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Grande Hotel. Il verticale slum di Beira

Il lavoro del Programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio in sostegno degli abitanti del Grande Hotel di Beira. Cibo e assistenza sanitaria gratuiti in un luogo di estrema povertà e degrado.

 

Dopo quasi settant’anni il Grande Hotel di Beira è ancora lì che si affaccia maestoso sull’Oceano Indiano. Guardiano del mare e degli eventi che si sono susseguiti dentro le sue mura. Basta guardarlo per capire che un tempo quell’edificio, oggi fatiscente, era molto di più. Hotel di extra lusso aperto nel 1954 nella seconda città più grande e popolosa del Mozambico, simbolo del successo del regime portoghese a Beira era la luxury accomodation per turisti dal Portogallo o dal ricco Sudafrica, ritrovo dei coloni. Quattro piani per 21mila metri quadrati di lusso sfrenato in stile Art Deco. Piscina olimpionica, il miglior ristorante del paese e tanti ascensori, ognuno con un addetto. Troppo costoso e troppi pochi clienti. Il Grande Hotel viene chiuso, formalmente nel 1963 rimanendo a disposizione per grandi eventi o conferenze e poi definitivamente nel 1974.

Oggi è la casa di più di 4mila persone, un gigantesco vertical slum dove vivono migliaia di persone in condizioni di estrema necessità e molti di loro sono bambini. È considerato un posto in cui vivono ladri e criminali, reietti e poveracci. È così ma solo in parte perché quello che stupisce di questo luogo fantasma è l’ordine caotico con cui la vita si organizza al suo interno. Per entrare devi conoscere qualcuno, c’è bisogno di un permesso. I membri della Comunità di Sant’Egidio sono tra le poche persone esterne a potervi accedere. Volontarie e volontari del Programma DREAM svolgono un lavoro importantissimo: sensibilizzazione alla salute e all’alimentazione, molti degli abitanti dello slum sono in cura presso il centro di salute dedicato alla cura e prevenzione dell’ HIV e delle malattie non trasmissibili come ipertensione, cancro alla cervice uterina e diabete. Molti dei bambini che vivono al Grande Hotel frequentano la mensa e la scuola adiacente al centro DREAM della città.

Per poter frequentare il Grande Hotel è necessario il lasciapassare del “segretario”, una sorta di “sindaco” che vive in quello che un tempo era il sotterraneo dell’hotel e che è anche il suo ufficio dove vivono, spalla a spalla, molte altre famiglie. Ognuna si è costruita la sua baracca di plastica dentro questo grande spazio umido e buio, “siamo tutti vicini di casa” ci dice quando andiamo a trovarlo. É contento di avere visite ed è orgoglioso di farci da guida ma prima, foto di rito.

Cominciamo dalla piscina o il suo ricordo. La sua funzione oggi è di pozzo e discarica. La parte più profonda funge da cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, nell’altra, cumuli di immondizia. Nell’hotel non c’è acqua corrente ed elettricità, anche se alcuni se le procurano illegalmente e si convive con i rifiuti che sono ovunque. Vere e proprie montagne, nelle parti esterne e interne. “Avevamo provato a organizzare una raccolta ma non tutti partecipano e c’è chi lancia i rifiuti dai piani alti” dice il “segretario” mentre davanti a noi una ragazza cala un secchio nella piscina per raccogliere l’acqua più sporca che io abbia mai visto, “con quella ci cuciniamo e ci laviamo” continua. Entrando nell’edificio passiamo per i bagni, latrine in comune per tutti. Il rischio epidemico è molto alto: colera, diarrea, malaria e scabbia sono come la nostra influenza, per non parlare della diffusione dell’HIV, ecco perché l’attività delle volontarie DREAM è così importante. È un viavai di gente. “Qui le regole sono due- ci spiega il segretario- rispetto e apertura a chi necessita di un rifugio. L’autorità locale vorrebbe demolire l’hotel e allocare gli abitanti provvedendo alla costruzione di case vere ma non avendo fondi, questo piano non è realizzabile e comunque la polizia qui non ha alcuna autorità. Nuovi residenti continuano ad arrivare e molti vivono qui da anni a causa della povertà, ci sono abitanti di terza generazione”. Loro sono gli esclusi dalla vita socio-economica, la maggior parte lavora in nero ed è molto difficile procurarsi i bisogni primari.

