stigma

 Salvare il futuro dell’Africa combattendo la principale causa di morte tra gli adolescenti del Continente: il virus dell’HIV. È questa la sfida del programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio che, in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS, vuole ricordare quanto è stato fatto e quanto ancora bisogna fare per i giovani. Un’attività che DREAM porta avanti ormai da 18 anni offrendo accesso gratuito alle cure in 11 Paesi africani, con 49 centri di salute e 25 laboratori di biologia molecolare.

Nel 2016, il 73 per cento dei nuovi casi di HIV tra adolescenti era localizzato in Africa (fonte: www.avert.org). E si stima che da qui al 2030 ci saranno altri 740 mila giovani che contrarranno il virus. Ad oggi la metà delle ragazze e dei ragazzi sieropositivi è concentrata in sei nazioni. Cinque di queste appartengono allo stesso continente: Sud Africa, Nigeria, Kenya, Mozambico e Tanzania.

Particolarmente seria la situazione nell’Africa orientale. Ed è proprio da qui che parte il lavoro di DREAM. Sono quasi 6000 gli adolescenti attualmente in terapia nei centri di salute del programma della Comunità di Sant’Egidio. La metà di questi si trova in Mozambico, più di 1000 in Malawi e oltre 800 in Kenya. Nei tre stati DREAM ha tre progetti, finanziati dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo: Malawi? I Care, Mozambico PASS e Insieme al Global Fund per porre fine all’epidemia di HIV e TB in Kenya. Di pochi giorni fa è la notizia che l’AICS ha approvato un progetto dedicato ai giovani dal titolo Espaço Aberto. Rafforzamento dei servizi sanitari per adolescenti e giovani donne con HIV in Mozambico che comincerà nel 2020. Il progetto permetterà di offrire per almeno due anni cure gratuite e di qualità a 2.500 giovani con HIV (per il 52% ragazze) tra i 10 e i 19 anni e 1.250 giovani donne sieropositive tra i 20 e i 25 anni. Si sperimenterà la formazione di youth leader e la loro inclusione nella creazione di uno spazio adolescents friendly all’interno di sei centri di salute in Mozambico, al fine di facilitare l’accesso dei giovani ai servizi sanitari per HIV.

Combattere l’AIDS tra gli adolescenti significa, spesso, agire prima che questi vengano messi al mondo. La maggior parte dei ragazzi e delle ragazze, infatti, contrae il virus per via perinatale, mentre il resto si infetta attraverso il sesso non protetto. Dal 2002 ad oggi, DREAM ha fatto sì che 100 mila bambini di madri sieropositive nascessero senza contrarre l’HIV, offrendo alle donne incinte un servizio gratuito e di qualità per prevenire la trasmissione del virus ai figli.

E sono proprio queste stesse giovani donne uno dei gruppi più vulnerabili all’HIV.  Ragazze che spesso vivono in condizioni di povertà o subiscono violenza e non hanno la possibilità di proteggersi dall’HIV. La disuguaglianza di genere nell’educazione e le norme restrittive sono inoltre direttamente collegate ad un più basso accesso ai servizi per la salute sessuale, incluso il test e trattamento HIV.

In generale, tutti i giovani tra i 15 e i 24 anni sono una categoria vulnerabile all’infezione per caratteristiche associate ai comportamenti di questa fascia di età. I ragazzi, in una società in cui è alta la disuguaglianza sociale, sono soggetti a fattori come la carenza di risorse economiche, l’abbandono scolastico e l’esplorazione sessuale che aumentano la vulnerabilità all’HIV. A questi fattori vanno aggiunte la difficoltà di accesso ai servizi sanitari e la scarsa preparazione nella risposta nazionale in Africa Sub-Sahariana alle specificità di questo gruppo di età.

Una condizione che non riguarda solo le fasce più povere della popolazione. Come nel caso di Eulalia, diciassettenne proveniente da una famiglia della classe media del Mozambico. Per anni aveva seguito una terapia antiretrovirale sbagliata. La famiglia era stata indotta a comprare farmaci non in base alle reali necessità della ragazza, tutto dipendeva dall’offerta di chi li vendeva. Quando con la madre Eulalia arriva in un centro di salute DREAM è in condizioni critiche. Fa tutti i test e le analisi necessarie e inizia una terapia finalmente adatta. La madre apre la borsa, convinta di dover pagare, e non riesce a credere che un servizio del genere possa essere totalmente gratuito.

La scarsa informazione diventa mancanza di consapevolezza perché le famiglie non sono adeguatamente sensibilizzate e spesso hanno paura di parlare della malattia. È successo a Janet, una tredicenne del Malawi. Fa il test dell’HIV e risulta sieropositiva quando ha solo 2 anni e 9 mesi. Inizia a prendere subito le medicine necessarie, ma ignora per anni la sua reale patologia. A un certo punto inizia a rifiutare le cure: crede di stare bene e non comprende il motivo per il quale è costretta ad assumere medicinali. Solo nell’agosto di quest’anno la madre chiede aiuto ai professionisti di DREAM per spiegare alla figlia che ha l’HIV.

