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Inside DREAM. L’intervista ad Alessandra Morvillo

Dream non è soltanto un programma di cura e prevenzione contro l’Hiv in Africa, è una comunità di persone che lavorano insieme all’insegna dello scambio reciproco per migliorare e crescere, sempre. Medicina di eccellenza e cura della persona sono gli elementi distintivi che permettono alla Comunità di Sant’Egidio di garantire servizi di altissimo livello. A raccontarcelo è la country manager del programma Dream in Tanzania, Alessandra Morvillo che il sogno lo ha visto nascere e realizzarsi.

Com’era la situazione HIV in Africa quando Dream è iniziato?

“Quando Dream è cominciato la terapia non esisteva in Africa, non si pensava nemmeno che si sarebbe mai potuta fare. Era morta tanta gente, un’intera generazione di adulti era scomparsa, lasciando bambini orfani e le nonne che si prendevano cura di loro. Non essendoci la cura, scoprirsi sieropositivi era una condanna a morte e le persone preferivano non saperlo, in ogni caso fare il test era difficilissimo perché non esistevano posti dove farlo. Quello che non potevamo accettare era l’idea comune di rassegnazione, che si potesse fare solo la prevenzione e non la cura perché avrebbe avuto un costo troppo alto vista la quantità di malati. Sentivamo un senso di grande ingiustizia. Abbiamo cominciato con pochissime persone, piano piano, insieme abbiamo capito come fare, affrontato i problemi, quali erano le resistenze, non solo a livello paese, governo, istituzione ma anche le paure, i limiti delle persone e del personale sanitario. La vera prevenzione è il trattamento e così abbiamo lavorato molto per procurarci i farmaci, ma quello che ha fatto la differenza è stato l’approccio con le persone. Dovevamo rompere il tabù, convincere a fare il test. Fin da subito con le donne c’è stata grande intesa, sono state loro le prime vincitrici di questa battaglia. Erano le più colpite e hanno capito l’importanza della cura, a parlare tra di loro, testimoni del trionfo della vita sulla morte. I loro bambini nascevano ed erano sani, questo le ha motivate a diffondere gli effetti positivi della terapia. La cura ha cambiato il loro ruolo nella società, sono tornate a lavorare, si sono riappropriate della loro vita e della loro dignità. Grazie alla loro capacità di coinvolgere gli altri, diffondere la conoscenza, sono riuscite a trasformare l’ambiente in cui vivono, schierate contro lo stigma  che le colpiva”.

Che ruolo hanno le donne in Dream?

Centrale, loro sono protagoniste assolute. Da pazienti sono diventate le testimonial dell’efficacia del trattamento. Il loro potenziale è venuto fuori lavorando insieme. Soprattutto all’inizio, la maggioranza dei pazienti dei nostri centri Dream erano le donne. Si ammalavano di più ma si volevano curare, al contrario degli uomini non accettavano la condizione della malattia. Avevano bisogno di essere sostenute, questo coraggio andava alimentato. La prevenzione materno infantile ha inciso, era la prova concreta che era possibile, l’HIV non era più una condanna a morte. Quando altre donne se ne sono accorte la speranza si è moltiplicata grazie alla voglia di tante pazienti che hanno sentito forte gratitudine nell’essere state accolte e hanno voluto restituire l’aiuto ricevuto stando accanto a tutte le altre che ne avevano bisogno.

Quanto è forte il peso dello stigma oggi?

Molto, lo stigma dell’HIV è ancora una realtà. La paura della malattia c’è, a prescindere da credenze e superstizioni. La situazione è migliorata, il test si fa ma rimane il problema della medicina tradizionale. Sedicenti profeti assicurano guarigione, successo e le persone abbandonano le medicine così spesso abbiamo a che fare con pazienti che arrivano nei centri in condizioni di malattia già avanzata.

Per Dream il paziente è fondamentale. In che modo?

Crediamo che prima della malattia ci siano delle persone e per noi sono importanti in quanto tali. Il loro approccio alla terapia è decisivo per la sua efficacia. Coinvolgerli nella cura da un lato e comprendere il loro stato, la loro situazione, anche personale dall’altro, vuol dire renderli responsabili e questo li porta ad essere aderenti al trattamento. Rispetto all’occidente, in Africa spesso il paziente non viene messo al corrente della sua condizione perché non gli viene data importanza. Se non spieghi, non informi, la malattia si veste anche di un alone magico come nei casi di epilessia che vengono descritti come maledizioni. La conoscenza combatte l’ignoranza e la superstizione che poi genera discriminazione.

