• Via di San Gallicano, Rome, Italy
  • (39) 06 8992225
  • dream@santegidio.org

Category Page: News

After the flood. Il Malawi dopo il ciclone Idai

La Comunità di Sant’Egidio, con il programma DREAM, aiuta la popolazione a fronteggiare l’emergenza con aiuti per la ricostruzione, supporto medico e cibo.

Il 4 marzo il ciclone tropicale Idai si è abbattuto sull’Africa centro-orientale. Forti venti, piogge e inondazioni hanno colpito Malawi, Zimbabwe e Mozambico, uccidendo più di mille persone. A distanza di mesi, i danni causati dal ciclone continuano a farsi sentire. La Comunità di Sant’Egidio ha risposto attivamente all’emergenza sia in Mozambico, soprattutto nelle zone vicine a Beira, che in Malawi. Qui l’impegno si è intensificato molto nella seconda fase di assistenza alle famiglie colpite da Idai e si continua ad aiutare i moltissimi che stanno lottando per la loro sopravvivenza, specialmente nelle zone di Nsanje e Chikwawa. Persone che hanno perso tutto, dalla famiglia alla casa, dai terreni al bestiame.

L’economia del Malawi dipende quasi esclusivamente dai prodotti agricoli, principalmente mais. La sicurezza alimentare è una continua sfida quando si passa dalla siccità alla tempesta. Piogge regolari aiuterebbero il Paese a garantire cibo sufficiente per la sua gente e per l’agroindustria, ma purtroppo sono una rarità.

Quest’anno, a causa delle forti piogge causate dal ciclone nei distretti di Nsanje, Chikwawa, Thyolo, Mulanje, Chiladzulu, Phalombe, parti di Zomba, Balaka e Mangochi, la situazione è molto peggiorata. A Nsanje, una delle aree più colpite, si è aggiunta l’esondazione del fiume Shire che ha distrutto case, campi e proprietà, ucciso persone e bestiame. Tantissimi i profughi, accampatisi nelle scuole pubbliche rimaste in piedi, istituti o campi da calcio dove potevano costruire delle capanne di paglia.  Ed è proprio in questa zona estremamente bisognosa che si è concentrato l’aiuto di DREAM e della Comunità.

Tra le attività c’è la redistribuzione di razioni alimentari e materiali di copertura, così come l’assistenza per la ricostruzione delle abitazioni e il supporto medico. In questo modo la Comunità ha potuto sostenere anche la distribuzione di medicinali con l’obiettivo di assistere le vittime e le cliniche vicino ai campi profughi allestiti nelle vicinanze, specialmente nelle aree di Nsanje e Chikwawa. Pioggia, umidità, sporcizia e mancanza di cibo hanno contribuito all’esplosione di due forti epidemie: malaria e colera. I bambini, molti rimasti orfani, hanno avuto seri problemi di malnutrizione.

Le razioni alimentari, distribuite a più di 25.000 famiglie, prevedono cereali, olio, sale, zucchero, prodotti per la depurazione dell’acqua.  L’accesso al cibo è sempre una scommessa: a causa della mancanza di reddito sfamare la propria famiglia è difficile. Nella maggior parte delle zone rurali del Malawi i bambini soffrono di malnutrizione. A Nsanje la situazione è critica e in tanti ne portano i segni evidenti sulla loro pelle. Nonostante l’impegno diretto della Comunità con le famiglie e tramite i capi villaggio, la necessità di assistenza rimane alta. Affinché possano nuovamente essere autonomi hanno bisogno di riprendere a coltivare i loro terreni. Oltre al cibo, la Comunità di Sant’Egidio distribuisce strumenti per il lavoro come zappe, lastre di plastica per coprire i tetti e semi per colture di cereali, mais, fagioli e zucche. A causa della scarsa produzione di mais, i prezzi aumentano e questo non fa che aumentare la fame nel Paese. Il prossimo raccolto è previsto ad aprile 2020 e fino ad allora dovranno continuare a lottare per superare questo momento così difficile. Attualmente il Nyika è tra le principali fonti di sostentamento, un tubero commestibile derivato da una corteccia lungo il fiume Shire, difficile da procurarsi a causa dei coccodrilli e difficile da cucinare.

