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RDC, DREAM combatte il Coronavirus con mascherine fatte in casa e educazione sanitaria

Aumentano i casi nella Repubblica Democratica del Congo e il Governo dichiara l’emergenza: le attività di supporto del laboratorio DREAM di Kinshasa

Sono 1160 i casi di Covid-19 registrati a metà maggio in Repubblica Democratica del Congo. I primi contagi si sono verificati nella capitale Kinshasa, e precisamente nel quartiere di La Gombe, centro amministrativo e commerciale, sede di ambasciate e ministeri e dunque frequentato da stranieri o persone che abitualmente viaggiano all’estero.  Nel giro di qualche settimana, i casi si sono diffusi anche in quartieri molto periferici e in altre province, a Lubumbashi e in Kivu.

Il governo ha dichiarato “l’Etat d’urgence sanitaire”. Sono stati sospesi i voli e i trasporti tra province, mentre il centro città è stato messo in una sorta di isolamento, per contenere il focolaio del quartiere Le Gombe. Il tentativo di rendere operativo il lockdown dell’intera Kinshasa è fallito in seguito alla speculazione sui prezzi dei beni di prima necessità e alla seria minaccia di rivolta della popolazione. Restano alcuni provvedimenti restrittivi, ma la situazione dei trasporti è disastrosa e i limiti alla libera circolazione stanno causando molti problemi ai tantissimi nuclei famigliari che vivevano di quello che riuscivano a guadagnare in giornata.

Sul fronte sanitario, il Governo ha elaborato una procedura di gestione  dei casi, sono stati identificati degli ospedali per accogliere pazienti Covid ed è stato individuato un laboratorio di riferimento nazionale, l’ INRB Institut national de recherche biomédicale.

Il laboratorio DREAM di Kinshasa è al lavoro per sostenere il sistema sanitario del Paese, ed è nella lista dei laboratori che potranno ricevere reagenti per supportare l’attività di diagnostica. Come tutti gli altri centri, anche il nostro ha stabilito subito il triage, il lavaggio mani e il distanziamento, che si è rivelato di facile implementazione in quanto il centro ha un’area d’attesa molto grande. Restano grandi le difficoltà a reperire le mascherine per il personale sanitario, quelle di tipo FFP2 e FFP3, introvabili già prima che scattasse l’emergenza Coronavirus in Repubblica Democratica del Congo. Con l’aiuto di una delle infermiere del centro, che ha portato  la sua macchina da cucire, e con il lavoro delle attiviste, è iniziata la produzione delle mascherine per tutti, anche per i pazienti che vengono al centro. Inoltre, lo stesso gruppo sta insegnando ai pazienti come preparare le mascherine in casa.

Combattere il virus significa anche combattere la paura. La popolazione teme il virus, ma non sa come comportarsi: per questo c’è bisogno di educazione sanitaria e di mascherine. Ma l’emergenza sanitaria si sta già trasformando in emergenza sociale: per questo, oltre ai dispositivi di protezione individuale, presto sarà necessario pensare alla distribuzione di cibo.

 

 

 

 

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Sant’Egidio, al via “Corri da solo, corri per tutti” per sostenere chi è in difficoltà economica a causa dell’emergenza Coronavirus

Dal 17 al 24 maggio, l’iniziativa dedicata ai runner – chiunque può partecipare, anche da casa, e donare, nel pieno del rispetto delle normative nazionali e locali.

Una corsa solidale (anche se solitaria) per sostenere le attività che la Comunità di Sant’Egidio sta mettendo in campo in favore di tutte le persone che, a causa dell’emergenza Coronavirus e del prolungato lockdown, sono in difficoltà economica. È “Corri da solo, corri per tutti”, la prima festa internazionale dello sport individuale solidale.

