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GUINEA: LA RICERCA PER MIGLIORARE GLI STANDARD DI SCREENING E CURA DELLA TUBERCOLOSI IN PERSONE CON HIV

La tubercolosi è una delle principali cause di mortalità tra le persone sieropositive. Il sistema immunitario in persone con HIV è fortemente indebolito e la diagnosi di TB può essere più difficile poiché la malattia si manifesta spesso in modo diverso. Per questo motivo, il programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con l’Università di Tor Vergata, ha proposto – nell’ambito del progetto “Rafforzare la risposta all’epidemia da HIV in Guinea”, selezionato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo tra le proposte per il Bando Technical Support Spending al  Fondo Globale per la Lotta all’AIDS, alla Tubercolosi e alla Malaria – un lavoro di ricerca per fornire i dati di prevalenza di tubercolosi in persone con HIV e proporre l’introduzione nella pratica clinica degli standard più avanzati raccomandati dall’OMS per la diagnosi della TB nei pazienti sieropositivi.

Per condurre la ricerca, la Comunità di Sant’Egidio ha provveduto all’acquisto di un apparecchio, il Genexpert, ritenuto particolarmente efficace dall’OMS per la diagnosi rapida di tubercolosi in pazienti con HIV. Il macchinario, appena arrivato presso il centro di salute di Conakry, permetterà di effettuare sui pazienti un test di biologia molecolare molto più efficace di quelli finora utilizzati in Guinea, perché capace di individuare in tempi brevi la malattia anche in presenza di pochissimi bacilli. Tale metodica, insieme al test urinario LAM, favorirà l’acquisizione di dati fondamentali per migliorare la qualità dell’offerta sanitaria e ridurre la mortalità tra le persone affette da HIV.

Per favorire l’uso corretto di questo nuovo strumento diagnostico, sono previsti dei corsi di formazione indirizzati a 4 tecnici di laboratorio a cui saranno trasferite tutte le competenze necessarie per la fase di screening e registrazione dei risultati.

Nella ricerca saranno coinvolti circa 1000 pazienti maggiorenni con HIV che sono in cura presso i 4 Centri di Salute del programma DREAM, in Guinea. Le persone che daranno il loro consenso a partecipare allo studio, saranno prima sottoposte a test Genexpert e poi a test Lam (rispettivamente su espettorato e urine). Una volta ottenuti i risultati, coloro che risulteranno positivi e quindi affetti da TB, saranno indirizzati al centro per la cura della tubercolosi più vicino al luogo di residenza e saranno monitorati e sostenuti da un operatore di comunità del programma DREAM per assicurare l’aderenza al trattamento.

La ricerca oltre a portare dei benefici concreti ai pazienti coinvolti, avrà una ricaduta positiva anche sull’intera popolazione. I dati raccolti, infatti, saranno presentati alla comunità scientifica attraverso articoli e convegni specialistici e saranno messi a disposizione delle autorità locali che potranno mettere in campo politiche sanitarie specifiche per la diagnosi della TB in persone sieropositive

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Camerun: il lavoro del personale DREAM a sostegno degli adolescenti sieropositivi

Sikè* ha 15 anni e vive in un villaggio a 50 Km da Dschang, centro urbano nella Regione Ovest del Camerun. Affetto da HIV sin dalla nascita, a prendersi cura di lui, da quando i suoi genitori sono morti, è la nonna. Sikè è seguito dai medici del centro DREAM, che le Figlie della Carità gestiscono in collaborazione con la  Comunità di Sant’Egidio fin dal 2008, ed è proprio al personale del programma DREAM che la nonna si rivolge quando si rende conto che il nipote non vuole più curarsi.

Sikè non sa di essere sieropositivo e non capisce il perché di quei medicinali. Solo grazie all’intervento di Sylvie e Pierre, due volontari di DREAM, il ragazzo comprende la gravità della sua malattia e l’importanza di assumere regolarmente i farmaci. Oggi Sikè grazie alle cure sta meglio, frequenta regolarmente il centro di salute e partecipa alle giornate dedicate agli adolescenti.