“Spesso a Dream – spiega Paola Germano, direttrice del programma della Comunità di Sant’Egidio – si presentano genitori di adolescenti che chiedono aiuto. Non vorrebbero esser loro a dire ai figli come stanno le cose. Chiedono che sia il personale di DREAM a parlare con i figli. Si sentono in colpa.”

In supporto ai sistemi sanitari nazionali, DREAM, attraverso i centri di salute, non si limita alla distribuzione dei farmaci, ma forma il personale locale e offre ai pazienti servizi di consulenza, prevenzione e test. Fondamentale, soprattutto per gli adolescenti, l’attività di sensibilizzazione sulle tematiche legate alla salute e alla cura. Queste attività sono svolte da expert client, persone malate, spesso donne, che hanno beneficiato dei servizi offerti dai centri di salute di Sant’Egidio e che sono poi diventate divulgatrici, veri e propri punti di riferimento in grado di dare ai giovani le informazioni necessarie per accedere alle cure o, prima ancora, per fare un test.

Se i giovani risultano sieropositivi, vengono inseriti in un programma di cura e trattamento. Le ragazze e i ragazzi vengono poi regolarmente seguiti da uno staff medico adeguatamente formato e monitorati anche per tutte le infezioni e patologie che possono insorgere, come malaria, tubercolosi, malattie sessualmente trasmissibili e malnutrizione, o malattie non infettive come problemi cardiovascolari, diabete e cancro alla cervice uterina.

Ogni centro di salute DREAM ha un responsabile dei servizi indirizzati ai giovani. L’idea alla base dei programmi per gli adolescenti è quella di mantenere con loro un filo diretto attraverso appuntamenti fissi focalizzati sulle loro specifiche necessità. Per questo vengono invitati a prendere appuntamento in giornate dedicate espressamente a loro per monitorare lo stato di salute e nutrizione, fare gli esami del sangue necessari al controllo dell’andamento della terapia e i test per la carica virale, consegnare i farmaci, prevenire e curare eventuali malattie correlate all’HIV e fare screening del cancro della cervice uterina. Tutte le attività sono svolte da personale qualificato opportunamente sensibilizzato.

Inoltre, durante le giornate di apertura per i giovani, alcuni expert client e infermieri creano gruppi di supporto per persone con HIV tra i 10 e i 19 anni. Gli incontri permettono ai giovani di aprirsi, li aiutano a parlare del proprio status, del trattamento antiretrovirale, dello stigma, dei diritti delle persone con HIV, di salute sessuale. È il caso di Ian, un ragazzo di 19 anni che ha lottato a lungo contro la stigmatizzazione e la perdita di autostima e ora è diventato un esempio per i giovani della sua comunità in Kenya. Arrivato in un centro di salute DREAM con i genitori, entrambi sieropositivi, così come il fratello minore, si trova subito in una situazione difficile: a causa della malattia è costretto ad assentarsi spesso da scuola e, quando è presente, ha paura di essere stigmatizzato e non prende le medicine. Poi inizia a frequentare un gruppo di supporto per adolescenti, per superare i problemi fisici e psicologici connessi all’HIV e garantire una buona aderenza al trattamento. Oggi la carica virale è stata abbattuta, le sue condizioni migliorate e ha ritrovato la sua autostima arrivando a parlare in pubblico della sua situazione.

“Attorno ai centri DREAM – conclude Paola Germano, direttrice di DREAM – esistono movimenti di adolescenti che hanno superato la fase dello stigma e s’impegnano a parlare dell’HIV con i coetanei sani, nelle scuole e nei luoghi di ritrovo. Sono movimenti di adolescenti costretti dalla malattia ad una maturità interiore precoce, che grazie alle cure e all’inclusione del gruppo ritrovano sicurezza e speranza. Il loro contributo all’abbattimento dello stigma da HIV tra i giovani è inestimabile.”

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Mozambico. Il progetto contro le malattie croniche per spezzare il circolo di povertà e malattia

Prevenzione e cura delle malattie non trasmissibili in un nuovo progetto del programma DREAM in Mozambico. L’iniziativa, guidata da CUAMM e implementata in collaborazione con AIFO, è finanziata dall’Aics.