La criminalità c’è ma va diminuendo mentre il problema di alcol e droga è alto, per spaccio e consumo che poi si traduce in violenza, generalmente sessuale. Forte il contrasto tra la sporcizia fuori dall’edificio o nelle aree comuni interne e l’ordine, la pulizia dentro le “case” degli inquilini dell’hotel. 116 sono le stanze originarie che i più fortunati hanno occupato, abitate da intere famiglie. In molti ci accolgono e sono orgogliosi di mostrarcele. Intanto i bambini tornano da scuola, con zainetto e divisa. Prima di pranzo giocano negli ex saloni dell’albergo come fosse il cortile di un condominio qualunque. Tutto è pericolante, le scale sembrano sospese e i piani superiori sono corridoi nel vuoto, qualcuno ci è anche morto. È l’ora del mercato, allestito all’entrata principale, c’è anche un chiosco per i ragazzi con tanto di postazione Playstation. Sembra assurdo eppure anche quella quotidianità ha la sua normalità.

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In Kenya per combattere HIV e Tubercolosi grazie a un progetto sostenuto dall’AICS

Test e counseling per il trattamento di HIV e Tubercolosi in Kenya. Grazie al partenariato con DREAM Kenya Trust e Università di Tor Vergata, e al sostegno economico di AICS, il programma sanitario della Comunità di S.Egidio potrà ampliare il numero di pazienti a cui offrire cure gratuite e di qualità nel Paese.

Con l’obiettivo di rafforzare il sistema sanitario in Kenya, attraverso l’aumento dell’accesso ad un servizio di cura gratuito e di qualità per l’HIV e la TB, il personale del programma DREAM della Comunità di S. Egidio sta lavorando da oltre un anno al progetto “Insieme al Global Fund per porre fine all’epidemia di HIV e TB in Kenya”.

L’iniziativa, finanziata dall’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, prevede interventi mirati in sei centri di salute, nelle contee orientali del Kenya: AINA center, Chaaria, Chiakariga, Nkubu, Kyeni e Tunyai Health center.

Secondo il Global Fund, il Kenya è il quarto paese al mondo per diffusione di HIV e il quindicesimo per quanto riguarda la Tubercolosi. Si stima che nel Paese circa il 6% della popolazione è affetta da HIV e che più di un terzo delle persone a cui viene diagnosticata la Tubercolosi presenti anche l’HIV.

Per migliorare la risposta a questa emergenza sanitaria, la Comunità di S. Egidio, insieme all’Università di Tor Vergata e al partner locale DREAM Kenya Trust ha puntato in particolar modo sulle attività di test e counseling per l’HIV e sullo screening e trattamento della TB. Grazie a personale locale specializzato, in 15 mesi sono state sottoposte a screening e counseling per l’HIV oltre 51.000 persone. Di queste, circa 11.600 non si erano mai sottoposte al test e quasi 600 sono risultate positive. Le persone HIV positive sono state subito indirizzate presso i centri di salute dove hanno potuto avviare le cure in modo totalmente gratuito.  Inoltre, circa 4.700 pazienti sono stati sottoposti allo screening per la tubercolosi. 1.463 sono risultati positivi allo screening e, di questi, dopo ulteriori accertamenti, 481 persone sono state sottoposte a trattamento. Di 481 pazienti con TB, 143 sono anche sieropositivi.

Anche nell’ambito di questo progetto – come DREAM è solito fare in tutti i contesti in cui lavora – sono state organizzate attività di sensibilizzazione. In particolare, ad aprile si è tenuto il “Word TB Day”, una giornata patrocinata dal Ministero della Sanità durante la quale il personale sanitario ha eseguito 128 screening per TB e 87 per HIV. Tre persone sono state avviate al trattamento per la Tubercolosi e 5 per l’HIV.

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Cibo e vestiti in quantità: l’inaspettato regalo di Natale al centro Dream di Zimpeto

Riso, pollo, olio, bibite e biscotti in grande quantità. Ma anche vestiti e scarpe per bambini. Sono i doni, un vero e proprio regalo di Natale, appena arrivato al Centro DREAM di Zimpeto, quartiere periferico di Maputo in Mozambico.