Facebooktwitterpinterestlinkedinmail

Dare alla luce la speranza. Papa Francesco in visita al centro DREAM di Zimpeto

Una giornata di gioia e speranza per le persone che il 6 settembre hanno incontrato Papa Francesco, in visita al centro di salute DREAM, a Zimpeto, in Mozambico.

Doveva arrivare alle 08.45 ma il Papa è imprevedibile e alle 07.30: “tre minuti ed è lì”, ci dicono. Ansia, gioia, festa. Le emozioni si fondono. L’attesa è finita, Francesco sta arrivando. Al centro DREAM di Zimpeto, alla periferia di Maputo, è tutto pronto, la pioggia che non sembra smettere non ha fermato le quasi duemila persone che non vedono l’ora di incontrare Papa Francesco. Donne che vestono capulane, le tipiche stoffe mozambicane, con disegnato il Papa, anziani, bambini che agitano nell’aria fazzoletti colorati, uomini. Tutti sventolano bandierine, provano canti e balli a pochi minuti dall’incontro. Molti di loro, la maggior parte, sono pazienti HIV in cura al centro DREAM, simbolo del trionfo della vita sulla malattia. Orgoglio più grande del programma di cura. Nel 2002, infatti, la terapia non esisteva in Mozambico e in altri paesi africani. Per noi questo era inaccettabile e ci siamo impegnati per realizzare un modello di uguaglianza tra Nord e Sud del mondo, garantendo l’accesso gratuito alla terapia completa e il sostegno complessivo alla salute. Dice Paola Germano, responsabile del Programma DREAM.

Il Papa è arrivato e noi che siamo dentro al Centro lo capiamo dalle grida di gioia, dai canti che si intensificano. Ad accoglierlo c’è Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e Cacilda Massango, coordinatrice del centro di Zimpeto, sieropositiva -ma a vederla non lo diresti mai- testimone dell’importanza e dell’efficacia del trattamento. Padre Santo è una grande gioia ricevere la sua visita in questa casa per tanti malati. Qui si ricevono gratuitamente medicine, cure, cibo ma soprattutto dignità e amicizia. Con queste parole dà il benvenuto a Francesco e poi continua Centinaia di migliaia di madri sieropositive hanno avuto la gioia di far nascere i propri bambini liberi dall’AIDS. Un’esperienza meravigliosa per una mamma malata: un miracolo! Oggi la cura è un sogno realizzato. La Comunità di Sant’Egidio cura più di 500.000 malati africani, ma tutto è cominciato qui in Mozambico.

Nelle parole di Cacilda, la più grande soddisfazione del programma DREAM. I bambini nati sani da mamme sieropositive, sono loro la più grande soddisfazione. L’impossibile che si realizza e la vita che trionfa. Sorridendo a chi pensava che non fosse possibile. Un nuova generazione di bambini che sono la vera speranza nei paesi africani. Ha detto Gianni Guidotti, Segretario Generale del Programma DREAM.

Cacilda sottolinea poi l’importanza delle attiviste, donne che una volta ritrovate le forze, si mettono al servizio di altri malati, sostenendoli nella cura. Io stessa sono una delle prime malate incontrate da DREAM: ho scelto di restituire quanto ho ricevuto.

