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Dream e Fondazione Pierfranco e Luisa Mariani: grazie a un nuovo progetto due nuovi centri epilessia in Africa

Chimwemwe (nome di fantasia) ha 11 anni, soffre di una forma particolare di epilessia con allucinazioni, ci racconta “sento voci e vedo persone”, poi perde coscienza. La sorella maggiore che da poco ha partorito ci chiede: “è contagiosa?”. Chimwemwe è impaurita, non sa cosa sia l’epilessia, nessuno glielo ha mai detto. Antoine (nome di fantasia) ha 13 anni, soffre di epilessia da quando ne aveva 5; la madre lo ha abbandonato per paura di esserne contagiata e di rimanere anche lei vittima di stregoneria. Da allora non lo ha più cercato. Sono storie dolorose e purtroppo frequenti in Africa.

Nel continente africano sono oltre 10 milioni i malati di epilessia, soprattutto minori. HIV, malaria, problemi al momento del parto e malnutrizione sono tra i fattori determinanti.

Gli epilettici in Africa muoiono 3 volte più che altrove; come riportato nei Vangeli duemila anni fa, tutt’oggi questi malati muoiono soprattutto per annegamento e per le ustioni da caduta nei bracieri, centro della vita di tante famiglie povere.

L’epilessia è una malattia cronica e, come accadeva per l’HIV, oltre il 70% degli epilettici non ha accesso alle cure, è sottoposto a stigma e isolamento. Gli specialisti che la curano, i neurologi, sono una vera rarità: uno ogni 3 milioni di abitanti.

Da tempo DREAM incontra questi malati e cerca di dar loro cure, amicizia e affetto. Ma l’epilessia è una malattia che richiede competenze molto specifiche e farmaci spesso costosi, non facili da reperire.

La Fondazione Pierfranco e Luisa Mariani da sempre si occupa del disagio dei bambini affetti da malattie neurologiche e già nel 2019 aveva favorito la cura dell’epilessia a DREAM, sostenendo le spese per la formazione di un medico del centro DREAM di Blantyre, il Dr Tolno, presso la Neuropsichiatria infantile dell’Istituto Neurologico Besta di Milano diretta dal Dr Nardo Nardocci. Quest’anno la Fondazione Mariani è andata oltre e con DREAM ha lanciato un progetto quinquennale per l’apertura di due centri epilessia, uno a presso il centro DREAM di Bangui in Repubblica Centrafricana, l’altro al centro DREAM di Balaka in Malawi. Il progetto prevede la formazione neurologica in epilessia del personale DREAM, l’acquisto dei medicinali indispensabili per curare la malattia e l’acquisto di un videoelettroencefalografo e dei materiali necessari.

A DREAM la notizia è stata accolta con entusiasmo da tutto il personale dei centri e dai malati epilettici che DREAM segue da tempo. In questi giorni il progetto è già iniziato e si sono tenuti i primi due corsi di formazione per il Malawi e per la Repubblica Centrafricana. Per ora i corsi di formazione sono stati svolti a distanza via web. Anche se a tenuti a distanza, sono stati per tutti una vittoria, un passo in avanti in un cammino e destino comune nonostante la minaccia della pandemia COVID.

Quelle di Chimwemwe e Antoine sono storie di rinascita. Chimwemwe ha trovato nelle nostre parole affetto e rassicurazioni, il muro fatto di superstizione, credenze magiche, diffidenza e stigma che chiudeva la sua vita è stato buttato giù, ci sorride, anche la sorella, torna la voglia di chiacchierare, finalmente una vera adolescente, ci racconta che il suo sogno da grande è diventare pilota! Antoine grazie alle cure che ha ricevuto a Dream sta bene e ora ha una vita normale, ci regala sorrisi. Il sogno continua.

Articolo a cura di dr. Massimo Leone, Neurologo, IRCCS Istituto Neurologico C.Besta

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Covid-19 in Kenya, i centri DREAM presidio contro la pandemia

La testimonianza di Benjamin Welu, coordinatore dei centri di salute delle Eastern Sites, attualmente supportati dalla Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo nell’ambito del progetto “Insieme al Global Fund per porre fine all’epidemia di HIV e TB in Kenya”.