Partecipare è facile. Ovunque nel mondo, runner, marciatori e camminatori potranno condividere il piacere di vivere un momento di sport con finalità solidali, ovviamente nel rispetto rigoroso delle normative nazionali, regionali e comunali. L’appuntamento, dunque, non prevede un luogo di incontro, né un orario preciso, ma solo un arco temporale di una settimana per fare il primo passo: la partenza è libera, da domenica 17 maggio fino allo scoccare della mezzanotte di domenica 24 maggio. Anche la distanza da percorrere è lasciata alla libera scelta: i più pigri potranno percorrere anche 100 metri, i più volenterosi fino a 42 chilometri. Si può correre o camminare in tenuta da runner, in pigiama, in pantofole, a piedi nudi, sul tapis roulant, in giardino o fuori casa, comunque nel rispetto delle disposizioni nazionali e locali.

La quota di iscrizione è a offerta libera: si parte da un minimo di 5 euro fino ad un massimo di 1000 euro (per cifre maggiori contattare gli organizzatori). Per iscriversi basta connettersi all’apposito sito https://corripertutti.dreamsantegidio.net/

L’idea della corsa solidale arriva dopo le segnalazioni raccolte grazie alla nuova linea telefonica per le persone più fragili, attivata dalla Comunità di Sant’Egidio nel mese di marzo a Roma e, recentemente, estesa su scala nazionale. Il servizio è rivolto in particolare ad anziani, malati, persone sole, che hanno necessità di aiuto per problemi sociali o patologie diverse dal Coronavirus, che in questo periodo incontrano serie difficoltà ad essere ascoltate e aiutate. Il numero di telefono unico 06 8992299 si avvale dell’esperienza del programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio (attivo in 11 Paesi africani) e dei servizi della Global Health Telemedicine che da anni offrono consulenza a centri sanitari in diversi luoghi del mondo.

«Abbiamo avviato un servizio di assistenza socio-sanitaria a distanza e oltre a molte richieste per facilitare l’assistenza medica abbiamo ricevuto numerose domande di aiuto di carattere sociale ed economico – spiega Gianni Guidotti, coordinatore del Programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio – Si tratta soprattutto di persone che hanno perso il lavoro e che per la prima volta in vita loro si trovano in serie difficoltà economiche. Ci chiedono da mangiare o un sostegno per pagare i servizi essenziali. Per questo motivo “Corri da solo, corri per tutti” ci può aiutare a rispondere in maniera rapida ed immediata a queste richieste di aiuto».

A sostenere l’iniziativa, anche lo storico ristorante di Roma “Dal Bolognese”: “Questo è soltanto il primo step – ha dichiarato il direttore Claudio Antonelli – ho accolto subito l’invito del dottor Gianni Guidotti con grande entusiasmo, reputando che in un momento così drammatico per il nostro Paese fosse importante far parte di un nobile progetto come questo”.

La corsa solidale ha già raccolto il sostegno di A.S. Albatros Roma, Podistica solidarietà, ANAAO Assomed (Associazione Medici Dirigenti), A.S.D. Valentina Venazzi e Comitato Romano della Croce Rossa Italiana.

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Repubblica Centrafricana, il CoronaVirus emergenza tra le emergenze

La Repubblica Centrafricana fa tristemente parte di quei paesi che detengono gli ultimi posti tra i vari indicatori di salute che periodicamente vengono stilati dall’OMS, anche qui l’emergenza da COVID19 si è affacciata negli ultimi mesi.

Malgrado le difficoltà generali del paese, il Ministero della Salute ha cercato di contenere l’infezione mettendo in atto le misure di prevenzione necessarie. La Comunità di Sant’Egidio, presente a Bangui con il Programma DREAM dal giugno 2019, è diventato un riferimento importante per l’educazione sanitaria, la dimostrazione delle corrette procedure da adottare con tutti i pazienti.

La Clinique DREAM, strategicamente posizionata per essere accessibile a molti quartieri popolari, offre vari servizi di salute per la popolazione. Oltre alla prevenzione e cura dell’AIDS tratta molte malattie croniche come il diabete, l’ipertensione e l’epilessia. Offre anche un servizio di controllo prenatale per le donne in gravidanza e di vaccinazione per i bambini.