La storia di Sikè è la storia di tanti ragazzi e ragazze camerunensi che hanno contratto l’HIV alla nascita e che mal convivono con la loro malattia e lo stigma a cui sono sottoposti. Per favorire il loro percorso di crescita e inclusione sociale, la Comunità di Sant’Egidio, tramite il personale del programma DREAM, ha pensato a delle attività di sostegno dedicate esclusivamente agli adolescenti, giornate di incontro e condivisione durante le quali si cerca di rafforzare la consapevolezza dei giovani rispetto all’HIV e di offrire loro gli strumenti culturali e sociali per un futuro migliore.

Per gli adolescenti sieropositivi è fondamentale comprendere che anche con l’HIV si può vivere bene, senza rinunciare al proprio progetto di vita. Confrontandosi tra loro e migliorando le loro competenze, i ragazzi che frequentano il centro DREAM investono sul proprio futuro, si impegnano negli studi e nella formazione professionale.

Attraverso attività ricreative, sport, passeggiate e proponendo laboratori mirati allo sviluppo delle competenze, il personale DREAM punta a creare un clima di fiducia con i ragazzi e le ragazze e a rafforzare la coesione tra coetanei. Molti degli adolescenti che frequentano il centro sono diventati attivisti e parte integrante delle attività di DREAM: svolgono visite a domicilio portando supporto a pazienti anziani e a persone con disabilità, li aiutano con alcune faccende domestiche e li incoraggiano nel proseguire le cure.

I medici, i volontari e tutto il personale sanitario del centro DREAM di Dschag hanno la consapevolezza che solo con un incessante lavoro di counseling e informazione per adolescenti con HIV si potrà avere una buona risposta al trattamento e si potrà assicurare un buon livello di salute a ragazzi e ragazze che a causa della malattia vivono ai margini della società e non vedono alcun futuro.

 

*Siké è un nome di fantasia.  

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In Kenya per combattere HIV e Tubercolosi grazie a un progetto sostenuto dall’AICS

Test e counseling per il trattamento di HIV e Tubercolosi in Kenya. Grazie al partenariato con DREAM Kenya Trust e Università di Tor Vergata, e al sostegno economico di AICS, il programma sanitario della Comunità di S.Egidio potrà ampliare il numero di pazienti a cui offrire cure gratuite e di qualità nel Paese.

Con l’obiettivo di rafforzare il sistema sanitario in Kenya, attraverso l’aumento dell’accesso ad un servizio di cura gratuito e di qualità per l’HIV e la TB, il personale del programma DREAM della Comunità di S. Egidio sta lavorando da oltre un anno al progetto “Insieme al Global Fund per porre fine all’epidemia di HIV e TB in Kenya”.

L’iniziativa, finanziata dall’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, prevede interventi mirati in sei centri di salute, nelle contee orientali del Kenya: AINA center, Chaaria, Chiakariga, Nkubu, Kyeni e Tunyai Health center.

Secondo il Global Fund, il Kenya è il quarto paese al mondo per diffusione di HIV e il quindicesimo per quanto riguarda la Tubercolosi. Si stima che nel Paese circa il 6% della popolazione è affetta da HIV e che più di un terzo delle persone a cui viene diagnosticata la Tubercolosi presenti anche l’HIV.

Per migliorare la risposta a questa emergenza sanitaria, la Comunità di S. Egidio, insieme all’Università di Tor Vergata e al partner locale DREAM Kenya Trust ha puntato in particolar modo sulle attività di test e counseling per l’HIV e sullo screening e trattamento della TB. Grazie a personale locale specializzato, in 15 mesi sono state sottoposte a screening e counseling per l’HIV oltre 51.000 persone. Di queste, circa 11.600 non si erano mai sottoposte al test e quasi 600 sono risultate positive. Le persone HIV positive sono state subito indirizzate presso i centri di salute dove hanno potuto avviare le cure in modo totalmente gratuito.  Inoltre, circa 4.700 pazienti sono stati sottoposti allo screening per la tubercolosi. 1.463 sono risultati positivi allo screening e, di questi, dopo ulteriori accertamenti, 481 persone sono state sottoposte a trattamento. Di 481 pazienti con TB, 143 sono anche sieropositivi.