Il Coronavirus colpisce anche il Kenya. Il Paese, potenza economica dell’Africa orientale, ha una popolazione di oltre 47 milioni di persone e ha registrato il primo caso di Covid-19 il 13 marzo 2020. Da allora, i contagi sono aumentati ogni giorno, con un incremento significativo di più di 50 casi al giorno, con picchi di 70, nelle ultime due settimane. Stando al sito web del ministero della Salute keniano, il Paese al 26 maggio aveva registrato 1348 casi confermati e 52 decessi, con circa 64 mila test effettuati. A parte le contee di Meru e Nairobi, dove sono stati documentati casi positivi, nelle altre aree in cui DREAM è operativo non sono stati segnalati positivi. La testimonianza di Benjamin Welu, coordinatore dei centri DREAM in Kenya.

Dott. Welu, come sta reagendo la popolazione?

Con l’inizio dell’emergenza Covid-19, il Kenya ha adottato specifiche misure per garantire che i cittadini siano in allerta e frenare la diffusione del virus tra la popolazione. I numeri di emergenza sono stati e continuano a essere pubblicizzati, così come le campagne di sensibilizzazione. I media hanno fatto informazione per prevenire il contagio, promuovendo l’igienizzazione delle mani, il distanziamento sociale e l’importanza della quarantena in caso di esposizione alla malattia o di sintomi sospetti.

Cosa sta facendo il governo centrale?

Al confine tra le contee e alla frontiera viene eseguito uno screening della temperatura. I confini con Somalia e Tanzania sono stati chiusi. I contagi vengono tracciati e c’è la quarantena per tutti coloro che siano stati in contatto con casi confermati, nonché per le persone in arrivo dall’estero. Ci sono restrizioni ai viaggi internazionali e blocchi nelle regioni con molti nuovi casi di infezione, come ad esempio l’area metropolitana di Nairobi, la regione costiera e le contee nord-orientali. È stato attivato lo smartworking per tutti i lavoratori dei servizi non essenziali e nei luoghi pubblici è obbligatorio indossare la mascherina, mentre le scuole di ogni ordine e grado, così come i luoghi di culto e di preghiera, sono stati chiusi. I test sono obbligatori per alcune categorie di lavoratori, come i camionisti che attraversano le frontiere, e sono stati avviati test di massa nelle regioni che presentano molti nuovi casi.

Ci sono difficoltà nella gestione dell’emergenza sanitaria?

Sì, le implicazioni sociali ed economiche della pandemia hanno influito negativamente sulle misure di prevenzione. Inizialmente la popolazione ha preso molto sul serio misure di prevenzione come l’igienizzazione delle mani, l’uso delle mascherine, il distanziamento sociale era preso sul serio. Tuttavia, con il tempo, la maggior parte delle persone ha cominciato a ignorare alcuni degli avvertimenti. Molte persone indossano le mascherine solo per paura della polizia, altri hanno iniziato a organizzare feste in casa.

I pazienti messi in quarantena dopo sospetto di contatto con pazienti positivi al Coronavirus sono costretti a casa senza poter procurarsi del cibo, senza poter lavorare. Ciò ha demotivato le persone a sottoporsi ai test e alcuni hanno fornito indirizzi sbagliati per non essere rintracciati.

Inoltre, il blocco di alcune regioni ha lasciato molte persone senza lavoro e ha limitato il commercio. Ciò ha portato alla carenza di materie prime alimentari e all’aumento dei prezzi. Il governo non è stato in grado di soddisfare le esigenze di chi si trovava nell’area chiusa. I positivi che sarebbero dovuti rimanere in quarantena hanno iniziato a uscire per cercare cibo o andare al lavoro: ci sono state tensioni e scontri con la polizia.

Un altro grosso problema è rappresentato dalla discriminazione nei confronti delle persone positive al Covid-19 e delle loro famiglie. In alcuni casi riportati dai media, alcune delle persone positive sono tornate dalla quarantena e hanno trovato le loro proprietà distrutte, una mossa volta a obbligarle a un trasloco.

Qual è il ruolo del programma DREAM nella lotta al virus in Kenya?

Siamo attivi nella diffusione di un’adeguata educazione sanitaria e nella promozione delle misure preventive stabilite dal governo. Tutti  i nostri centri hanno organizzato gli appuntamenti su più giorni, per distanziare i pazienti e ridurre così il rischio di contagio.