Il Papa prende la parola, ma non prima di aver abbracciato Cacilda. Grazie per la tua vita e la tua testimonianza, espressione che questo centro è manifestazione dell’amore di Dio, sempre pronto a soffiare vita e speranza dove abbondano morte e sofferenza. Ringrazia tutti i presenti e nel vedere l’amore, la professionalità e la competenza con cui vengono accolti i malati fa riferimento alla parabola del Buon Samaritano. Voi qui non siete passati a distanza. Questo centro mostra che c’è stato chi si è fermato e ha sentito compassione, non ha ceduto alla tentazione di dire “non c’è niente da fare, è impossibile combattere questa piaga” e si è dato da fare con coraggio per cercare delle soluzioni. Avete ascoltato il grido silenzioso, di tante donne, tante persone che vivevano nella vergogna, emarginate, giudicate da tutti. A scontare questo grido vi ha portato a capire che il trattamento medico, sebbene necessario, non era sufficiente, perciò avete considerato la problematica nella sua integralità per ridare dignità alle donne e ai bambini, aiutandoli a progettare un futuro migliore. Non manca un riferimento all’ambiente, tema caro al Pontefice. Nello stesso tempo è meraviglioso vedere come questo ascolto dei più deboli, dei poveri, i malati, ci mette in contatto con un’altra parte fragile del mondo: penso ai sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Fra i poveri più abbandonati e maltrattati c’è la nostra oppressa e devastata terra. Voi siete stati in grado di capirlo e quest’ascolto vi ha portato a cercare mezzi sostenibili nella ricerca di energia, nella raccolta e riserva di acqua. Le vostre opzioni a basso impatto ambientale sono un modello virtuoso, un esempio da seguire vista l’urgenza imposta dal deterioramento del pianeta.

Prima di concludere ringrazia ancora Cacilda e le donne come lei, i bambini e tutti quelli che possono scrivere  una nuova pagina di storia liberi dall’AIDS e tutti quelli che oggi sorridono perché sono stati curati con dignità. Quanti sono usciti dall’incubo della malattia, senza nascondersi, trasmettendo speranza a molti. Quell’ “io sogno”, quel “DREAM” è molto più di un acronimo ma è un vero grido di speranza che ha contagiato  tante persone bisognose. Rinnovate gli sforzi, perché qui si possa continuare a “dare alla luce” la speranza. Dice prima della benedizione Papa Francesco che riceve in dono dalla Comunità di Sant’Egidio un pastorale a forma di croce, realizzato con le lamiere e la paglia delle case distrutte dal ciclone Dai che ha colpito la regione di Beira lo scorso marzo, dove la Comunità è presente e continua a dare sostegno alla popolazione. Il Papa ha poi incontrato alcuni malati in privato, salutato le mamme sieropositive che hanno dato alla luce figli sani, benedetto i bambini.

Questo giorno rimarrà tra i più significativi della mia vita e di tutti i pazienti DREAM, non solo in Mozambico ma in tutta l’Africa. Un momento storico, importante, articolarmente nella vita di tutte le donne del mondo che hanno contratto l’HIV. La visita del Papa è stato un segno di grande speranza, noi vogliamo vivere e ancora di più.

Ci dice Cacilda, commossa e felice, subito dopo la visita di Papa Francesco.

 

di Cecilia Gaudenzi – Zimpeto, 6 settembre 2019

Facebooktwitterpinterestlinkedinmail

Da donna a donna. L’importanza del counseling e la prevenzione verticale dell’HIV

La sensibilizzazione, un’arma potentissima per abbattere i tabù, prevenire e curare l’HIV. Il lavoro delle donne di DREAM.

Per combattere l’Hiv le medicine non bastano. La terapia è fondamentale. Unico modo per indebolire il virus, abbassare la sua carica virale a tal punto da renderlo non trasmissibile. Sembra facile. Invece, prendere un cocktail di tre medicine, a ore diverse del giorno o della notte, per tutta la vita, in un paese in cui la tua malattia è ancora un tabù, non è per niente facile.  La terapia è l’unica vera prevenzione ma va seguita con rigore svizzero e la Svizzera, è lontana dall’Africa. Difficoltà e sfide per i pazienti Hiv sono una battaglia quotidiana, soprattutto per i più giovani. Fare i conti con lo stigma, il giudizio degli altri, la paura dell’emarginazione, richiede una forza e un supporto costante. Prendere i medicinali per tutta la vita può stancare, demotivare. Rassegnazione o incoscienza a volte, possono prendere il sopravvento.