Proprio qui, nella struttura della Comunità di Sant’Egidio, un gruppo di persone ha assistito alla recente visita di papa Francesco. Commossi dalle parole del Santo Padre, che ha paragonato l’attività del centro di salute alla parabola del Buon Samaritano, hanno deciso di regalare alla struttura cibo e abbigliamento. Questa la toccante lettera che ha accompagnato le casse piene di generi alimentari, vestiti e scarpe:

La visita di papa Francesco echeggia nelle nostre menti come se fosse stata ieri, e siamo sicuri che questa giornata sarà per sempre nei nostri cuori.

Grazie alla Comunità di Sant’Egidio, abbiamo avuto il privilegio di ascoltare il messaggio di papa Francesco e ricevere la sua benedizione. La nostra presenza nel centro di salute di Zimpeto non si è limitata alla gioia di vedere il Santo Padre, abbiamo anche ascoltato le sue parole, quando ha paragonato la vostra attività alla parabola del Buon Samaritano. “Avete sentito quel grido silenzioso, quasi impercettibile di coloro che soffrono, e grazie al vostro gesto diventate espressione del Cuore di Gesù, in modo che nessuno pensi che il loro grido arriverà a orecchie sorde.” (Parole del Santo Padre).

Siete un segno di solidarietà per coloro che hanno bisogno sentire la presenza attiva di un fratello o una sorella (parole del Santo Padre) ed è in questo spirito di fratellanza che inviamo la nostra offerta per aiutarvi nelle celebrazioni del Santo Natale, per continuare a dare luce e speranza a tutti coloro che aiutate.

Alla Comunità di Sant’Egidio e a tutti coloro che beneficiano della vostra dimostrazione d’amore, inviamo i nostri auguri di buon Natale e desideriamo che il Signore vi benedica, affinché la nascita di Gesù Cristo porti luce e speranza nei cuori di coloro che più vi amano e continuano ad essere la manifestazione dell’amore di Dio, sempre pronti a infondere vita e speranza.

Nel cantare la canzone con cui Papa Francesco è stato accolto al centro, ci salutiamo pieni di amore e gratitudine.

 

Moya wanga khensa, moya wanga khensa, moya wanga khensa, Khensa Yehova …

Moya Wanga Kensa, Moya Wanga Kensa, Moya Wanga Kensa, Papa Francisco …

 

Moya Wanga Khensa, Moya Wanga Khensa, Moya Wanga Khensa, Comunidade Santo Egidio…

 

Con amore e gratitudine

Açucena Benjamim Guilaze

Augusto Aldonio Cassa

Vercélia Pereira Lopes

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L’importanza delle attività di sensibilizzazione nel lavoro di DREAM: i risultati del primo anno del progetto Malawi? I care

Raggiugere 6000 persone in tre anni con campagne di sensibilizzazioni ad hoc sulla salute della donna: è questo uno degli importanti obiettivi di Malawi? I Care, progetto del programma DREAM della Comunità di S. Egidio in Malawi, finanziato dall’Agenzia Italia per la Cooperazione allo Sviluppo.

Il Malawi è il secondo Paese al mondo per incidenza di cancro alla cervice uterina (ogni anno muoiono 2300 donne), e le donne con HIV sono più soggette ad infezioni da HPV, tra le cause di questo tumore. Per questo motivo, il programma DREAM sta impiegando parte delle risorse messe a disposizione per il progetto “Malawi? I care” per aumentare la consapevolezza della popolazione rispetto alla salute delle donne, favorendo l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne.

Rispetto alla lotta al cancro alla cervice uterina, il programma DREAM è diventato un modello a livello nazionale ricevendo l’appoggio e il riconoscimento istituzionale del Ministero della Salute che però dispone di poche risorse per intervenire autonomamente. Il Malawi è uno dei paesi che più dipende da investimenti esteri per il sostegno di un settore costoso come quello sanitario.

In poco più di 12 mesi, il personale DREAM è riuscito a raggiungere 5100 persone con campagne di sensibilizzazione in cinque distretti del Paese: Blantyre, Dowa, Balaka, Machinga, Mangochi. Attraverso la distribuzione di materiale informativo e grazie alla collaborazione con Norwegian Church AID circa 1500 donne hanno fatto il test VIA per il cancro alla cervice uterina.