Quali sono i pilastri di Dream?

La gratuità delle cure e la formazione che avviene nei centri Dream mettendo a confronto le conoscenze di medici italiani o europei e di quelli locali. Corsi, formazione continua per specifiche figure come il personale di laboratorio, coordinatori, medici, infermieri. Corsi locali e internazionali. Un percorso arricchito dallo scambio reciproco con lo scopo di dare il meglio, quello che era presente nel resto del mondo doveva essere reale e possibile anche per l’Africa. Poi c’è il valore della condivisione. Crediamo nell’idea di lavorare insieme con il personale locale perché i protagonisti assoluti del programma sono loro che lo portano avanti ogni giorno. L’obiettivo è che non ci si senta solo dei dipendenti ma soggetti propositivi. Abbiamo a che fare con persone in difficoltà, con problemi, situazioni complicate, che si sente sola, a cui bisogna dare speranza, dimostrare che è possibile stare bene e quindi è importante comunicare, essere empatici. Non ci possiamo accontentare di svolgere il lavoro, vogliamo migliorare le condizioni del paziente, del paziente.

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Karibu Arusha Dream Center! Il primo centro di Sant’Egidio in Tanzania

Home Care, prevenzione e cura di HIV/AIDS e altre malattie non trasmissibili, telemedicina, prevenzione della trasmissione del virus dell’HIV da madre in figlio: questo e altro ancora nel centro DREAM di Arusha in Tanzania.

DREAM, programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio, nato in Mozambico nel 2002 per garantire il diritto alla salute, contrastare l’AIDS e la malnutrizione in Africa, prende avvio in Tanzania a partire dal 2006. Il primo centro aperto nel paese è quello di Arusha, città che sorge all’ombra del Kilimanjaro, famosa per aver ospitato, dal 1994 al 2015, il Tribunale Criminale Internazionale per il Rwanda. La situazione dell’HIV in questa zona era critica, aggravata a causa di povertà, ignoranza e paura dello stigma. I malati all’epoca erano moltissimi, 8 persone su 10, ovvero la maggioranza della popolazione.

Prima che aprisse il centro DREAM, un solo ospedale si occupava di HIV e l’approccio delle persone alla malattia era di rifiuto totale. Rifiuto tale da non voler nemmeno fare il test. Sapere di essere positivi al virus avrebbe comportato conseguenze troppo gravi: vergogna, ripudio da parte della famiglia e del villaggio, emarginazione sociale. L’obiettivo principale di DREAM era cambiare tutto questo. I primi pazienti arrivati al centro erano pochi, disabili e già molto, troppo malati. Al centro DREAM ogni paziente era prima di tutto una persona, con la sua storia, i suoi problemi e le sue aspirazioni per il futuro. La privacy di ognuno era rispettata. Non nell’adattarsi al costume locale per cui “non se ne parla per non ferire o per non essere invadenti” ma dedicandosi alla costruzione di una relazione basata sulla fiducia reciproca medico-paziente. Piano piano, anzi “pole pole” in Swahili, sempre più persone venivano al centro. Fare il test non era più una condanna a morte, era il primo passo per stare bene, l’inizio di una nuova vita. A parlare erano gli effetti positivi della terapia antiretrovirale e tutte quelle misure che la rendono efficace.

Finalmente la cura era possibile e accessibile. Punto di forza, la gratuità del trattamento. Ad oggi i pazienti sono 1.593 e il centro è cresciuto, spostandosi nel 2009 in una sede più grande. Il team, interamente locale, conta 14 persone. Dalla coordinatrice ai medici, la counselor e le expert client, dall’amministratore alle infermiere, dall’autista al farmacista, dai tecnici di laboratorio alle addette alle pulizie. Un lavoro di squadra per garantire il diritto alla salute a tutti, fin da prima della nascita con la terapia prenatale. Due giorni a settimana sono dedicati alla PMTCT ovvero Prevention from Mother To Child Transmission dove le donne sieropositive, future mamme, vengono seguite durante la gravidanza fino ai 18 mesi del bambino o della bambina, termine ultimo per scongiurare la trasmissione. HIV e non solo. DREAM segue i suoi pazienti monitorando costantemente la loro salute, dal controllo delle malattie croniche come diabete e ipertensione fino allo screening del papilloma virus. Le giornate dedicate ai controlli sono anche momento di incontro, il servizio è rivolto a tutti, DREAM invita i suoi pazienti a portare con loro amici e familiari.