Inoltre, DREAM ha acquistato dispositivi di protezione per il personale e i pazienti che si possono presentare nei centri con sintomi respiratori come tosse o che arrivano senza mascherina. Abbiamo installato postazioni per il lavaggio delle mani a disposizione di pazienti e staff, rendendo inoltre disponibili i disinfettanti necessari. Il personale dei centri è stato adeguatamente formato per gestire al meglio i casi sospetti di Covid-19 e seguire i protocolli del governo.

Come è cambiato il vostro lavoro dall’inizio della pandemia?

L’emergenza sanitaria ha inevitabilmente cambiato le nostre vite lavorative. Tutto il personale non medico ha iniziato a lavorare part-time e, quando possibile, in smartworking per ridurre al minimo i viaggi verso le strutture. Inoltre, nei centri i giorni lavorativi sono stati ridotti a 3 a settimana, proprio per ridurre al minimo i rischi. Tuttavia la paura resta: lo staff è preoccupato per i possibili contagi ma anche per il rischio di perdere il lavoro se la pandemia non si arresta.

 

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RDC, DREAM combatte il Coronavirus con mascherine fatte in casa e educazione sanitaria

Aumentano i casi nella Repubblica Democratica del Congo e il Governo dichiara l’emergenza: le attività di supporto del laboratorio DREAM di Kinshasa

Sono 1160 i casi di Covid-19 registrati a metà maggio in Repubblica Democratica del Congo. I primi contagi si sono verificati nella capitale Kinshasa, e precisamente nel quartiere di La Gombe, centro amministrativo e commerciale, sede di ambasciate e ministeri e dunque frequentato da stranieri o persone che abitualmente viaggiano all’estero.  Nel giro di qualche settimana, i casi si sono diffusi anche in quartieri molto periferici e in altre province, a Lubumbashi e in Kivu.

Il governo ha dichiarato “l’Etat d’urgence sanitaire”. Sono stati sospesi i voli e i trasporti tra province, mentre il centro città è stato messo in una sorta di isolamento, per contenere il focolaio del quartiere Le Gombe. Il tentativo di rendere operativo il lockdown dell’intera Kinshasa è fallito in seguito alla speculazione sui prezzi dei beni di prima necessità e alla seria minaccia di rivolta della popolazione. Restano alcuni provvedimenti restrittivi, ma la situazione dei trasporti è disastrosa e i limiti alla libera circolazione stanno causando molti problemi ai tantissimi nuclei famigliari che vivevano di quello che riuscivano a guadagnare in giornata.

Sul fronte sanitario, il Governo ha elaborato una procedura di gestione  dei casi, sono stati identificati degli ospedali per accogliere pazienti Covid ed è stato individuato un laboratorio di riferimento nazionale, l’ INRB Institut national de recherche biomédicale.

Il laboratorio DREAM di Kinshasa è al lavoro per sostenere il sistema sanitario del Paese, ed è nella lista dei laboratori che potranno ricevere reagenti per supportare l’attività di diagnostica. Come tutti gli altri centri, anche il nostro ha stabilito subito il triage, il lavaggio mani e il distanziamento, che si è rivelato di facile implementazione in quanto il centro ha un’area d’attesa molto grande. Restano grandi le difficoltà a reperire le mascherine per il personale sanitario, quelle di tipo FFP2 e FFP3, introvabili già prima che scattasse l’emergenza Coronavirus in Repubblica Democratica del Congo. Con l’aiuto di una delle infermiere del centro, che ha portato  la sua macchina da cucire, e con il lavoro delle attiviste, è iniziata la produzione delle mascherine per tutti, anche per i pazienti che vengono al centro. Inoltre, lo stesso gruppo sta insegnando ai pazienti come preparare le mascherine in casa.

Combattere il virus significa anche combattere la paura. La popolazione teme il virus, ma non sa come comportarsi: per questo c’è bisogno di educazione sanitaria e di mascherine. Ma l’emergenza sanitaria si sta già trasformando in emergenza sociale: per questo, oltre ai dispositivi di protezione individuale, presto sarà necessario pensare alla distribuzione di cibo.