Alla Clinique ogni mattino affluiscono numerose donne con i loro bambini, in questo periodo così particolare, oltre all’ educazione sanitaria classica, si è affiancata l’educazione specifica per la prevenzione del COVID per se stesse e per le loro famiglie.

Molte di loro non sapevano quasi nulla sui meccanismi di contagio e di come contrastarlo correttamente, infatti sono molti i falsi miti che si aggirano e avere informazioni e orientamenti corretti è qualcosa di prezioso per la salute.

Ogni mattino le infermiere e le attiviste di DREAM accolgono i pazienti con controlli della temperatura corporea e sintomi di tosse, verificano lo stato di salute e iniziano sessioni di educazione sanitaria e dimostrazioni igieniche e uso dei dispositivi di prevenzione.

si parla molto di gel disinfettanti e soluzioni alcoliche, sicuramente importanti, ma spesso introvabili o inaccessibili di questo tempo. Poco si parla, invece, dell’importanza dell’uso del sapone e del come usarlo per avere un’efficace e sicura prevenzione della trasmissione attraverso le mani.

L’equipe di dream durante le sessioni di educazione ha notato il volto da una parte interessato di molte donne ma d’altro canto rassegnato, la risposta di loro è stata quasi unanime: non possiamo permetterci di comprare sapone, abbiamo a stento di che dare da mangiare ai bambini!

Ecco allora l’idea: ogni giorno ai pazienti che vengono ai controlli di routine viene dato il sapone per sé e per la famiglia, in questo modo raggiungeremo almeno 2.000 persone in un mese. Fortunatamente la diffusione del contagio di COVID è ancora molto ridotta in Centrafrica con la prevenzione si può molto! Così lavarsi le mani non è più solo uno slogan ma una lotta concreta all’epidemia che tutti possono compiere.

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COVID-19 IN MALAWI, DREAM IN PRIMA LINEA PER PREVENIRE I CONTAGI

Qualche centinaio di casi sospetti, ma solo 17 positivi confermati e 2 decessi al 19 aprile 2020. Apparentemente, l’emergenza Coronavirus in Malawi è molto contenuta. In tutta l’Africa, vengono segnalati poco più di 21 mila casi e 1000 morti, ma i test effettuati sono pochi e troppo spesso è difficile riuscire a verificare la causa di ogni decesso. I numeri, dunque, dicono davvero poco sugli effettivi contagi di un virus praticamente sconosciuto la cui diffusione, secondo gli esperti, è senz’altro maggiore e vedrà un significativo aumento con l’arrivo dell’inverno, che nei Paesi africani dell’emisfero australe inizierà a maggio e si protrarrà fino a luglio.

“Il numero dei casi riportati – conferma Richard Luhanga, direttore dei laboratori dei Centri DREAM in Malawi – potrebbe non riflettere l’attuale situazione, poiché i test con i tamponi non sono ancora efficienti e i nostri sistemi sanitari non sono in grado di effettuare uno screening approfondito.”

Secondo i report ufficiali del Governo, quasi tutti i casi confermati arrivano dall’estero. Nonostante i numeri ufficiali siano bassi, il Malawi ha formato un comitato governativo sul COVID-19 che comprende ministri ed esperti del ministero della Salute.

Il 30 marzo scorso, è stata dichiarata l’emergenza nazionale e sono state chiuse scuole e università, sono stati vietati gli assembramenti con oltre 100 persone. Per assicurare il distanziamento sociale, il trasporto pubblico e privato ha un accesso limitato.

Il ministero della Salute ha sviluppato procedure standard, algoritmi per lo screening e sta redigendo un manuale COVID-19. Al momento in tutto il Paese ci sono 3 strutture per i test sul Coronavirus, due al centro e una al sud, con una quarta in allestimento nel nord del Malawi. Sono state inoltre formate delle squadre distrettuali di risposta rapida, con un budget per farmaci e dispositivi di protezione.