Poi c’è la telemedicina. Grazie a una piattaforma online lo staff dalla Tanzania è in collegamento diretto con medici specializzati in tutta Italia. Nata per esigenze legate a problematiche cardiologiche, oggi tramite la telemedicina si può avere ogni tipo di consulto. DREAM non si limita ad essere un centro di salute, conosce bene le problematiche del paese e le difficoltà della sua gente. Una volta al mese la clinica mobile arriva a Mererani, una zona di miniere, isolata, dove fino a poco tempo fa non c’era nemmeno un ricovero e i trasporti sono limitati. I pazienti che provengono da questa zona sono tanti e per permettergli di seguire la terapia è DREAM ad andare da loro. Stessa cosa avviene per tutti quelli che sono in Home Care. Le expert client, cuore del programma DREAM, si recano a casa dei pazienti più bisognosi per assicurarsi che seguano la cura. Questo servizio viene attivato nei casi di emergenza, quando un paziente è troppo malato o lontano per recarsi al centro a prendere le medicine, o quando ha difficoltà a prendersi cura di se stesso. L’Home Care è un sostegno che va oltre il trattamento. Le donne DREAM aiutano i pazienti a cucinare e a seguire una dieta sana, sistemano e puliscano la casa con loro, affinché le condizioni igieniche siano le migliori possibili, fanno il bucato con loro, aiutano mamme e nonne con la gestione dei bambini. Un servizio gestito interamente dalle expert client, simbolo del riscatto delle donne colpite dallo stigma, testimonial dell’efficacia del trattamento.

Nessun paziente è uguale all’altro al centro DREAM e per quelli più poveri, le mamme incinte o chi ha un rapporto peso-altezza inferiore alla media è prevista l’integrazione alimentare con pacchi di cibo che vengono distribuiti mensilmente. I giovani sono quelli che più di tutti hanno bisogno di sostegno per affrontare la malattia, il tabù si fa ancora più pesante quando si tratta di seguire la terapia condividendo la quotidianità con i coetanei. La vergogna può prendere il sopravvento e pur di non far vedere le medicine che si prendono, molti interrompono il trattamento. L’ultimo sabato del mese è dedicato a loro, ai giovani. Tutti i pazienti tra i 10 e i 20 anni sono invitati al centro per riunirsi insieme, senza “i grandi” per potersi sentire liberi di parlare e confrontarsi. E poi? Si pranza tutti insieme!

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Emerenciana. Donna, mamma e Laboratory Technician al centro DREAM di Arusha

Emerenciana è parte dello staff del centro DREAM di Arusha, in Tanzania. La sua storia di donna, mamma e lavoratrice è un esempio per tutte le donne che incontra nel suo lavoro ed è il simbolo di come le donne africane stiano lavorando per combattere la cultura maschilista.

Se sei donna in Tanzania probabilmente da piccola ti hanno insegnato a fare l’inchino. Per una persona più grande, un sacerdote o un mzungo (un bianco) . Ti sei presa cura dei tuoi fratelli o sorelle minori. Devi aiutare, imparare ad essere madre, anche se sei solo una bambina e sembra un gioco. Come “mamma e figli”, il Dolce Forno. La differenza è che non sono bambolotti ma neonati veri e il cibo da preparare è necessità. Poi cresci, sei una ragazzina e non ci sono i pomeriggi con le amiche. Sei grande abbastanza per avere un marito che se non ti lascerà, sola con i figli che hai avuto così presto, avrà altre donne. Devi pensare alla casa e ai figli, che vadano a scuola e facciano i compiti. Come quando eri bambina e pensavi fosse un gioco. Devi preparare da mangiare e l’economia della casa è sulle tue spalle perché sei sola. Un lavoro non ce l’hai ma puoi inventarti qualcosa alla giornata, spaccare le pietre, vendere il carbone o se ti dice bene, mettere un banchetto in strada con i prodotti della terra che lavori tu.

Accade spesso, in aree rurali o villaggi, ma non è la regola. Emerenciana è donna, mamma e responsabile della sua famiglia. Dal 2008 è Laboratory Technician al centro DREAM di Arusha. Un lavoro considerato insolito per una donna, in Europa, figuriamoci in Tanzania.