 

 

 

 

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Sant’Egidio, al via “Corri da solo, corri per tutti” per sostenere chi è in difficoltà economica a causa dell’emergenza Coronavirus

Dal 17 al 24 maggio, l’iniziativa dedicata ai runner – chiunque può partecipare, anche da casa, e donare, nel pieno del rispetto delle normative nazionali e locali.

Una corsa solidale (anche se solitaria) per sostenere le attività che la Comunità di Sant’Egidio sta mettendo in campo in favore di tutte le persone che, a causa dell’emergenza Coronavirus e del prolungato lockdown, sono in difficoltà economica. È “Corri da solo, corri per tutti”, la prima festa internazionale dello sport individuale solidale.

Partecipare è facile. Ovunque nel mondo, runner, marciatori e camminatori potranno condividere il piacere di vivere un momento di sport con finalità solidali, ovviamente nel rispetto rigoroso delle normative nazionali, regionali e comunali. L’appuntamento, dunque, non prevede un luogo di incontro, né un orario preciso, ma solo un arco temporale di una settimana per fare il primo passo: la partenza è libera, da domenica 17 maggio fino allo scoccare della mezzanotte di domenica 24 maggio. Anche la distanza da percorrere è lasciata alla libera scelta: i più pigri potranno percorrere anche 100 metri, i più volenterosi fino a 42 chilometri. Si può correre o camminare in tenuta da runner, in pigiama, in pantofole, a piedi nudi, sul tapis roulant, in giardino o fuori casa, comunque nel rispetto delle disposizioni nazionali e locali.

La quota di iscrizione è a offerta libera: si parte da un minimo di 5 euro fino ad un massimo di 1000 euro (per cifre maggiori contattare gli organizzatori). Per iscriversi basta connettersi all’apposito sito https://corripertutti.dreamsantegidio.net/

L’idea della corsa solidale arriva dopo le segnalazioni raccolte grazie alla nuova linea telefonica per le persone più fragili, attivata dalla Comunità di Sant’Egidio nel mese di marzo a Roma e, recentemente, estesa su scala nazionale. Il servizio è rivolto in particolare ad anziani, malati, persone sole, che hanno necessità di aiuto per problemi sociali o patologie diverse dal Coronavirus, che in questo periodo incontrano serie difficoltà ad essere ascoltate e aiutate. Il numero di telefono unico 06 8992299 si avvale dell’esperienza del programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio (attivo in 11 Paesi africani) e dei servizi della Global Health Telemedicine che da anni offrono consulenza a centri sanitari in diversi luoghi del mondo.

«Abbiamo avviato un servizio di assistenza socio-sanitaria a distanza e oltre a molte richieste per facilitare l’assistenza medica abbiamo ricevuto numerose domande di aiuto di carattere sociale ed economico – spiega Gianni Guidotti, coordinatore del Programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio – Si tratta soprattutto di persone che hanno perso il lavoro e che per la prima volta in vita loro si trovano in serie difficoltà economiche. Ci chiedono da mangiare o un sostegno per pagare i servizi essenziali. Per questo motivo “Corri da solo, corri per tutti” ci può aiutare a rispondere in maniera rapida ed immediata a queste richieste di aiuto».

A sostenere l’iniziativa, anche lo storico ristorante di Roma “Dal Bolognese”: “Questo è soltanto il primo step – ha dichiarato il direttore Claudio Antonelli – ho accolto subito l’invito del dottor Gianni Guidotti con grande entusiasmo, reputando che in un momento così drammatico per il nostro Paese fosse importante far parte di un nobile progetto come questo”.

La corsa solidale ha già raccolto il sostegno di A.S. Albatros Roma, Podistica solidarietà, ANAAO Assomed (Associazione Medici Dirigenti), A.S.D. Valentina Venazzi e Comitato Romano della Croce Rossa Italiana.

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Repubblica Centrafricana, il CoronaVirus emergenza tra le emergenze

La Repubblica Centrafricana fa tristemente parte di quei paesi che detengono gli ultimi posti tra i vari indicatori di salute che periodicamente vengono stilati dall’OMS, anche qui l’emergenza da COVID19 si è affacciata negli ultimi mesi.