Il problema dell’approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale presenta grosse criticità in molte strutture sanitarie, dove spesso sono inadeguati o assenti. “Parliamo di visiere, mascherine, disinfettanti e tute – chiarisce Luhanga – Prima di utilizzarli, gli operatori sanitari devono sapere come indossarli per evitare la contaminazione incrociata. Lo staff privo di dispositivi di protezione può entrare in contatto con il resto della popolazione, aumentando il rischio di diffusione del virus.”

I centri DREAM della Comunità di Sant’Egidio sono già al lavoro per supportare il sistema sanitario del Malawi. “Abbiamo messo in atto misure di prevenzione per fermare la diffusione del virus e proteggere il personale sanitario – spiega Luhanga – forniamo mascherine FFP3 ai medici che lavorano con i casi sospetti, FFP2 a dottori, infermieri e volontari che sono in contatto con i pazienti e FFP1, le mascherine chirurgiche, al resto del personale. A tutto lo staff è stato chiesto di usare le mascherine chirurgiche quando utilizzano il trasporto pubblico”.

Quando un paziente arriva nei centri DREAM, viene sottoposto a triage per identificare i casi sospetti che richiedono uno screening più approfondito. Viene fatta formazione e informazione sul Coronavirus e c’è la disponibilità di acqua, sapone, cloro e disinfettanti per le mani.

“Abbiamo autorizzato l’acquisto di ulteriori apparecchiature ausiliarie per i test, come ad esempio set di pipette e una microcentrifuga – aggiunge Luhanga -Siamo al lavoro con CHAI (Clinton Health Access Initiative) e ministero della Salute per gestire i test del Coronavirus su macchinari Genexpert. DREAM ha due macchine Genexpert, una al laboratorio di Blantyre e un’altra presso quello di Mtengowanthenga.

Collaboriamo inoltre con il National Health Reference Laboratory e Abbott per utilizzare i sistemi Abbott m2000, già esistenti, per i test. Di conseguenza sono stati messi in atto protocolli per l’estrazione automatizzata con estrattore Abbott m2000 e protocolli per il rilevamento sull’unità di rilevamento Abbott m2000. Questi sono protocolli di dosaggio CDC (Centers for Disease Control and Prevention) e attualmente in Malawi vengono utilizzati i kit DAAN cinesi.”

Richard Luhanga, in quanto direttore dei laboratori DREAM, è anche membro del team diagnostico incaricato dei test nel sud del Malawi. Fanno parte della squadra anche il College of Medicine, il Malawi Liverpool Welcome Trust e il Queen Elizabeth Central Hospital. L’equipe si occupa di formare tecnici di laboratorio, infermieri e medici per la raccolta dei campioni COVID-19, per i test e le migliori pratiche di prevenzione.

L’emergenza Coronavirus in Malawi rischia di allargare il divario tra campagna e città. L’85 per cento della popolazione vive in aree rurali, è povera, non ha accesso alle informazioni e non è consapevole della gravità della situazione. L’impatto del Coronavirus su queste persone è potenzialmente devastante. Difficilmente metteranno in pratica il distanziamento sociale o potranno seguire le indicazioni igienico-sanitarie, non essendo nemmeno in grado di comprare sapone o igienizzanti. Diversa la situazione in città, dove le campagne di sensibilizzazione e le misure prese dalle aziende sull’igienizzazione hanno avuto i loro frutti. Gli abitanti hanno compreso il pericolo e hanno paura. Chiunque entri in banche, negozi, stazioni di benzina e altri esercizi commerciali è invitato a lavarsi le mani. Tuttavia, in molti hanno perso il lavoro e le sacche di indigenza rischiano di aumentare anche in città, alimentando così una spirale in cui chi non si può permettere le più elementari pratiche di prevenzione diventa facile preda del virus e amplificatore del contagio.

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Covid-19, affrontare il contagio in Africa: la vera sfida per la salute globale

L’emergenza Coronavirus in Africa. L’impegno del Programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio. Intervista a Paola Germano, direttrice del programma sanitario.
  • Qual è la situazione relativa alla diffusione del Coronavirus nei Paesi in cui lavora DREAM, in Africa?