Anche nell’ambito di questo progetto – come DREAM è solito fare in tutti i contesti in cui lavora – sono state organizzate attività di sensibilizzazione. In particolare, ad aprile si è tenuto il “Word TB Day”, una giornata patrocinata dal Ministero della Sanità durante la quale il personale sanitario ha eseguito 128 screening per TB e 87 per HIV. Tre persone sono state avviate al trattamento per la Tubercolosi e 5 per l’HIV.

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Karibu Arusha Dream Center! Il primo centro di Sant’Egidio in Tanzania

Home Care, prevenzione e cura di HIV/AIDS e altre malattie non trasmissibili, telemedicina, prevenzione della trasmissione del virus dell’HIV da madre in figlio: questo e altro ancora nel centro DREAM di Arusha in Tanzania.

DREAM, programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio, nato in Mozambico nel 2002 per garantire il diritto alla salute, contrastare l’AIDS e la malnutrizione in Africa, prende avvio in Tanzania a partire dal 2006. Il primo centro aperto nel paese è quello di Arusha, città che sorge all’ombra del Kilimanjaro, famosa per aver ospitato, dal 1994 al 2015, il Tribunale Criminale Internazionale per il Rwanda. La situazione dell’HIV in questa zona era critica, aggravata a causa di povertà, ignoranza e paura dello stigma. I malati all’epoca erano moltissimi, 8 persone su 10, ovvero la maggioranza della popolazione.

Prima che aprisse il centro DREAM, un solo ospedale si occupava di HIV e l’approccio delle persone alla malattia era di rifiuto totale. Rifiuto tale da non voler nemmeno fare il test. Sapere di essere positivi al virus avrebbe comportato conseguenze troppo gravi: vergogna, ripudio da parte della famiglia e del villaggio, emarginazione sociale. L’obiettivo principale di DREAM era cambiare tutto questo. I primi pazienti arrivati al centro erano pochi, disabili e già molto, troppo malati. Al centro DREAM ogni paziente era prima di tutto una persona, con la sua storia, i suoi problemi e le sue aspirazioni per il futuro. La privacy di ognuno era rispettata. Non nell’adattarsi al costume locale per cui “non se ne parla per non ferire o per non essere invadenti” ma dedicandosi alla costruzione di una relazione basata sulla fiducia reciproca medico-paziente. Piano piano, anzi “pole pole” in Swahili, sempre più persone venivano al centro. Fare il test non era più una condanna a morte, era il primo passo per stare bene, l’inizio di una nuova vita. A parlare erano gli effetti positivi della terapia antiretrovirale e tutte quelle misure che la rendono efficace.

Finalmente la cura era possibile e accessibile. Punto di forza, la gratuità del trattamento. Ad oggi i pazienti sono 1.593 e il centro è cresciuto, spostandosi nel 2009 in una sede più grande. Il team, interamente locale, conta 14 persone. Dalla coordinatrice ai medici, la counselor e le expert client, dall’amministratore alle infermiere, dall’autista al farmacista, dai tecnici di laboratorio alle addette alle pulizie. Un lavoro di squadra per garantire il diritto alla salute a tutti, fin da prima della nascita con la terapia prenatale. Due giorni a settimana sono dedicati alla PMTCT ovvero Prevention from Mother To Child Transmission dove le donne sieropositive, future mamme, vengono seguite durante la gravidanza fino ai 18 mesi del bambino o della bambina, termine ultimo per scongiurare la trasmissione. HIV e non solo. DREAM segue i suoi pazienti monitorando costantemente la loro salute, dal controllo delle malattie croniche come diabete e ipertensione fino allo screening del papilloma virus. Le giornate dedicate ai controlli sono anche momento di incontro, il servizio è rivolto a tutti, DREAM invita i suoi pazienti a portare con loro amici e familiari.