Biciclette utilizzate dalle expert client per fare visita ai pazienti in home care e per la ricerca attiva di chi manca gli appuntamenti

Particolarmente efficaci si sono rivelate le attività che la comunità di S. Egidio, in collaborazione con il District Health Office di Blantyre, ha proposto durante la settimana per la salute della donna (30 luglio – 3 agosto). La manifestazione, voluta proprio da DREAM, ha interessato le zone rurali intorno a Blantyre ed è stata incentrata sulla cura e prevenzione del cancro alla cervice uterina. Durante la settimana è stato offerto lo screening gratuito nei centri di salute di Chabvala, Chikowa, Ndziwe, Chileka, Lirangwe, Lundu, Ndeka, Madziabango e il centro di DREAM Mandala. Durante queste giornate, 1859 donne si sono sottoposte al test e di queste 47 sono risultate positive e per 15 è stato evidenziato il sospetto di cancro.

Il risultato delle attività di sensibilizzazione non è per niente scontato. Come per l’HIV e l’AIDS anche intorno al cancro alla cervice uterina ruotano credenze popolari che ne ostacolano la prevenzione e cura. Le donne, infatti, spesso non vogliono sottoporsi allo screening perché convinte che il test possa compromettere la possibilità di avere figli. Per ovviare a questi ostacoli, nell’ambito del progetto Malawi? I Care, è stato necessario avviare una campagna promozionale via radio per superare pregiudizi e resistenze culturali.

Il primo anno di progetto ha portato buoni risultati in termini di sensibilizzazione e ha evidenziato che solo con una campagna di informazione capillare, che coinvolga tutti gli attori in campo –  dai medici, ai volontari, dalle istituzioni alla comunità locale – è possibili invertire la rotta e permettere a un numero sempre crescente di donne di avere maggiore consapevolezze dei propri diritti e di accedere ai programmi di cura gratuiti non solo per combattere il cancro alla cervice uterina e l’HIV ma anche altre patologie.

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Giornata Mondiale contro l’AIDS, SANT’EGIDIO: in Africa è allarme tra gli adolescenti

Il programma DREAM, presente in 11 Paesi africani, ha attività specifiche dedicate ai giovani: l’obiettivo è combattere la malattia e lo stigma

 Salvare il futuro dell’Africa combattendo la principale causa di morte tra gli adolescenti del Continente: il virus dell’HIV. È questa la sfida del programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio che, in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS, vuole ricordare quanto è stato fatto e quanto ancora bisogna fare per i giovani. Un’attività che DREAM porta avanti ormai da 18 anni offrendo accesso gratuito alle cure in 11 Paesi africani, con 49 centri di salute e 25 laboratori di biologia molecolare.

Nel 2016, il 73 per cento dei nuovi casi di HIV tra adolescenti era localizzato in Africa (fonte: www.avert.org). E si stima che da qui al 2030 ci saranno altri 740 mila giovani che contrarranno il virus. Ad oggi la metà delle ragazze e dei ragazzi sieropositivi è concentrata in sei nazioni. Cinque di queste appartengono allo stesso continente: Sud Africa, Nigeria, Kenya, Mozambico e Tanzania.

Particolarmente seria la situazione nell’Africa orientale. Ed è proprio da qui che parte il lavoro di DREAM. Sono quasi 6000 gli adolescenti attualmente in terapia nei centri di salute del programma della Comunità di Sant’Egidio. La metà di questi si trova in Mozambico, più di 1000 in Malawi e oltre 800 in Kenya. Nei tre stati DREAM ha tre progetti, finanziati dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo: Malawi? I Care, Mozambico PASS e Insieme al Global Fund per porre fine all’epidemia di HIV e TB in Kenya. Di pochi giorni fa è la notizia che l’AICS ha approvato un progetto dedicato ai giovani dal titolo Espaço Aberto. Rafforzamento dei servizi sanitari per adolescenti e giovani donne con HIV in Mozambico che comincerà nel 2020. Il progetto permetterà di offrire per almeno due anni cure gratuite e di qualità a 2.500 giovani con HIV (per il 52% ragazze) tra i 10 e i 19 anni e 1.250 giovani donne sieropositive tra i 20 e i 25 anni. Si sperimenterà la formazione di youth leader e la loro inclusione nella creazione di uno spazio adolescents friendly all’interno di sei centri di salute in Mozambico, al fine di facilitare l’accesso dei giovani ai servizi sanitari per HIV.