Dream opera in 10 Paesi diversi e la situazione non è la stessa. Inoltre, bisogna tener presente che le possibilità di fare il test sono molto poche, la gente muore e non si riesce a verificarne la causa. È una situazione completamente differente dall’Occidente, dove ci sono strumenti e infrastrutture, anche se insufficienti ma comunque numerose. Nei 10 Paesi in cui siamo presenti vengono segnalati poco più di 2000 casi confermati, mentre in tutto il continente sarebbero meno di 16000. Il problema è che qui si fanno pochi test, la diffusione sarà senz’altro maggiore. Si prevede, ma nessuno lo sa veramente, che l’aumento importante sarà con arrivo dell’inverno, quindi fine maggio, giugno, luglio.

  • I governi dei diversi Paesi quali misure hanno adottato per prevenire e arginare il rischio di contagio?

La prima cosa è stata chiudere le frontiere e mettere in quarantena chi veniva da Paesi con infezione in atto. La maggior parte dei governi ha posto un limite agli assembramenti tra le 10 e le 20 persone, invita a lavorare da casa chi può, ma in realtà solo pochi possono permetterselo. Controllano i mercati, in alcuni Paesi li hanno chiusi, ma si vedono per strada banchi di vendita con molta gente e l’uno vicino all’altro. I trasporti pubblici sono quasi inesistenti, in Africa si utilizzano piccoli pullman privati, spesso strapieni. I governi hanno limitato il numero di persone che possono salire e la polizia controlla. Questo ha generato una carenza di pullman perché molti privati dicono che non guadagnano abbastanza e quindi non gli conviene. In questo modo la gente non riesce ad andare al lavoro o a spostarsi molto. La maggioranza delle persone non può permettersi un’auto privata, quindi mancano le alternative per spostarsi. Sono vietate cerimonie pubbliche, messe, incontri.

  • Nei Paesi in cui è presente DREAM, molti dei quali con un sistema sanitario carente, sono applicabili le misure di prevenzione che hanno messo in campo i paesi europei, Italia compresa?

In qualche modo i governi africani hanno adottato le nostre misure in maniera più soft, sarà impossibile fare come in Italia. Anche l’isolamento a casa è qualcosa di completamente diverso se abiti in una township dove le abitazioni sono addossate l’una all’altra. Inoltre l’indicazione di lavare sempre le mani rimane pura teoria in luoghi in cui scarseggia l’acqua, così come l’obbligo della mascherina. L’isolamento poi comporta la perdita di lavoro per molti. Un grandissimo numero di persone vive di lavori informali, non salariati. Adeguarsi alle misure comporta la fame e già sono cominciate le proteste in alcune città. Sarà molto difficile adeguarsi alle misure occidentali in un contesto di condizioni di vita molto diverse dalle nostre, pena la fame e le rivolte.

Inoltre, c’è il problema delle strutture sanitarie: sono poche, come del resto i medici, e soprattutto inadeguate. Chiaramente ci sono differenze da Paese a Paese, ma comunque tutti sono sotto organico. Con aiuto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e i Centri per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie, si stanno attrezzando dei piccoli centri di riferimento per i primi infetti, ma parliamo di unità. Non sappiamo se in Africa si raggiungeranno le stesse nostre cifre, se così fosse ci sarà il problema delle terapie intensive, che significa la necessità non solo di aumentare i posti che oggi sono solo alcune unità, ma anche quella di trovare rianimatori in grado di intubare i malati.

  • Ci sono problemi di approvvigionamento dei dispositivi di protezione, come è accaduto anche in Italia?

Certo e molto peggio che da noi. I donatori internazionali stanno cercando di supportare inviando materiale, soprattutto la Cina, ma spesso i dispositivi scompaiono e vengono venduti a un prezzo dieci volte superiore nei negozi. In Mozambico non ci sono mascherine per il personale sanitario per esempio. Bisogna anche considerare che la domanda di materiale è enorme e che i paesi occidentali che hanno cominciato già tre mesi fa hanno fatto incetta di quello che c’era sul mercato, quindi la domanda di approvvigionamento, anche laddove c’è, fa fatica ad essere esaudita.