DREAM lo sa bene, ecco perché alla base del programma non ci sono solo le medicine, prima di tutto c’è la persona. Una corretta assunzione dei farmaci e una corretta alimentazione protegge il paziente, permettendogli di condurre una vita in salute e il prossimo, riducendo al minimo il rischio di trasmissione. Quest’ultima avviene prevalentemente in due modi, tramite un rapporto sessuale non protetto e la gravidanza. In Tanzania, come in molti altri paesi africani, le donne positive al virus sono moltissime ecco perché la PMTCT è di primaria importanza.  L’acronimo sta per Prevention Mother To Child Transmission e al centro DREAM di Arusha si fa ogni martedì e giovedì, accoglie donne Hiv positive, in gravidanza o con figli fino a 18 mesi. Il 97% dei pazienti segue bene il trattamento e i bambini nascono sani ma le visite sono lunghe perché ci sia tutto il tempo di parlare, sapere come sta il paziente.

Da donna a donna, così ci si intende meglio, libere di confidarsi. Una dottoressa, un’infermiera e un’attivista mentre controllano peso e pressione alla mamma; peso, altezza, temperatura e circonferenza della testa al bambino, fanno informazione. Monitorare le donne in gravidanza, accertarsi che stiano seguendo bene la terapia e controllare la loro carica virale è indispensabile, soprattutto in vista del parto, quando il rischio trasmissione è alto. Altro tema è quello dell’allattamento al seno. Allattare è importante perché rafforza le difese immunitarie del bambino ma molte donne lo rifiutano per paura della trasmissione del virus. Fare counseling aiuta a capire meglio rischi e benefici, monitorare ogni caso e poter valutare come procedere. Quando le mamme prendono correttamente le medicine, il rischio di infettare il bambino partorendo naturalmente e allattando è molto basso, al centro DREAM di Arusha le stime parlano di 2 casi su 50.

Giuliana è una mamma giovane, 18 anni, in terapia da quando era bambina. “Come stai?” Le chiede Elika, l’attivista. “Bene, prendo sempre le medicine e ci siamo trasferite a casa di mia nonna, mi aiuta con Weena e io posso lavorare”. Giuliana è sola, il papà di sua figlia non sa nemmeno che è nata. Non si tratta di un caso sfortunato, situazioni come questa, qui, accadono spesso. Weena è buonissima, sorride tutto il tempo e quando finisce di visitarla, la dottoressa me la mette in braccio così può dedicarsi alla mamma. Non smettono mai di parlare. È il momento delle analisi, la dottoressa apre il file e cala il silenzio, a disturbarlo sono io con le vocine che faccio alla piccola. “Tu non stai prendendo la terapia, perché mi hai detto una bugia?”. Giuliana abbassa lo sguardo e con voce flebile le risponde che la sta prendendo. “Allora perché la tua carica virale è così alta? Vieni qui, ti faccio vedere”. Devono passare 18 mesi e 3 controlli prima che un bambino nato da mamma sieropositiva possa dichiararsi negativo al virus ed è proprio in questi 18 mesi che l’aderenza alla terapia fa la differenza. Elika e la dottoressa le spiegano quanto sia importante. Giuliana scoppia a piangere ma DREAM è lì a sostenerla e può sfogarsi.

Da quando aveva avuto Weena non poteva permettersi più di una stanza condivisa con altre ragazze, “lavoro come posso, in un bar, in un albergo, faccio le pulizie ma con una bambina è più difficile e i soldi non bastano mai, facevo fatica anche a comprare da mangiare e quella stanza è tutto quello che potevo permettermi. Le altre ragazze si erano accorte che prendevo le medicine, hanno cominciato a farmi domande, a emarginarmi. Mi vergognavo di dire la verità, avevo paura che lo avrebbero detto ad altri o che mi avrebbero cacciata dal lavoro. Ho smesso la terapia”. Giuliana aveva cominciato a star male, sapeva che non apoteva continuare così, per questo si era trasferita a casa della nonna. Dopo un’ora di counseling, Giuliana non piange più, sa che qui non sarà mai sola, mette le medicine in borsa e prende Weena, la bacia e se la avvolge stretta sulla schiena con un Kanga, tipica stoffa colorata. Quella di Giuliana è una storia, una come tante, rappresentativa del problema dello stigma, della necessità di ascolto e supporto. Persone prima che pazienti, valore fondamentale di DREAM, a rafforzare terapia e prevenzione.