Combattere l’AIDS tra gli adolescenti significa, spesso, agire prima che questi vengano messi al mondo. La maggior parte dei ragazzi e delle ragazze, infatti, contrae il virus per via perinatale, mentre il resto si infetta attraverso il sesso non protetto. Dal 2002 ad oggi, DREAM ha fatto sì che 100 mila bambini di madri sieropositive nascessero senza contrarre l’HIV, offrendo alle donne incinte un servizio gratuito e di qualità per prevenire la trasmissione del virus ai figli.

E sono proprio queste stesse giovani donne uno dei gruppi più vulnerabili all’HIV.  Ragazze che spesso vivono in condizioni di povertà o subiscono violenza e non hanno la possibilità di proteggersi dall’HIV. La disuguaglianza di genere nell’educazione e le norme restrittive sono inoltre direttamente collegate ad un più basso accesso ai servizi per la salute sessuale, incluso il test e trattamento HIV.

In generale, tutti i giovani tra i 15 e i 24 anni sono una categoria vulnerabile all’infezione per caratteristiche associate ai comportamenti di questa fascia di età. I ragazzi, in una società in cui è alta la disuguaglianza sociale, sono soggetti a fattori come la carenza di risorse economiche, l’abbandono scolastico e l’esplorazione sessuale che aumentano la vulnerabilità all’HIV. A questi fattori vanno aggiunte la difficoltà di accesso ai servizi sanitari e la scarsa preparazione nella risposta nazionale in Africa Sub-Sahariana alle specificità di questo gruppo di età.

Una condizione che non riguarda solo le fasce più povere della popolazione. Come nel caso di Eulalia, diciassettenne proveniente da una famiglia della classe media del Mozambico. Per anni aveva seguito una terapia antiretrovirale sbagliata. La famiglia era stata indotta a comprare farmaci non in base alle reali necessità della ragazza, tutto dipendeva dall’offerta di chi li vendeva. Quando con la madre Eulalia arriva in un centro di salute DREAM è in condizioni critiche. Fa tutti i test e le analisi necessarie e inizia una terapia finalmente adatta. La madre apre la borsa, convinta di dover pagare, e non riesce a credere che un servizio del genere possa essere totalmente gratuito.

La scarsa informazione diventa mancanza di consapevolezza perché le famiglie non sono adeguatamente sensibilizzate e spesso hanno paura di parlare della malattia. È successo a Janet, una tredicenne del Malawi. Fa il test dell’HIV e risulta sieropositiva quando ha solo 2 anni e 9 mesi. Inizia a prendere subito le medicine necessarie, ma ignora per anni la sua reale patologia. A un certo punto inizia a rifiutare le cure: crede di stare bene e non comprende il motivo per il quale è costretta ad assumere medicinali. Solo nell’agosto di quest’anno la madre chiede aiuto ai professionisti di DREAM per spiegare alla figlia che ha l’HIV.

“Spesso a Dream – spiega Paola Germano, direttrice del programma della Comunità di Sant’Egidio – si presentano genitori di adolescenti che chiedono aiuto. Non vorrebbero esser loro a dire ai figli come stanno le cose. Chiedono che sia il personale di DREAM a parlare con i figli. Si sentono in colpa.”

In supporto ai sistemi sanitari nazionali, DREAM, attraverso i centri di salute, non si limita alla distribuzione dei farmaci, ma forma il personale locale e offre ai pazienti servizi di consulenza, prevenzione e test. Fondamentale, soprattutto per gli adolescenti, l’attività di sensibilizzazione sulle tematiche legate alla salute e alla cura. Queste attività sono svolte da expert client, persone malate, spesso donne, che hanno beneficiato dei servizi offerti dai centri di salute di Sant’Egidio e che sono poi diventate divulgatrici, veri e propri punti di riferimento in grado di dare ai giovani le informazioni necessarie per accedere alle cure o, prima ancora, per fare un test.