“Lavoravo in un dispensario e quando ha aperto DREAM nella small house, ho cominciato a collaborare e mi sono trovata benissimo. Le persone, la mission, l’ambiente familiare. L’opportunità di lavorarci a tempo pieno era un sogno”.

La “small house” è la vecchia sede del centro. Small, perché rispetto a quella di oggi è davvero piccola. Nel 2005, quando ha aperto il centro DREAM ad Arusha, la situazione dell’HV era molto seria, 8 persone su 10 erano malate.

“All’epoca solo l’ospedale curava l’Hiv, a pagamento ma la maggior parte delle persone erano troppo povere e quindi non si curavano. L’Hiv poi era ed è, anche se molto meno, un tabù. A causa dello stigma, le persone non ne volevano nemmeno parlare, pensa farsi vedere in pubblico a prendere le medicine. Al centro di salute era diverso, i servizi gratuiti e la privacy garantita. Tutto, dalla pre visita, al couseling, fino all’home care, avveniva in una situazione confidenziale”.

“lo staff di DREAM ha insegnato l’approccio alla malattia e l’importanza della terapia. L’attenzione non era solo per i malati di HIV, nonostante l’emergenza. C’erano tanti disabili e poveri. Distribuivano il cibo, supportavano i bambini ad andare a scuola, molti erano orfani, la malattia aveva spazzato via una generazione e anche loro stavano male perché le nonne non sapevano come prendersene cura”.

Emerenciana non lavora solo in laboratorio, è lei a fare i prelievi, parla con i pazienti, conosce le loro storie, i risultati dei loro controlli.

“I controlli dicono tutto, quelli della carica virale si fanno una volta l’anno, se il risultato è molto alto, dopo sei mesi. Capiamo se e come si segue la cura.  A volte i pazienti mentono. Succede che la terapia non funzioni, che si creino resistenze al farmaco e quindi vada cambiato, ma nella maggioranza dei casi, a presentarsi è la prima ipotesi”.

Le ragioni sociali incidono molto sull’aderenza al trattamento, specialmente per i giovani.

“È difficile per loro. Vanno a scuola, dormono li e si vergognano a prendere le medicine così non lo fanno, rischiando la vita o di star molto male. Una domenica al mese organizziamo un incontro solo per loro dove affrontiamo questi temi, come abbattere il tabù”.

Le sfide, del lavoro e della realtà che vive tutti i giorni, sono tante ma anche le soddisfazioni.

“Uno dei momenti più belli è stato quando ci siamo trasferiti nella nuova sede. Voleva dire che non eravamo più un progetto. C’eravamo, funzionavamo e saremmo rimasti. Quel momento, indimenticabile, significava che la prova era finita, il centro DREAM era definitivo”.

Emerenciana colpisce per l’ entusiasmo e l’ approccio positivo, anche per quanto riguarda le donne.

“Sempre più donne vanno a scuola e c’è divisione del lavoro con i mariti, molte aprono il loro piccolo business, vendono i prodotti che coltivano”.

Poi prende il cellulare, illumina lo schermo e sorride. Non posso non impicciarmi, è una foto dei suoi figli.

“Guarda me. Ho un lavoro che mi rende orgogliosa, l’ho voluto tanto e continuo ad imparare, ad aggiornarmi. Ho fatto formazione in Malawi e a Iringa, uso nuovi software. È un lavoro stimolante e mi permette di mantenere i miei figli, provvedere alla famiglia. Sono la prova del miglioramento.”

Guarda l’ora, “andiamo che devo farti vedere la small house prima che faccia buio. È importante ricordarsi da dove si è cominciato per apprezzare ogni singolo, piccolo, passo in avanti”.

Articolo di Cecilia Gaudenzi

 

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La storia di Mary. Da paziente Hiv ad attivista DREAM

Affetta da HIV, combatte lo stigma e decide di curarsi. Mary viene accolta nel centro di salute DREAM di Iringa dove segue le cure necessarie che le permettono di vivere bene e di mettere al mondo due bambini sani. Oggi è  una “expert client” e svolge attività di sensibilizzazione presso la sua comunità su come prevenire e curare l’HIV e l’AIDS.