Articolo di Cecilia Gaudenzi.

Facebooktwitterpinterestlinkedinmail

Namandanje, Malawi : zero bambini positivi

Nonostante in Africa la diffusione dell’HIV si sia ridotta è tutt’ora un serio problema, in particolare per il Malawi. Uno dei modi più insidiosi con cui il virus dell’HIV continua a propagarsi è la trasmissione verticale, da madri sieropositive al loro bambino durante la gravidanza e/o l’allattamento.

In questi giorni il governo del Malawi ha reso noti i risultati della prevenzione verticale nel paese.

Il lavoro di DREAM in tutto il paese è stato eccellente, in particolare presso il centro DREAM di Namandanje dove nessuno degli oltre 100 bambini da madri sieropositive ha contratto il virus.

Namandanje si trova in una delle aree più povere del paese dove le case con acqua corrente ed energia elettrica sono una rarità. Un’unica strada consente di arrivarci; spesso è impraticabile a causa delle forti piogge come di recente a causa del ciclone Idai.

Il risultato del centro DREAM di Namandanje è il segno di un lavoro tenace, fedele, preciso, pur tra tante difficoltà. Dà gioia e speranza, un richiamo alle parole di papa Francesco sul valore delle periferie del mondo.

Facebooktwitterpinterestlinkedinmail

Emerenciana. Donna, mamma e Laboratory Technician al centro DREAM di Arusha

Emerenciana è parte dello staff del centro DREAM di Arusha, in Tanzania. La sua storia di donna, mamma e lavoratrice è un esempio per tutte le donne che incontra nel suo lavoro ed è il simbolo di come le donne africane stiano lavorando per combattere la cultura maschilista.

Se sei donna in Tanzania probabilmente da piccola ti hanno insegnato a fare l’inchino. Per una persona più grande, un sacerdote o un mzungo (un bianco) . Ti sei presa cura dei tuoi fratelli o sorelle minori. Devi aiutare, imparare ad essere madre, anche se sei solo una bambina e sembra un gioco. Come “mamma e figli”, il Dolce Forno. La differenza è che non sono bambolotti ma neonati veri e il cibo da preparare è necessità. Poi cresci, sei una ragazzina e non ci sono i pomeriggi con le amiche. Sei grande abbastanza per avere un marito che se non ti lascerà, sola con i figli che hai avuto così presto, avrà altre donne. Devi pensare alla casa e ai figli, che vadano a scuola e facciano i compiti. Come quando eri bambina e pensavi fosse un gioco. Devi preparare da mangiare e l’economia della casa è sulle tue spalle perché sei sola. Un lavoro non ce l’hai ma puoi inventarti qualcosa alla giornata, spaccare le pietre, vendere il carbone o se ti dice bene, mettere un banchetto in strada con i prodotti della terra che lavori tu.

Accade spesso, in aree rurali o villaggi, ma non è la regola. Emerenciana è donna, mamma e responsabile della sua famiglia. Dal 2008 è Laboratory Technician al centro DREAM di Arusha. Un lavoro considerato insolito per una donna, in Europa, figuriamoci in Tanzania.

“Lavoravo in un dispensario e quando ha aperto DREAM nella small house, ho cominciato a collaborare e mi sono trovata benissimo. Le persone, la mission, l’ambiente familiare. L’opportunità di lavorarci a tempo pieno era un sogno”.

La “small house” è la vecchia sede del centro. Small, perché rispetto a quella di oggi è davvero piccola. Nel 2005, quando ha aperto il centro DREAM ad Arusha, la situazione dell’HV era molto seria, 8 persone su 10 erano malate.