Se i giovani risultano sieropositivi, vengono inseriti in un programma di cura e trattamento. Le ragazze e i ragazzi vengono poi regolarmente seguiti da uno staff medico adeguatamente formato e monitorati anche per tutte le infezioni e patologie che possono insorgere, come malaria, tubercolosi, malattie sessualmente trasmissibili e malnutrizione, o malattie non infettive come problemi cardiovascolari, diabete e cancro alla cervice uterina.

Ogni centro di salute DREAM ha un responsabile dei servizi indirizzati ai giovani. L’idea alla base dei programmi per gli adolescenti è quella di mantenere con loro un filo diretto attraverso appuntamenti fissi focalizzati sulle loro specifiche necessità. Per questo vengono invitati a prendere appuntamento in giornate dedicate espressamente a loro per monitorare lo stato di salute e nutrizione, fare gli esami del sangue necessari al controllo dell’andamento della terapia e i test per la carica virale, consegnare i farmaci, prevenire e curare eventuali malattie correlate all’HIV e fare screening del cancro della cervice uterina. Tutte le attività sono svolte da personale qualificato opportunamente sensibilizzato.

Inoltre, durante le giornate di apertura per i giovani, alcuni expert client e infermieri creano gruppi di supporto per persone con HIV tra i 10 e i 19 anni. Gli incontri permettono ai giovani di aprirsi, li aiutano a parlare del proprio status, del trattamento antiretrovirale, dello stigma, dei diritti delle persone con HIV, di salute sessuale. È il caso di Ian, un ragazzo di 19 anni che ha lottato a lungo contro la stigmatizzazione e la perdita di autostima e ora è diventato un esempio per i giovani della sua comunità in Kenya. Arrivato in un centro di salute DREAM con i genitori, entrambi sieropositivi, così come il fratello minore, si trova subito in una situazione difficile: a causa della malattia è costretto ad assentarsi spesso da scuola e, quando è presente, ha paura di essere stigmatizzato e non prende le medicine. Poi inizia a frequentare un gruppo di supporto per adolescenti, per superare i problemi fisici e psicologici connessi all’HIV e garantire una buona aderenza al trattamento. Oggi la carica virale è stata abbattuta, le sue condizioni migliorate e ha ritrovato la sua autostima arrivando a parlare in pubblico della sua situazione.

“Attorno ai centri DREAM – conclude Paola Germano, direttrice di DREAM – esistono movimenti di adolescenti che hanno superato la fase dello stigma e s’impegnano a parlare dell’HIV con i coetanei sani, nelle scuole e nei luoghi di ritrovo. Sono movimenti di adolescenti costretti dalla malattia ad una maturità interiore precoce, che grazie alle cure e all’inclusione del gruppo ritrovano sicurezza e speranza. Il loro contributo all’abbattimento dello stigma da HIV tra i giovani è inestimabile.”

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Karibu Arusha Dream Center! Il primo centro di Sant’Egidio in Tanzania

Home Care, prevenzione e cura di HIV/AIDS e altre malattie non trasmissibili, telemedicina, prevenzione della trasmissione del virus dell’HIV da madre in figlio: questo e altro ancora nel centro DREAM di Arusha in Tanzania.

DREAM, programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio, nato in Mozambico nel 2002 per garantire il diritto alla salute, contrastare l’AIDS e la malnutrizione in Africa, prende avvio in Tanzania a partire dal 2006. Il primo centro aperto nel paese è quello di Arusha, città che sorge all’ombra del Kilimanjaro, famosa per aver ospitato, dal 1994 al 2015, il Tribunale Criminale Internazionale per il Rwanda. La situazione dell’HIV in questa zona era critica, aggravata a causa di povertà, ignoranza e paura dello stigma. I malati all’epoca erano moltissimi, 8 persone su 10, ovvero la maggioranza della popolazione.