Il Mozambico è un paese speciale per la Comunità di Sant’Egidio. I negoziati per la pace e poi, finalmente il primo centro DREAM, aperto a Maputo nel 2002. L’impegno per la prevenzione e la cura dell’HIV in Africa si stava realizzando, da sogno a realtà. Nel tempo, si sono alternate nuove sfide e le attività si sono moltiplicate. Dal 2019 DREAM collabora, insieme a CUAMM e Aifo a un nuovo progetto, sostenuto dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione e Sviluppo, contro le malattie croniche in Mozambico a beneficio di una popolazione di oltre 370.000 persone.

La cura delle malattie non comunicabili in Africa è ormai parte integrante del Programma DREAM. Nei nostri centri di salute infatti, non ci dedichiamo solo a prevenzione e trattamento dell’HIV ma anche di diabete, ipertensione e cancro alla cervice uterina. Queste patologie rappresentano una sfida crescente alla salute. Malnutrizione, povertà e scarsa educazione non fanno che peggiorare la situazione. Puntare sulla prevenzione, per ridurre i costi economici ma soprattutto umani. Questo il cuore del nuovo progetto a cui partecipiamo, valore che condividiamo e applichiamo nei nostri centri. Tutti gli oltre 40.000 pazienti DREAM in Mozambico ricevono uno screening annuale per le malattie croniche.

“L’ipertensione e il diabete sono in aumento in Mozambico, anche a causa della crescita economica e dell’allungamento della vita. Questo porta a una doppia sfida per il sistema sanitario del paese: le malattie emergenti accanto alle purtroppo ancora diffuse malattie della povertà” ha detto il dottor Fausto Ciccacci, tra i responsabili degli interventi sanitari del programma DREAM. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha sottolineato il rapporto tra malattie croniche non trasmissibili e povertà. Le persone più povere hanno stili di vita meno salutari, questo li porta a sviluppare sindromi che in paesi poveri richiedono delle terapie troppo costose. Da qui un circolo vizioso di povertà, mancato accesso a cure e sviluppo, da spezzare con interventi mirati e a lungo termine.

L’impegno di DREAM nel progetto prevede alcune novità. Non opereremo nei nostri centri ma in strutture pubbliche. Lavoreremo in tre province del paese: Maputo, Sofala e Zambezia. Due ospedali e dodici centri di salute per portare prevenzione e trattamento nei villaggi e nelle zone più remote, a sostegno del sistema sanitario. Formazione di medici locali e del personale sanitario, il primo fronte di intervento. Prevenzione e trattamento saranno possibili ed efficaci con il trasferimento di conoscenze sui temi delle malattie croniche. Il progetto prevede poi l’equipaggiamento delle strutture sanitarie con attrezzature e medicinali. Verranno effettuate attività di screening e sensibilizzazione nella comunità ma anche raccolta dati e ricerca operativa. Tutto questo per raggiungere l’Obiettivo di Sviluppo del Millennio 3.4: ridurre di un terzo la mortalità prematura da malattie non trasmissibili entro il 2030.

Un progetto che rappresenta per la Comunità di Sant’Egidio non solo una novità per le modalità di azione ma soprattutto un ulteriore passo a sostegno del Ministero della Salute e per il benessere della popolazione mozambicana.

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Dare alla luce la speranza. Papa Francesco in visita al centro DREAM di Zimpeto

Una giornata di gioia e speranza per le persone che il 6 settembre hanno incontrato Papa Francesco, in visita al centro di salute DREAM, a Zimpeto, in Mozambico.

Doveva arrivare alle 08.45 ma il Papa è imprevedibile e alle 07.30: “tre minuti ed è lì”, ci dicono. Ansia, gioia, festa. Le emozioni si fondono. L’attesa è finita, Francesco sta arrivando. Al centro DREAM di Zimpeto, alla periferia di Maputo, è tutto pronto, la pioggia che non sembra smettere non ha fermato le quasi duemila persone che non vedono l’ora di incontrare Papa Francesco. Donne che vestono capulane, le tipiche stoffe mozambicane, con disegnato il Papa, anziani, bambini che agitano nell’aria fazzoletti colorati, uomini. Tutti sventolano bandierine, provano canti e balli a pochi minuti dall’incontro. Molti di loro, la maggior parte, sono pazienti HIV in cura al centro DREAM, simbolo del trionfo della vita sulla malattia. Orgoglio più grande del programma di cura. Nel 2002, infatti, la terapia non esisteva in Mozambico e in altri paesi africani. Per noi questo era inaccettabile e ci siamo impegnati per realizzare un modello di uguaglianza tra Nord e Sud del mondo, garantendo l’accesso gratuito alla terapia completa e il sostegno complessivo alla salute. Dice Paola Germano, responsabile del Programma DREAM.