Poi c’è la telemedicina. Grazie a una piattaforma online lo staff dalla Tanzania è in collegamento diretto con medici specializzati in tutta Italia. Nata per esigenze legate a problematiche cardiologiche, oggi tramite la telemedicina si può avere ogni tipo di consulto. DREAM non si limita ad essere un centro di salute, conosce bene le problematiche del paese e le difficoltà della sua gente. Una volta al mese la clinica mobile arriva a Mererani, una zona di miniere, isolata, dove fino a poco tempo fa non c’era nemmeno un ricovero e i trasporti sono limitati. I pazienti che provengono da questa zona sono tanti e per permettergli di seguire la terapia è DREAM ad andare da loro. Stessa cosa avviene per tutti quelli che sono in Home Care. Le expert client, cuore del programma DREAM, si recano a casa dei pazienti più bisognosi per assicurarsi che seguano la cura. Questo servizio viene attivato nei casi di emergenza, quando un paziente è troppo malato o lontano per recarsi al centro a prendere le medicine, o quando ha difficoltà a prendersi cura di se stesso. L’Home Care è un sostegno che va oltre il trattamento. Le donne DREAM aiutano i pazienti a cucinare e a seguire una dieta sana, sistemano e puliscano la casa con loro, affinché le condizioni igieniche siano le migliori possibili, fanno il bucato con loro, aiutano mamme e nonne con la gestione dei bambini. Un servizio gestito interamente dalle expert client, simbolo del riscatto delle donne colpite dallo stigma, testimonial dell’efficacia del trattamento.

Nessun paziente è uguale all’altro al centro DREAM e per quelli più poveri, le mamme incinte o chi ha un rapporto peso-altezza inferiore alla media è prevista l’integrazione alimentare con pacchi di cibo che vengono distribuiti mensilmente. I giovani sono quelli che più di tutti hanno bisogno di sostegno per affrontare la malattia, il tabù si fa ancora più pesante quando si tratta di seguire la terapia condividendo la quotidianità con i coetanei. La vergogna può prendere il sopravvento e pur di non far vedere le medicine che si prendono, molti interrompono il trattamento. L’ultimo sabato del mese è dedicato a loro, ai giovani. Tutti i pazienti tra i 10 e i 20 anni sono invitati al centro per riunirsi insieme, senza “i grandi” per potersi sentire liberi di parlare e confrontarsi. E poi? Si pranza tutti insieme!

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Dare alla luce la speranza. Papa Francesco in visita al centro DREAM di Zimpeto

Una giornata di gioia e speranza per le persone che il 6 settembre hanno incontrato Papa Francesco, in visita al centro di salute DREAM, a Zimpeto, in Mozambico.

Doveva arrivare alle 08.45 ma il Papa è imprevedibile e alle 07.30: “tre minuti ed è lì”, ci dicono. Ansia, gioia, festa. Le emozioni si fondono. L’attesa è finita, Francesco sta arrivando. Al centro DREAM di Zimpeto, alla periferia di Maputo, è tutto pronto, la pioggia che non sembra smettere non ha fermato le quasi duemila persone che non vedono l’ora di incontrare Papa Francesco. Donne che vestono capulane, le tipiche stoffe mozambicane, con disegnato il Papa, anziani, bambini che agitano nell’aria fazzoletti colorati, uomini. Tutti sventolano bandierine, provano canti e balli a pochi minuti dall’incontro. Molti di loro, la maggior parte, sono pazienti HIV in cura al centro DREAM, simbolo del trionfo della vita sulla malattia. Orgoglio più grande del programma di cura. Nel 2002, infatti, la terapia non esisteva in Mozambico e in altri paesi africani. Per noi questo era inaccettabile e ci siamo impegnati per realizzare un modello di uguaglianza tra Nord e Sud del mondo, garantendo l’accesso gratuito alla terapia completa e il sostegno complessivo alla salute. Dice Paola Germano, responsabile del Programma DREAM.

Il Papa è arrivato e noi che siamo dentro al Centro lo capiamo dalle grida di gioia, dai canti che si intensificano. Ad accoglierlo c’è Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e Cacilda Massango, coordinatrice del centro di Zimpeto, sieropositiva -ma a vederla non lo diresti mai- testimone dell’importanza e dell’efficacia del trattamento. Padre Santo è una grande gioia ricevere la sua visita in questa casa per tanti malati. Qui si ricevono gratuitamente medicine, cure, cibo ma soprattutto dignità e amicizia. Con queste parole dà il benvenuto a Francesco e poi continua Centinaia di migliaia di madri sieropositive hanno avuto la gioia di far nascere i propri bambini liberi dall’AIDS. Un’esperienza meravigliosa per una mamma malata: un miracolo! Oggi la cura è un sogno realizzato. La Comunità di Sant’Egidio cura più di 500.000 malati africani, ma tutto è cominciato qui in Mozambico.