Mary ha gli occhi neri e quando finalmente ti guarda ti ci perdi dentro. La voce bassa, il tono calmo, mette tranquillità. Siamo rimaste solo donne nella stanza e il ritmo della conversazione è cambiato. C’è intimità, come fossimo amiche da tempo. Dal 2016 Mary è attivista nel centro DREAM di Iringa in Tanzania. È arrivata da paziente nel 2010, quando, a 28 anni, scopre di avere l’hiv.

“Avevo paura ma sapevo che quello era un posto sicuro. Avrei avuto buone cure, mi avrebbero ascoltata”.

Era stata male durante la seconda gravidanza e una levatrice del suo villaggio le aveva consigliato di andare al centro DREAM. C’è voluto coraggio e scoprire di avere l’HIV, doloroso. Vedere tante persone malate, molte della sua zona, l’aveva colpita. Accettare e affrontare la malattia è più difficile che curarla in Tanzania dove lo stigma è forte.

“Ero molto preoccupata per la reazione che la gente avrebbe avuto nei miei confronti. Mi avrebbero allontanata dalla società, la mia famiglia mi avrebbe rifiutata”.

Tornata a casa, Mary chiede al marito di fare il test. È una donna forte, risoluta. Bisogna affrontare il problema.

“Tu sei malata, tu stai male. Io no, non ho nulla che non va e non mi curo se non sto male”. Le aveva detto. Nessuna sorpresa, la maggior parte degli uomini nasconde il problema.

Mary aveva visto morire tante persone di Hiv ma nessuna si era veramente curata.

“Più frequentavo il centro DREAM e parlavo con le altre donne, con le attiviste, i medici e più mi rendevo conto che avrei potuto convivere con la malattia, non ne sarei morta. Dovevo seguire bene la terapia”.

Quando la cura ha fatto effetto e Mary è stata meglio, anche il marito, intanto peggiorato, si è convinto dell’efficacia. La terapia è complessa, non impossibile. L’HIV non vuol dire morte, la vita va avanti e in salute. Grazie alle cure e alla prevenzione pre natale, Mary è mamma di due bambini HIV free. Era inaccettabile per lei che questo messaggio non arrivasse.

“Diventare attivista è stato naturale. Passavo molto tempo al centro DREAM e parlando con gli altri pazienti mi sono accorta della mia abilità comunicativa. Cresceva in me la necessità di rendermi utile. Raccontavo la mia storia per far capire l’importanza del trattamento. Ero l’esempio che star bene era possibile”.

Le donne accettano più facilmente la loro condizione, per gli uomini è più difficile. Per orgoglio o ignoranza, anche dopo essere risultati positivi non cominciano il trattamento. Non credono di essere malati finché non ne hanno la prova concreta, quando il virus si manifesta gravemente.

 “Non è costume parlare delle proprie cose, non si fa. Quello che accade nella vita, preoccupazioni, difficoltà, devono rimanere private e non se ne parla nemmeno con le persone più vicine. Non sono riuscita a parlare della malattia con mia madre, la mia famiglia non sa che sono malata, solo mio fratello”.

Avere supporto emotivo è difficile, ecco perché il ruolo di Mary e delle attiviste è fondamentale.

“Come attivista, la soddisfazione più grande è quando pazienti che inizialmente rifiutano la terapia, dopo averci parlato, raccontato la tua storia, tornano e cominciano la cura. Molte, come è successo a me, si attivano in prima linea per la causa. Questa è la vera vittoria”.

Mary ha vinto lo stigma e la paura dell’emarginazione.

“Non credevo che fosse possibile ma oggi ho più amici di prima e come donna mi sento finalmente realizzata, completa. Ho un ruolo e mi sento utile”.

Nella società tanzaniana le donne contano poco. Mary mi fa l’occhiolino “ma siamo noi quelle forti”. Tutto dipende da loro. Il lavoro nei campi, la vendita dei prodotti, il cibo, la cura della casa e dei figli, il loro rendimento scolastico. Quando le chiedo come vede il suo futuro, mi guarda seria, poi sorride. “Bello!”

In questa parola, in questo aggettivo, c’è tutta la forza, la consapevolezza di chi ha lottato per un futuro migliore.