“All’epoca solo l’ospedale curava l’Hiv, a pagamento ma la maggior parte delle persone erano troppo povere e quindi non si curavano. L’Hiv poi era ed è, anche se molto meno, un tabù. A causa dello stigma, le persone non ne volevano nemmeno parlare, pensa farsi vedere in pubblico a prendere le medicine. Al centro di salute era diverso, i servizi gratuiti e la privacy garantita. Tutto, dalla pre visita, al couseling, fino all’home care, avveniva in una situazione confidenziale”.

“lo staff di DREAM ha insegnato l’approccio alla malattia e l’importanza della terapia. L’attenzione non era solo per i malati di HIV, nonostante l’emergenza. C’erano tanti disabili e poveri. Distribuivano il cibo, supportavano i bambini ad andare a scuola, molti erano orfani, la malattia aveva spazzato via una generazione e anche loro stavano male perché le nonne non sapevano come prendersene cura”.

Emerenciana non lavora solo in laboratorio, è lei a fare i prelievi, parla con i pazienti, conosce le loro storie, i risultati dei loro controlli.

“I controlli dicono tutto, quelli della carica virale si fanno una volta l’anno, se il risultato è molto alto, dopo sei mesi. Capiamo se e come si segue la cura.  A volte i pazienti mentono. Succede che la terapia non funzioni, che si creino resistenze al farmaco e quindi vada cambiato, ma nella maggioranza dei casi, a presentarsi è la prima ipotesi”.

Le ragioni sociali incidono molto sull’aderenza al trattamento, specialmente per i giovani.

“È difficile per loro. Vanno a scuola, dormono li e si vergognano a prendere le medicine così non lo fanno, rischiando la vita o di star molto male. Una domenica al mese organizziamo un incontro solo per loro dove affrontiamo questi temi, come abbattere il tabù”.

Le sfide, del lavoro e della realtà che vive tutti i giorni, sono tante ma anche le soddisfazioni.

“Uno dei momenti più belli è stato quando ci siamo trasferiti nella nuova sede. Voleva dire che non eravamo più un progetto. C’eravamo, funzionavamo e saremmo rimasti. Quel momento, indimenticabile, significava che la prova era finita, il centro DREAM era definitivo”.

Emerenciana colpisce per l’ entusiasmo e l’ approccio positivo, anche per quanto riguarda le donne.

“Sempre più donne vanno a scuola e c’è divisione del lavoro con i mariti, molte aprono il loro piccolo business, vendono i prodotti che coltivano”.

Poi prende il cellulare, illumina lo schermo e sorride. Non posso non impicciarmi, è una foto dei suoi figli.

“Guarda me. Ho un lavoro che mi rende orgogliosa, l’ho voluto tanto e continuo ad imparare, ad aggiornarmi. Ho fatto formazione in Malawi e a Iringa, uso nuovi software. È un lavoro stimolante e mi permette di mantenere i miei figli, provvedere alla famiglia. Sono la prova del miglioramento.”

Guarda l’ora, “andiamo che devo farti vedere la small house prima che faccia buio. È importante ricordarsi da dove si è cominciato per apprezzare ogni singolo, piccolo, passo in avanti”.

Articolo di Cecilia Gaudenzi

 

Facebooktwitterpinterestlinkedinmail

La storia di Mary. Da paziente Hiv ad attivista DREAM

Affetta da HIV, combatte lo stigma e decide di curarsi. Mary viene accolta nel centro di salute DREAM di Iringa dove segue le cure necessarie che le permettono di vivere bene e di mettere al mondo due bambini sani. Oggi è  una “expert client” e svolge attività di sensibilizzazione presso la sua comunità su come prevenire e curare l’HIV e l’AIDS.

Mary ha gli occhi neri e quando finalmente ti guarda ti ci perdi dentro. La voce bassa, il tono calmo, mette tranquillità. Siamo rimaste solo donne nella stanza e il ritmo della conversazione è cambiato. C’è intimità, come fossimo amiche da tempo. Dal 2016 Mary è attivista nel centro DREAM di Iringa in Tanzania. È arrivata da paziente nel 2010, quando, a 28 anni, scopre di avere l’hiv.