Nelle parole di Cacilda, la più grande soddisfazione del programma DREAM. I bambini nati sani da mamme sieropositive, sono loro la più grande soddisfazione. L’impossibile che si realizza e la vita che trionfa. Sorridendo a chi pensava che non fosse possibile. Un nuova generazione di bambini che sono la vera speranza nei paesi africani. Ha detto Gianni Guidotti, Segretario Generale del Programma DREAM.

Cacilda sottolinea poi l’importanza delle attiviste, donne che una volta ritrovate le forze, si mettono al servizio di altri malati, sostenendoli nella cura. Io stessa sono una delle prime malate incontrate da DREAM: ho scelto di restituire quanto ho ricevuto.

Il Papa prende la parola, ma non prima di aver abbracciato Cacilda. Grazie per la tua vita e la tua testimonianza, espressione che questo centro è manifestazione dell’amore di Dio, sempre pronto a soffiare vita e speranza dove abbondano morte e sofferenza. Ringrazia tutti i presenti e nel vedere l’amore, la professionalità e la competenza con cui vengono accolti i malati fa riferimento alla parabola del Buon Samaritano. Voi qui non siete passati a distanza. Questo centro mostra che c’è stato chi si è fermato e ha sentito compassione, non ha ceduto alla tentazione di dire “non c’è niente da fare, è impossibile combattere questa piaga” e si è dato da fare con coraggio per cercare delle soluzioni. Avete ascoltato il grido silenzioso, di tante donne, tante persone che vivevano nella vergogna, emarginate, giudicate da tutti. A scontare questo grido vi ha portato a capire che il trattamento medico, sebbene necessario, non era sufficiente, perciò avete considerato la problematica nella sua integralità per ridare dignità alle donne e ai bambini, aiutandoli a progettare un futuro migliore. Non manca un riferimento all’ambiente, tema caro al Pontefice. Nello stesso tempo è meraviglioso vedere come questo ascolto dei più deboli, dei poveri, i malati, ci mette in contatto con un’altra parte fragile del mondo: penso ai sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Fra i poveri più abbandonati e maltrattati c’è la nostra oppressa e devastata terra. Voi siete stati in grado di capirlo e quest’ascolto vi ha portato a cercare mezzi sostenibili nella ricerca di energia, nella raccolta e riserva di acqua. Le vostre opzioni a basso impatto ambientale sono un modello virtuoso, un esempio da seguire vista l’urgenza imposta dal deterioramento del pianeta.

Prima di concludere ringrazia ancora Cacilda e le donne come lei, i bambini e tutti quelli che possono scrivere  una nuova pagina di storia liberi dall’AIDS e tutti quelli che oggi sorridono perché sono stati curati con dignità. Quanti sono usciti dall’incubo della malattia, senza nascondersi, trasmettendo speranza a molti. Quell’ “io sogno”, quel “DREAM” è molto più di un acronimo ma è un vero grido di speranza che ha contagiato  tante persone bisognose. Rinnovate gli sforzi, perché qui si possa continuare a “dare alla luce” la speranza. Dice prima della benedizione Papa Francesco che riceve in dono dalla Comunità di Sant’Egidio un pastorale a forma di croce, realizzato con le lamiere e la paglia delle case distrutte dal ciclone Dai che ha colpito la regione di Beira lo scorso marzo, dove la Comunità è presente e continua a dare sostegno alla popolazione. Il Papa ha poi incontrato alcuni malati in privato, salutato le mamme sieropositive che hanno dato alla luce figli sani, benedetto i bambini.

Questo giorno rimarrà tra i più significativi della mia vita e di tutti i pazienti DREAM, non solo in Mozambico ma in tutta l’Africa. Un momento storico, importante, articolarmente nella vita di tutte le donne del mondo che hanno contratto l’HIV. La visita del Papa è stato un segno di grande speranza, noi vogliamo vivere e ancora di più.

Ci dice Cacilda, commossa e felice, subito dopo la visita di Papa Francesco.