Articolo di Cecilia Gaudenzi

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Nutrizione e Salute con DREAM 2.0

Il corso di formazione “Nutrizione e Salute, organizzato dal Programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio con il contributo dell’8 x mille della Chiesa Cattolica Italiana ha visto impegnati per 4 giorni 23 operatori comunitari di salute dei centri DREAM della Tanzania (provenienti da Iringa, Arusha, Uwemba e Masanga) e 20 operatori comunitari di Iringa, Usokami e del distretto di Pawaga,  uno di quelli  più colpiti dalla malnutrizione infantile, nella Regione di Iringa.

La malnutrizione è  ancora oggi uno dei principali fattori che contribuiscono alla mortalità infantile in Tanzania. Nel Paese il 34,4% dei bambini sotto i cinque anni è affetto da  malnutrizione cronica, ma questo dato tocca il 50% nelle aree rurali e più povere.  La malnutrizione acuta interessa il 4,5% della popolazione, circa 2.600.000 persone. Il Paese ha recentemente inserito la lotta alla malnutrizione tra le priorità nel campo della salute pubblica.

Nella regione di Iringa più di 14.000 bambini soffrono di malnutrizione, di  questi 4700 di malnutrizione severa acuta, come hanno ricordato le autorità locali ( il Regional Commissioner e il Regional Medical officer ),   presenti all’inaugurazione. Tra le cause della malnutrizione, la povertà della popolazione rurale e una dieta basata prevalentemente sul consumo di cereali e tuberi, con scarso apporto di cibi ricchi di micronutrienti e proteine.

Per questo motivo durante il corso si è dato ampio spazio alla formazione su come educare la popolazione ad una dieta corretta e diversificata, migliorando l’alimentazione locale.

Con l’aiuto di nutrizionisti tanzaniani e di esperienze sul campo come quella della Comunità Papa Giovanni, sono stati messi a punto consigli pratici ed una serie di ricette utili per i bambini da 6 mesi a 2 anni, l’età più a rischio per la malnutrizione. Un altro argomento affrontato è stato quello relativo all’igiene nella preparazione e conservazione degli alimenti e all’importanza di consumare acqua sicura. L’insufficiente accesso all’acqua potabile è infatti causa di ripetute malattie che possono pregiudicare la buona crescita del bambino.

Tutti i partecipanti alla fine del corso, oltre all’attestato di partecipazione, hanno ricevuto l’edizione in kiswahili del libro “Come va la salute”.

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Karibu DREAM Matteo Zuppi !

L’arcivescovo di Bologna Zuppi in visita al centro DREAM di Iringa

Mons. Matteo Zuppi al centro DREAM di Iringa in TanzaniaKaribu DREAM Matteo, sono le parole che hanno accolto con un caldo abbraccio Mons. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna, in visita lo scorso 20 gennaio al centro di cura della Comunità di Sant Egidio ad Iringa, in Tanzania.
Il caldo abbraccio è stato ricambiato dal grande affetto di Mons. Zuppi che con simpatia e interesse ha voluto visitare ogni singolo settore e dipartimento del Centro. Grande sorpresa nel vedere la cura degli ambienti, la grande organizzazione, la professionalità degli operatori che hanno spiegato il funzionamento del programma e la cura dei pazienti. Il programma DREAM oggi ha in cura 2100 pazienti nella città di Iringa e dalla sua nascita nel 2009 ha assistito circa 12.000 pazienti.
Il vescovo ha poi visitato il laboratorio di biologia molecolare di cui ha apprezzato gli standard di tipo occidentale e per le apparecchiature sofisticate, ha quindi incontrato i malati e li ha salutati dicendo: “Normalmente i ricchi tengono per loro le cose più belle. DREAM e la Comunità di Sant’Egidio invece, come una madre che vuole il meglio per i suoi figli, ha reso disponibile il meglio che si trova in Europa. Questo centro, oltre essere molto bello, mostra l’amore della Comunità per i suoi figli in Africa. Gli operatori non solo sono molto bravi, ma si vede che vi vogliono bene. Noi abbiamo ricordato il grande lavoro della Pace che la Comunità di Sant’Egidio ha fatto in Africa ricordando il Mozambico e il Burundi. Oggi quella che vediamo qui è un’altra guerra, contro l’AIDS. Noi siamo qui per vincere insieme questa battaglia “.
Una grande torta è stata tagliata da Mons Zuppi con l’aiuto di un bambino e di una attivista di DREAM. Al termine prima di una bella foto di gruppo, anzi di famiglia, i pazienti hanno regalato una maglietta con scritto “Karibu DREAM Matteo”. Benvenuto a DREAM Mons. Matteo!

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