Malgrado le difficoltà generali del paese, il Ministero della Salute ha cercato di contenere l’infezione mettendo in atto le misure di prevenzione necessarie. La Comunità di Sant’Egidio, presente a Bangui con il Programma DREAM dal giugno 2019, è diventato un riferimento importante per l’educazione sanitaria, la dimostrazione delle corrette procedure da adottare con tutti i pazienti.

La Clinique DREAM, strategicamente posizionata per essere accessibile a molti quartieri popolari, offre vari servizi di salute per la popolazione. Oltre alla prevenzione e cura dell’AIDS tratta molte malattie croniche come il diabete, l’ipertensione e l’epilessia. Offre anche un servizio di controllo prenatale per le donne in gravidanza e di vaccinazione per i bambini.

Alla Clinique ogni mattino affluiscono numerose donne con i loro bambini, in questo periodo così particolare, oltre all’ educazione sanitaria classica, si è affiancata l’educazione specifica per la prevenzione del COVID per se stesse e per le loro famiglie.

Molte di loro non sapevano quasi nulla sui meccanismi di contagio e di come contrastarlo correttamente, infatti sono molti i falsi miti che si aggirano e avere informazioni e orientamenti corretti è qualcosa di prezioso per la salute.

Ogni mattino le infermiere e le attiviste di DREAM accolgono i pazienti con controlli della temperatura corporea e sintomi di tosse, verificano lo stato di salute e iniziano sessioni di educazione sanitaria e dimostrazioni igieniche e uso dei dispositivi di prevenzione.

si parla molto di gel disinfettanti e soluzioni alcoliche, sicuramente importanti, ma spesso introvabili o inaccessibili di questo tempo. Poco si parla, invece, dell’importanza dell’uso del sapone e del come usarlo per avere un’efficace e sicura prevenzione della trasmissione attraverso le mani.

L’equipe di dream durante le sessioni di educazione ha notato il volto da una parte interessato di molte donne ma d’altro canto rassegnato, la risposta di loro è stata quasi unanime: non possiamo permetterci di comprare sapone, abbiamo a stento di che dare da mangiare ai bambini!

Ecco allora l’idea: ogni giorno ai pazienti che vengono ai controlli di routine viene dato il sapone per sé e per la famiglia, in questo modo raggiungeremo almeno 2.000 persone in un mese. Fortunatamente la diffusione del contagio di COVID è ancora molto ridotta in Centrafrica con la prevenzione si può molto! Così lavarsi le mani non è più solo uno slogan ma una lotta concreta all’epidemia che tutti possono compiere.

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COVID-19 IN MALAWI, DREAM IN PRIMA LINEA PER PREVENIRE I CONTAGI

Qualche centinaio di casi sospetti, ma solo 17 positivi confermati e 2 decessi al 19 aprile 2020. Apparentemente, l’emergenza Coronavirus in Malawi è molto contenuta. In tutta l’Africa, vengono segnalati poco più di 21 mila casi e 1000 morti, ma i test effettuati sono pochi e troppo spesso è difficile riuscire a verificare la causa di ogni decesso. I numeri, dunque, dicono davvero poco sugli effettivi contagi di un virus praticamente sconosciuto la cui diffusione, secondo gli esperti, è senz’altro maggiore e vedrà un significativo aumento con l’arrivo dell’inverno, che nei Paesi africani dell’emisfero australe inizierà a maggio e si protrarrà fino a luglio.

“Il numero dei casi riportati – conferma Richard Luhanga, direttore dei laboratori dei Centri DREAM in Malawi – potrebbe non riflettere l’attuale situazione, poiché i test con i tamponi non sono ancora efficienti e i nostri sistemi sanitari non sono in grado di effettuare uno screening approfondito.”

Secondo i report ufficiali del Governo, quasi tutti i casi confermati arrivano dall’estero. Nonostante i numeri ufficiali siano bassi, il Malawi ha formato un comitato governativo sul COVID-19 che comprende ministri ed esperti del ministero della Salute.

Il 30 marzo scorso, è stata dichiarata l’emergenza nazionale e sono state chiuse scuole e università, sono stati vietati gli assembramenti con oltre 100 persone. Per assicurare il distanziamento sociale, il trasporto pubblico e privato ha un accesso limitato.