Il Papa è arrivato e noi che siamo dentro al Centro lo capiamo dalle grida di gioia, dai canti che si intensificano. Ad accoglierlo c’è Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e Cacilda Massango, coordinatrice del centro di Zimpeto, sieropositiva -ma a vederla non lo diresti mai- testimone dell’importanza e dell’efficacia del trattamento. Padre Santo è una grande gioia ricevere la sua visita in questa casa per tanti malati. Qui si ricevono gratuitamente medicine, cure, cibo ma soprattutto dignità e amicizia. Con queste parole dà il benvenuto a Francesco e poi continua Centinaia di migliaia di madri sieropositive hanno avuto la gioia di far nascere i propri bambini liberi dall’AIDS. Un’esperienza meravigliosa per una mamma malata: un miracolo! Oggi la cura è un sogno realizzato. La Comunità di Sant’Egidio cura più di 500.000 malati africani, ma tutto è cominciato qui in Mozambico.

Nelle parole di Cacilda, la più grande soddisfazione del programma DREAM. I bambini nati sani da mamme sieropositive, sono loro la più grande soddisfazione. L’impossibile che si realizza e la vita che trionfa. Sorridendo a chi pensava che non fosse possibile. Un nuova generazione di bambini che sono la vera speranza nei paesi africani. Ha detto Gianni Guidotti, Segretario Generale del Programma DREAM.

Cacilda sottolinea poi l’importanza delle attiviste, donne che una volta ritrovate le forze, si mettono al servizio di altri malati, sostenendoli nella cura. Io stessa sono una delle prime malate incontrate da DREAM: ho scelto di restituire quanto ho ricevuto.

Il Papa prende la parola, ma non prima di aver abbracciato Cacilda. Grazie per la tua vita e la tua testimonianza, espressione che questo centro è manifestazione dell’amore di Dio, sempre pronto a soffiare vita e speranza dove abbondano morte e sofferenza. Ringrazia tutti i presenti e nel vedere l’amore, la professionalità e la competenza con cui vengono accolti i malati fa riferimento alla parabola del Buon Samaritano. Voi qui non siete passati a distanza. Questo centro mostra che c’è stato chi si è fermato e ha sentito compassione, non ha ceduto alla tentazione di dire “non c’è niente da fare, è impossibile combattere questa piaga” e si è dato da fare con coraggio per cercare delle soluzioni. Avete ascoltato il grido silenzioso, di tante donne, tante persone che vivevano nella vergogna, emarginate, giudicate da tutti. A scontare questo grido vi ha portato a capire che il trattamento medico, sebbene necessario, non era sufficiente, perciò avete considerato la problematica nella sua integralità per ridare dignità alle donne e ai bambini, aiutandoli a progettare un futuro migliore. Non manca un riferimento all’ambiente, tema caro al Pontefice. Nello stesso tempo è meraviglioso vedere come questo ascolto dei più deboli, dei poveri, i malati, ci mette in contatto con un’altra parte fragile del mondo: penso ai sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Fra i poveri più abbandonati e maltrattati c’è la nostra oppressa e devastata terra. Voi siete stati in grado di capirlo e quest’ascolto vi ha portato a cercare mezzi sostenibili nella ricerca di energia, nella raccolta e riserva di acqua. Le vostre opzioni a basso impatto ambientale sono un modello virtuoso, un esempio da seguire vista l’urgenza imposta dal deterioramento del pianeta.

Prima di concludere ringrazia ancora Cacilda e le donne come lei, i bambini e tutti quelli che possono scrivere  una nuova pagina di storia liberi dall’AIDS e tutti quelli che oggi sorridono perché sono stati curati con dignità. Quanti sono usciti dall’incubo della malattia, senza nascondersi, trasmettendo speranza a molti. Quell’ “io sogno”, quel “DREAM” è molto più di un acronimo ma è un vero grido di speranza che ha contagiato  tante persone bisognose. Rinnovate gli sforzi, perché qui si possa continuare a “dare alla luce” la speranza. Dice prima della benedizione Papa Francesco che riceve in dono dalla Comunità di Sant’Egidio un pastorale a forma di croce, realizzato con le lamiere e la paglia delle case distrutte dal ciclone Dai che ha colpito la regione di Beira lo scorso marzo, dove la Comunità è presente e continua a dare sostegno alla popolazione. Il Papa ha poi incontrato alcuni malati in privato, salutato le mamme sieropositive che hanno dato alla luce figli sani, benedetto i bambini.

Questo giorno rimarrà tra i più significativi della mia vita e di tutti i pazienti DREAM, non solo in Mozambico ma in tutta l’Africa. Un momento storico, importante, articolarmente nella vita di tutte le donne del mondo che hanno contratto l’HIV. La visita del Papa è stato un segno di grande speranza, noi vogliamo vivere e ancora di più.

Ci dice Cacilda, commossa e felice, subito dopo la visita di Papa Francesco.

 

di Cecilia Gaudenzi – Zimpeto, 6 settembre 2019

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