  • I media, nei diversi Paesi, stanno diffondendo notizie pertinenti o a prevalere sono credenze popolari e fake news?

Dipende dai Paesi. In genere sono giornali di regime, quindi tendono a sminuire l’emergenza, in altri casi – come il Malawi – si diffondono fake su rimedi naturali o magici. La gente è nel panico, ha visto quello che succede da noi ed è terrorizzata. Molti cercano in una diffusa cultura magica e naturalista scorciatoie o soluzioni che a loro sembrano più accessibili e facili. I media spesso gli vanno dietro. Manca un’informazione scientifica seria.

  • Qual è il ruolo di DREAM nella gestione dell’emergenza nei Paesi in cui interviene?

È un ruolo di avanguardia. Innanzitutto DREAM da quasi 20 anni si occupa di malattie infettive, con operatori ben formati e strutture avanzate. Ci siamo già passati con AIDS e poi con Ebola. Questo è un grande vantaggio che ci trova già pronti ad affrontare l’emergenza senza grandi sforzi, al contrario delle infrastrutture sanitarie pubbliche. Inoltre abbiamo cominciato a preparare i nostri centri all’arrivo del virus già due mesi fa, quando ancora in Africa si pensava che, siccome era caldo, non sarebbe arrivato o che i neri erano immuni al virus.

  • Come procede il lavoro ordinario di DREAM in questa situazione emergenziale?

Innanzitutto si è ridotto il grande afflusso di pazienti cominciando a dare le medicine per tre o sei mesi a seconda dei casi. Questo sia per evitare grandi assembramenti nei centri sia per permettere ai malati di non spostarsi troppo con i mezzi pubblici, che costituiscono un rischio di contagio. Abbiamo attivato più controlli telefonici e a distanza per monitorare i malati, anche se non vengono più così frequentemente ai centri di cura. Al tempo stesso queste procedure espongono il personale sanitario a minor rischio. Chiaramente abbiamo fornito al nostro personale tutto l’equipaggiamento di protezione necessario.

In ogni centro viene effettuato su ogni singolo paziente che arriva lo screening per individuare i casi sospetti e quindi destinarli rapidamente ai centri di riferimento nazionale, evitando il passaggio pericoloso dagli ospedali. In alcuni paesi come Mozambico e Malawi, a causa della carenza di mascherine, le nostre attiviste hanno cominciato a produrle di stoffa per proteggere il personale, distribuendole anche ai malati.

Inoltre i laboratori di biologia molecolare di DREAM sono in grado di eseguire i test per COVID essendo attrezzati con gli apparecchi necessari. Per ora, in ogni Paese il laboratorio di riferimento per i test è quello nazionale, ma siamo ancora a numeri piccoli. Con la diffusione del virus ci sarà bisogno di altri laboratori, come è successo da noi. Noi ci siamo preparati e abbiamo offerto ai Ministeri della Salute la nostra disponibilità a fare test.

  • Qual è l’appello che  DREAM, come programma sanitario, può lanciare alla comunità internazionale per non abbandonare l’Africa in un momento così complicato per tutti?

Mai come questa volta un’epidemia ha mostrato al mondo che siamo tutti sulla stessa barca. Spesso è accaduto che le grandi epidemie si manifestassero soprattutto in Paesi più poveri, facendo sentire immuni i Paesi ricchi o almeno indifferenti alle sofferenze di tanti. Questa volta ci siamo tutti dentro e l’epidemia ha dimostrato che il virus non conosce frontiere e che la globalizzazione non è solo economica, ma anche le malattie si sono globalizzate. Curare la popolazione di un Paese e non preoccuparsi degli altri non funzionerà, il contagio supera le frontiere, viaggia e non si potrà vivere per sempre isolati. Quindi è un problema mondiale, che si risolve solo a livello globale e non locale. Certo, questo comporterà uno sforzo economico maggiore per l’Africa viste le condizioni delle sue strutture sanitarie, a cui la comunità internazionale pur provata dovrà contribuire, pena ritrovarsi il virus di nuovo in Occidente. Questa epidemia ha cambiato le nostre vite e quelle dei nostri Paesi e probabilmente per un lungo periodo, anche con cambiamenti sostanziali dei nostri stili di vita. Sarà difficile tornare indietro del tutto. Nessuno si salva da solo davanti a questa epidemia, che ci piaccia o no. Bisognerà tenerne conto e lavorare insieme perché il diritto alla salute sia realmente un diritto di tutti, perché tutti possano vivere meglio.