“Avevo paura ma sapevo che quello era un posto sicuro. Avrei avuto buone cure, mi avrebbero ascoltata”.

Era stata male durante la seconda gravidanza e una levatrice del suo villaggio le aveva consigliato di andare al centro DREAM. C’è voluto coraggio e scoprire di avere l’HIV, doloroso. Vedere tante persone malate, molte della sua zona, l’aveva colpita. Accettare e affrontare la malattia è più difficile che curarla in Tanzania dove lo stigma è forte.

“Ero molto preoccupata per la reazione che la gente avrebbe avuto nei miei confronti. Mi avrebbero allontanata dalla società, la mia famiglia mi avrebbe rifiutata”.

Tornata a casa, Mary chiede al marito di fare il test. È una donna forte, risoluta. Bisogna affrontare il problema.

“Tu sei malata, tu stai male. Io no, non ho nulla che non va e non mi curo se non sto male”. Le aveva detto. Nessuna sorpresa, la maggior parte degli uomini nasconde il problema.

Mary aveva visto morire tante persone di Hiv ma nessuna si era veramente curata.

“Più frequentavo il centro DREAM e parlavo con le altre donne, con le attiviste, i medici e più mi rendevo conto che avrei potuto convivere con la malattia, non ne sarei morta. Dovevo seguire bene la terapia”.

Quando la cura ha fatto effetto e Mary è stata meglio, anche il marito, intanto peggiorato, si è convinto dell’efficacia. La terapia è complessa, non impossibile. L’HIV non vuol dire morte, la vita va avanti e in salute. Grazie alle cure e alla prevenzione pre natale, Mary è mamma di due bambini HIV free. Era inaccettabile per lei che questo messaggio non arrivasse.

“Diventare attivista è stato naturale. Passavo molto tempo al centro DREAM e parlando con gli altri pazienti mi sono accorta della mia abilità comunicativa. Cresceva in me la necessità di rendermi utile. Raccontavo la mia storia per far capire l’importanza del trattamento. Ero l’esempio che star bene era possibile”.

Le donne accettano più facilmente la loro condizione, per gli uomini è più difficile. Per orgoglio o ignoranza, anche dopo essere risultati positivi non cominciano il trattamento. Non credono di essere malati finché non ne hanno la prova concreta, quando il virus si manifesta gravemente.

 “Non è costume parlare delle proprie cose, non si fa. Quello che accade nella vita, preoccupazioni, difficoltà, devono rimanere private e non se ne parla nemmeno con le persone più vicine. Non sono riuscita a parlare della malattia con mia madre, la mia famiglia non sa che sono malata, solo mio fratello”.

Avere supporto emotivo è difficile, ecco perché il ruolo di Mary e delle attiviste è fondamentale.

“Come attivista, la soddisfazione più grande è quando pazienti che inizialmente rifiutano la terapia, dopo averci parlato, raccontato la tua storia, tornano e cominciano la cura. Molte, come è successo a me, si attivano in prima linea per la causa. Questa è la vera vittoria”.

Mary ha vinto lo stigma e la paura dell’emarginazione.

“Non credevo che fosse possibile ma oggi ho più amici di prima e come donna mi sento finalmente realizzata, completa. Ho un ruolo e mi sento utile”.

Nella società tanzaniana le donne contano poco. Mary mi fa l’occhiolino “ma siamo noi quelle forti”. Tutto dipende da loro. Il lavoro nei campi, la vendita dei prodotti, il cibo, la cura della casa e dei figli, il loro rendimento scolastico. Quando le chiedo come vede il suo futuro, mi guarda seria, poi sorride. “Bello!”

In questa parola, in questo aggettivo, c’è tutta la forza, la consapevolezza di chi ha lottato per un futuro migliore.

Articolo di Cecilia Gaudenzi

Facebooktwitterpinterestlinkedinmail