Il ministero della Salute ha sviluppato procedure standard, algoritmi per lo screening e sta redigendo un manuale COVID-19. Al momento in tutto il Paese ci sono 3 strutture per i test sul Coronavirus, due al centro e una al sud, con una quarta in allestimento nel nord del Malawi. Sono state inoltre formate delle squadre distrettuali di risposta rapida, con un budget per farmaci e dispositivi di protezione.

Il problema dell’approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale presenta grosse criticità in molte strutture sanitarie, dove spesso sono inadeguati o assenti. “Parliamo di visiere, mascherine, disinfettanti e tute – chiarisce Luhanga – Prima di utilizzarli, gli operatori sanitari devono sapere come indossarli per evitare la contaminazione incrociata. Lo staff privo di dispositivi di protezione può entrare in contatto con il resto della popolazione, aumentando il rischio di diffusione del virus.”

I centri DREAM della Comunità di Sant’Egidio sono già al lavoro per supportare il sistema sanitario del Malawi. “Abbiamo messo in atto misure di prevenzione per fermare la diffusione del virus e proteggere il personale sanitario – spiega Luhanga – forniamo mascherine FFP3 ai medici che lavorano con i casi sospetti, FFP2 a dottori, infermieri e volontari che sono in contatto con i pazienti e FFP1, le mascherine chirurgiche, al resto del personale. A tutto lo staff è stato chiesto di usare le mascherine chirurgiche quando utilizzano il trasporto pubblico”.

Quando un paziente arriva nei centri DREAM, viene sottoposto a triage per identificare i casi sospetti che richiedono uno screening più approfondito. Viene fatta formazione e informazione sul Coronavirus e c’è la disponibilità di acqua, sapone, cloro e disinfettanti per le mani.

“Abbiamo autorizzato l’acquisto di ulteriori apparecchiature ausiliarie per i test, come ad esempio set di pipette e una microcentrifuga – aggiunge Luhanga -Siamo al lavoro con CHAI (Clinton Health Access Initiative) e ministero della Salute per gestire i test del Coronavirus su macchinari Genexpert. DREAM ha due macchine Genexpert, una al laboratorio di Blantyre e un’altra presso quello di Mtengowanthenga.

Collaboriamo inoltre con il National Health Reference Laboratory e Abbott per utilizzare i sistemi Abbott m2000, già esistenti, per i test. Di conseguenza sono stati messi in atto protocolli per l’estrazione automatizzata con estrattore Abbott m2000 e protocolli per il rilevamento sull’unità di rilevamento Abbott m2000. Questi sono protocolli di dosaggio CDC (Centers for Disease Control and Prevention) e attualmente in Malawi vengono utilizzati i kit DAAN cinesi.”

Richard Luhanga, in quanto direttore dei laboratori DREAM, è anche membro del team diagnostico incaricato dei test nel sud del Malawi. Fanno parte della squadra anche il College of Medicine, il Malawi Liverpool Welcome Trust e il Queen Elizabeth Central Hospital. L’equipe si occupa di formare tecnici di laboratorio, infermieri e medici per la raccolta dei campioni COVID-19, per i test e le migliori pratiche di prevenzione.

L’emergenza Coronavirus in Malawi rischia di allargare il divario tra campagna e città. L’85 per cento della popolazione vive in aree rurali, è povera, non ha accesso alle informazioni e non è consapevole della gravità della situazione. L’impatto del Coronavirus su queste persone è potenzialmente devastante. Difficilmente metteranno in pratica il distanziamento sociale o potranno seguire le indicazioni igienico-sanitarie, non essendo nemmeno in grado di comprare sapone o igienizzanti. Diversa la situazione in città, dove le campagne di sensibilizzazione e le misure prese dalle aziende sull’igienizzazione hanno avuto i loro frutti. Gli abitanti hanno compreso il pericolo e hanno paura. Chiunque entri in banche, negozi, stazioni di benzina e altri esercizi commerciali è invitato a lavarsi le mani. Tuttavia, in molti hanno perso il lavoro e le sacche di indigenza rischiano di aumentare anche in città, alimentando così una spirale in cui chi non si può permettere le più elementari pratiche di prevenzione diventa facile preda del virus e amplificatore del contagio.

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