 

di Cecilia Gaudenzi – Zimpeto, 6 settembre 2019

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Cacilda Massango, la sua vita e la sua battaglia per prevenire e curare HIV/AIDS

La determinazione di Cacilda Massango, attivista del programma DREAM in Mozambico, vincitrice del premio internazionale “La donna dell’anno”.
Donna, sieropositiva, proveniente da un Paese in via di sviluppo dove la metà della popolazione vive in condizioni di povertà assoluta. Tre elementi troppo spesso considerati di debolezza, che Cacilda Isabel Massango è riuscita a trasformare in punti di forza, diventando uno dei simboli della lotta all’AIDS in Mozambico. Una storia di coraggio, umanità e grande professionalità oggi conosciuta anche in Italia, con Cacilda che si è aggiudicato il premio Popolarità della ventunesima edizione del riconoscimento internazionale “La Donna dell’Anno”, promosso dal Consiglio regionale della Valle d’Aosta con il patrocinio del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità, del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e in collaborazione con il Soroptimist International Club Valle d’Aosta. Questa edizione era dedicata alle donne resilienti: donne che hanno avuto la capacità di resistere agli urti della vita senza spezzarsi, affrontando sfide ambiziose con coraggio e determinazione.

Cacilda è oggi l’anima mozambicana di Eu DREAM, associazione che lavora con l’omonimo programma della Comunità di Sant’Egidio per il diritto alla salute, la lotta all’AIDS e alla malnutrizione in Africa. È la coordinatrice del Centro DREAM a Zimpeto, nella periferia della capitale Maputo, una grande struttura sanitaria per la cura dell’HIV, della tubercolosi e dei tumori femminili, che offre servizi gratuiti e di alta qualità alla popolazione della zona.

Nata nel 1977 a Maputo, Cacilda è una giovane madre che non riesce a spiegarsi tante malattie che la colpiscono negli ultimi tempi e una gravidanza non andata a buon fine. Nel 2002, quando aveva solo 25 anni, arriva la risposta: è sieropositiva. Subito le consigliano di andare a curarsi nella periferia di Maputo, in un Centro DREAM della Comunità di Sant’Egidio che di trova presso l’ospedale di Machava. Segue il consiglio, arriva nella struttura sanitaria, ma con la certezza di avere accesso a cure per lei impensabili fino a poco prima, arriva un’altra, stavolta terribile, conferma: anche la figlia di un anno è mezzo ha l’HIV.

Cacilda non perde le speranze e inizia a lottare. Lotta contro la malattia che ha colpito lei e la figlia e, assieme a loro, tantissime altre persone in Mozambico. Riprende gli studi interrotti a 19 anni a causa della morte del padre e si laurea in Filosofia, diventa la direttrice di un centro nutrizionale e poi, nel 2018, arriva a coordinare il Centro Dream a Zimpeto, che accoglie già più di 2000 pazienti. Nel frattempo, fonda Eu DREAM, una rete associativa partita da alcune donne che avevano scoperto di essere sieropositive e avevano sperimentato l’efficacia della cura antiretrovirale.

Il messaggio portato avanti dal movimento è semplice: l’AIDS non è una sentenza di morte, ma si può curare. Oggi Eu DREAM raccoglie 10.000 persone ed è radicato in tutte le province del Mozambico. Un grande network che fa informazione e sensibilizzazione, proponendo un nuovo modo di affrontare l’AIDS e di lottare contro la discriminazione. Cacilda e gli altri attivisti di Eu DREAM hanno aiutato centinaia e centinaia di donne affette da HIV a ritrovare il loro ruolo centrale nella famiglia e nella società, hanno promosso il diritto alle cure per i bambini affetti da HIV, una parte della popolazione spesso dimenticata e trascurata.

“Premiare una donna mozambicana che è riuscita a farsi spazio tra gli ostacoli dovuti alla sua condizione di donna e di persona con HIV – si legge nella motivazione del premio “Donna dell’Anno 2019 – significa portare alla luce una storia che altrimenti non potrebbe diventare un esempio per le ragazze, dall’Africa all’Europa. È l’occasione per mettere in discussione gli stereotipi. Ci sono tante storie come questa e bisogna raccontarle per testimoniare la possibilità di costruire un mondo in cui migliorano le condizioni di vita di tutti e di tutte, se è equo l’accesso al diritto alla salute e all’istruzione.”

 

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