 

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Coronavirus: il lavoro di DREAM in Africa per prevenire la diffusione del virus

Il Coronavirus è arrivato anche in Africa e il Programma DREAM della comunità di Sant’Egidio sta intervenendo, nei Paesi in cui lavora, per prevenire la diffusione dei contagi fornedo materiale informativo alla popolazione e dispositivi di protezione al personale.

Il nuovo Coronavirus n-Cov in tempi brevissimi ha infettato quasi tutto il mondo e così anche i paesi africani si sono trovati a fronteggiare l’emergenza. I primi paesi a registrare dei casi sono stati i paesi del Nord Africa, come l’Algeria, seguiti dai paesi dell’Africa Subsahariana dove il virus è stato trasportato da persone in provenienza dai paesi europei (soprattutto per quanto riguarda l’Africa Occidentale) e dai paesi del Golfo (soprattutto per quanto riguarda l’Africa Sud Orientale).

Secondo il situation report del World Health Organization del 24 marzo 2020, nella regione africana finora si sono registrati 1305 casi e 26 morti, in 37 paesi.

I paesi più colpiti sono: Sud Africa (709 casi), Algeria (231 casi), Burkina Faso (99 casi), Senegal (79 casi), Camerun (72 casi), Repubblica Democratica del Congo (36 casi), Rwanda (36 casi).

La malattia COVID 19 rappresenta una sfida drammatica in Africa, dove la gente vive in abitazioni sovraffollate, con scarsi servizi igienici e scarse disponibilità di acqua, trasporti affollatissimi, una popolazione estremamente mobile internamente e con tantissimi contatti con paesi europei, come si è visto dalla rapida propagazione del virus. Le misure igieniche e di distanziamento sociale saranno, dunque, difficili da applicare. Inoltre, nella maggior parte dei paesi le strutture sanitarie sono già sovraccariche, e non sono disponibili le rianimazioni e i respiratori.

Questo ha ingenerato una grandissima preoccupazione sia nei governi che nella popolazione. Molti governi, apprendendo dalle esperienze europee, hanno già applicato misure di distanziamento sociale e in qualche caso anche di lockdown, oltre alla chiusura delle frontiere. Nella popolazione si è diffuso il panico, con accaparramento di mascherine e gel igienizzanti che sono già introvabili e a prezzi proibitivi, e con fake news di tutti i tipi che girano sui social media, come la notizia che l’epidemia in Italia sarebbe dovuta all’uso di fazzolettini di carta provenienti dalla Cina.

Sant’Egidio ha cercato di rispondere subito alle problematiche poste dal diffondersi dall’epidemia, con due direttrici: preparare i centri DREAM a garantire il funzionamento anche in tempi di COVID, proteggendo gli operatori e i pazienti, e diffondere materiale informativo corretto alla popolazione.

Sono quindi stati preparati percorsi per evitare affollamenti di pazienti, sono state istituite postazioni di triage per separare i pazienti più a rischio dagli altri, si è cercato di fornire al personale tutti i dispositivi di protezione adeguati all’attività di ognuno. Il procurement dei dispositivi di protezione come le mascherine e dei disinfettanti è quello che ci preoccupa di più, e per questo in ogni paese ci stiamo attivando in tutti i modi.

Si è deciso di diffondere alla popolazione messaggi semplici per la prevenzione del virus, quelli che sono presenti sul sito del World Health Organization, per dare un messaggio univoco e chiaro.

Inoltre, le sartorie dei centri nutrizionali DREAM di Matola e Blantyre si stanno attivando per produrre mascherine per la popolazione.

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