Prima che aprisse il centro DREAM, un solo ospedale si occupava di HIV e l’approccio delle persone alla malattia era di rifiuto totale. Rifiuto tale da non voler nemmeno fare il test. Sapere di essere positivi al virus avrebbe comportato conseguenze troppo gravi: vergogna, ripudio da parte della famiglia e del villaggio, emarginazione sociale. L’obiettivo principale di DREAM era cambiare tutto questo. I primi pazienti arrivati al centro erano pochi, disabili e già molto, troppo malati. Al centro DREAM ogni paziente era prima di tutto una persona, con la sua storia, i suoi problemi e le sue aspirazioni per il futuro. La privacy di ognuno era rispettata. Non nell’adattarsi al costume locale per cui “non se ne parla per non ferire o per non essere invadenti” ma dedicandosi alla costruzione di una relazione basata sulla fiducia reciproca medico-paziente. Piano piano, anzi “pole pole” in Swahili, sempre più persone venivano al centro. Fare il test non era più una condanna a morte, era il primo passo per stare bene, l’inizio di una nuova vita. A parlare erano gli effetti positivi della terapia antiretrovirale e tutte quelle misure che la rendono efficace.

Finalmente la cura era possibile e accessibile. Punto di forza, la gratuità del trattamento. Ad oggi i pazienti sono 1.593 e il centro è cresciuto, spostandosi nel 2009 in una sede più grande. Il team, interamente locale, conta 14 persone. Dalla coordinatrice ai medici, la counselor e le expert client, dall’amministratore alle infermiere, dall’autista al farmacista, dai tecnici di laboratorio alle addette alle pulizie. Un lavoro di squadra per garantire il diritto alla salute a tutti, fin da prima della nascita con la terapia prenatale. Due giorni a settimana sono dedicati alla PMTCT ovvero Prevention from Mother To Child Transmission dove le donne sieropositive, future mamme, vengono seguite durante la gravidanza fino ai 18 mesi del bambino o della bambina, termine ultimo per scongiurare la trasmissione. HIV e non solo. DREAM segue i suoi pazienti monitorando costantemente la loro salute, dal controllo delle malattie croniche come diabete e ipertensione fino allo screening del papilloma virus. Le giornate dedicate ai controlli sono anche momento di incontro, il servizio è rivolto a tutti, DREAM invita i suoi pazienti a portare con loro amici e familiari.

Poi c’è la telemedicina. Grazie a una piattaforma online lo staff dalla Tanzania è in collegamento diretto con medici specializzati in tutta Italia. Nata per esigenze legate a problematiche cardiologiche, oggi tramite la telemedicina si può avere ogni tipo di consulto. DREAM non si limita ad essere un centro di salute, conosce bene le problematiche del paese e le difficoltà della sua gente. Una volta al mese la clinica mobile arriva a Mererani, una zona di miniere, isolata, dove fino a poco tempo fa non c’era nemmeno un ricovero e i trasporti sono limitati. I pazienti che provengono da questa zona sono tanti e per permettergli di seguire la terapia è DREAM ad andare da loro. Stessa cosa avviene per tutti quelli che sono in Home Care. Le expert client, cuore del programma DREAM, si recano a casa dei pazienti più bisognosi per assicurarsi che seguano la cura. Questo servizio viene attivato nei casi di emergenza, quando un paziente è troppo malato o lontano per recarsi al centro a prendere le medicine, o quando ha difficoltà a prendersi cura di se stesso. L’Home Care è un sostegno che va oltre il trattamento. Le donne DREAM aiutano i pazienti a cucinare e a seguire una dieta sana, sistemano e puliscano la casa con loro, affinché le condizioni igieniche siano le migliori possibili, fanno il bucato con loro, aiutano mamme e nonne con la gestione dei bambini. Un servizio gestito interamente dalle expert client, simbolo del riscatto delle donne colpite dallo stigma, testimonial dell’efficacia del trattamento.

Nessun paziente è uguale all’altro al centro DREAM e per quelli più poveri, le mamme incinte o chi ha un rapporto peso-altezza inferiore alla media è prevista l’integrazione alimentare con pacchi di cibo che vengono distribuiti mensilmente. I giovani sono quelli che più di tutti hanno bisogno di sostegno per affrontare la malattia, il tabù si fa ancora più pesante quando si tratta di seguire la terapia condividendo la quotidianità con i coetanei. La vergogna può prendere il sopravvento e pur di non far vedere le medicine che si prendono, molti interrompono il trattamento. L’ultimo sabato del mese è dedicato a loro, ai giovani. Tutti i pazienti tra i 10 e i 20 anni sono invitati al centro per riunirsi insieme, senza “i grandi” per potersi sentire liberi di parlare e confrontarsi. E poi? Si pranza tutti insieme!

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